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The White Planet

Emilio Previtali e WP

By Luca • Mar 10th, 2009 • Category: News
  1. Ciao, fatto qualche bel viaggio la scorsa estate/autunno?
    L’anno scorso niente spedizione in Tibet per via delle Olimpiadi, ad essere giornalista non ti facevano manco entrare, in Tibet. Ho cercato di andare in Antartide, ma per un guasto alla barca sono stato costretto a rimanere a Ushuaya. Ho fatto canali e snowboardato lì, ci riprovo quest’autunno. Poi ho fatto un corso di skydiving, di paracadutismo e caduta libera, a Empuriabrava, in Spagna. Non c’entra niente con il telemark, ma è stato fighissimo. A inizio inverno sono stato in California con gli sci da telemark ma non c’era un millimetro di neve, allora sono andato in Yosemite a guardarmi in giro e ad arrampicare. Ho provato il Columbia Boulder, la storia dell’arrampicata moderna riassunta in sette metri di granito e una quindicina di movimenti.

 

  1. Tanta neve quest’inverno, vero? Hai solo surfato o anche sciato a tallone libero?
    Io sono e rimango snowboarder, ma ormai alterno regolarmente il telemark alla mia attività con lo snowboard. Diciamo che lo snowboard è il mio lavoro e la mia anima; il telemark è una specie di hobby travolgente. Ci metto un sacco di impegno.

  1. Prima di provare a sciare telemark, ne vedevi di sciatori di questo tipo? E se si, cosa ne pensavi?
    Ho iniziato a pensare che il telemark doveva essere una cosa interessante quando ho visto che almeno il 60% degli ski-patrol negli Stati Uniti sciano (a manetta, su ogni terreno) a tallone libero. Ho iniziato a rendermi conto che buona parte dei praticanti avevano la mia identica passione ed il mio stesso entusiasmo per la neve fresca, per i terreni poco frequentati, per la polivalenza. Poi ho conosciuto alcuni personaggi tipo te Luca, Juri Donini, la Elena Spalenza, Luca Dalla Palma, Paolino Tassi che hanno resa concreta la possibilità di provare. Ho iniziato per scherzo allo Stelvio in compagnia di un gruppo di amici maestri di snowboard. All’inizio, comunque, i CAIsti e i telemarkisti “old school” che vedevo girare a Foppolo con il corso sociale di fondo escursionistico facevano di tutto per farmi scappare la voglia di provare.

  1. Perché?
    Perché erano inquadrati, grigi, lenti e ostinatamente alternativi. Integralisti, direi. Quelli che non gli viene nemmeno il dubbio che per essere appassionati di montagna si può anche fare diversamente da loro, andare veloce, saltare o condurre, magari andando in snowboard, che non è solo uno strumento per ragazzini che girano in park o sui rail. Mi hanno sempre guardato come un fesso, fino a quando non ho iniziato con il telemark.

  1. Quando e perchè hai provato la prima volta?
    La primissima volta un pomeriggio di fine stagione a Foppolo con Juri Donini e Roby Sabatini. Poi un autunno di 3 o 4 anni fa, credo, allo Stelvio, in uno dei raduni di The White Planet. Fat Leg qualcosa, mi pare fosse il nome del raduno. Già soltanto quello, il nome Fat Leg, mi faceva venire voglia di provarci.

  1. E ti è piaciuto?
    Di base mi è piaciuto (e continua a piacermi) perché è uno sport. E’ un vero sport. Hai la sensazione organica e fisica dello sport, a sciare a telemark si suda e si fa fatica. E’ un allenamento grandioso per uno appassionato di bici come me. Non si tratta solo di scendere, di curvare o di fare dei trick. Ci sono tutte le componenti che mi attirano: coordinazione, forza, resistenza fisica, equilibrio, tecnica. Ogni curva, ogni movimento, ogni singola azione è un viaggio, una avventura a sé stante. Tutto questo nel mio ambiente naturale: la montagna la neve fresca. Puoi muoverti agevolmente, in modo divertente, su ogni terreno: in discesa, in salita o in una lunga traversata sul piano. Puoi sciare in neve morbida e sulla neve dura e battuta. Potenzialmente è il massimo, per me.

  1. Cosa trovi tu snowboarder di attraente nel telemark?
    Mi piace la possibilità di inclinarmi all’interno della curva come nello snowboard. Mi piace la sensazione del piede che lavora, molto simile allo snowboard. I nostri piedi sono fatti per piegarsi e “rullare”, mica per metterli in un parallelepipedo di plastica con la suola piatta. Basta vedere camminare uno con le scarpe da telemark o da snowboard rispetto a uno che cammina con gli scarponi da pista, per capire perché lo sci alpino non è più, ormai, uno sport “istintivo”. “Stallonare”, affondare, inginocchiarsi, inclinarsi, scivolare sono gesti primordiali, naturali, istintivi. L’angolazione, la traslazione del bacino, la conduzione, non lo sono. Infine, ancora, mi piace perché un po’ come con lo snowboard, in telemark puoi andarci bene (o male, dipende) in una varietà di modi infinita. Ognuno con il suo stile. Se guardi dieci bravi sciatori su un pendio puoi riconoscerli tutti e ricordarti il loro nome semplicemente osservando come si muovono. Il telemark è la supremazia dell’individuo sulla omologazione della tecnica, un modo per esprimere intelligenza (o stupidità) motoria, per questo mi piace.

  1. A posteriori in una delle tue spedizioni passate non avresti preferito avere gli sci che lo snowboard?
    Non mi sento ancora così “telemarker” da poter rimpiangere un occasione perduta. Sono ancora più le volte in cui mi chiedo se in telemark sarò all’altezza delle condizioni della neve o del pendio, anche quando vado a sciare fuoripista vicino a casa. E’ principalmente una questione psicologica, ormai. Alcune discese che ho fatto o che cerco (e cercherò di fare) con lo snowboard sul ripido o su grandi montagne sono vicine al mio limite tecnico e psicologico. E’ ovvio che su quel genere di difficoltà, in quel modo, non potrò mai andare sciando in telemark. Ma alcuni altri progetti o avventure sembrano solo essere in attesa di essere inventate, di un tentativo, di un po’ di coraggio per iniziare ad esplorare in modo nuovo. Il telemark è qualcosa che vedo più nel mio futuro, piuttosto che nel mio passato. E’ un occasione per reinventare il gioco, per ri-sperimentare l’emozione della scoperta. Per questo mi ci impegno così a fondo, perché mi rende felice.

9Come sai ho sempre sostenuto che il bacino potenziale maggiore per il telemark era ed è il mondo dello snowboard, sei d’accordo?
Si e no. Si, perché gli snowboarder della mia generazione e della successiva, quelli che hanno iniziato per andare in neve fresca, sono certamente attratti dal telemark, che rimane una alternativa interessante e creativa rispetto allo sci alpino. Ci sono tutti i requisiti necessari perché il telemark sia lo sport a cui dedicarsi per uno snowboarder 30enne o 40enne: sfida personale, passione per la neve fresca e per i grandi spazi, la voglia di rimanere un po’ “alternativo” senza cedere alla necessità di tornare indietro allo sci alpino. No invece, perché un 15enne o un 20enne che ha iniziato a fare snowboard pensando da subito al freestyle, più raramente troverà nel telemark la prosecuzione naturale della sua passione per lo sport sulla neve. Più facile e più probabile, in questo caso, che il passaggio avvenga direttamente verso lo sci freestyle, piuttosto che verso il telemark.

  1. Quale strategia vedresti buona per avvicinare gli snowboarder al telemark?
    Mi sembra che i maestri di snowboard della terza figura che hanno fatto la specializzazione in telemark siano uno strumento concretamente efficace per avvicinare e appassionare nuove leve al telemark. Ho la sensazione che nella “elite” del telemark o dei maestri di sci ci sia ancora nei loro confronti un po’ di diffidenza immotivata, ma all’atto pratico i maestri di snowboard specializzati mi sembrano la forza più vitale e moderna nel panorama dei nuovi potenziali catalizzatori di interesse nei confronti del telemark. Sono forse questi ultimi, i maestri di snowboard della cosiddetta terza figura, quelli che vanno a pescare in un bacino di utenza diverso, più giovane e meno tradizionale rispetto alle Scuole di Sci o dei clienti classici dei seppur bravissimi Istruttori Nazionali di Telemark. A lungo andare questo è quello che serve al telemark per uscire al di fuori dal circolo vizioso della sua immagine un po’ mid-age. Fermo restando che personalmente non comprendo la necessità di fare diventare il telemark uno sport più praticato di quanto lo sia ora. A me piace così com’è, con pochi praticanti.

  1. Perché non ti sembra una necessità, questa di crescere?
    Perché per esperienza ho visto entrare negli sport che pratico (lo ammetto, faccio degli sport un po’ sfigati sotto questo punto di vista - snowboard, arrampicata sportiva, triathlon) un numero sempre crescente di appassionati che quasi sempre ne hanno snaturato i valori, l’essenza sportiva, l’originalità creativa che ha generato la propulsione iniziale. Non è sempre un vantaggio diventare una comunità più numerosa, se la gente che entra nell’ambiente di un determinato sport non ne condivide o comprende le origini, l’evoluzione, la storia. Io ho iniziato con l’arrampicata sportiva nell’epoca d’oro degli anni ’80, all’inizio, nel momento in cui i gradi esplodevano verso l’alto. Il mio sogno sportivo allora era quello di portare l’8b sulle grandi montagne e di diffonderne la pratica come una attività divertente, sicura, appassionante. Nascevano le gare, le federazioni e qualcuno pensava anche alle Olimpiadi. Il risultato più evidente della “massificazione” dell’attività è stata la scalata sulla plastica che abbiamo oggi. Certo, una qualsiasi casalinga di Grosseto o un quindicenne di Varese invece che fare un corso di aerobica o di pallacanestro oggi può tesserarsi alla palestra e appassionarsi all’arrampicata sportiva indoor. Ma probabilmente non andrà nemmeno mai ad arrampicare su una parete di roccia vera, su una falesia o una montagna vera. Non mi sembra questo un grande risultato, siamo lontani dalle motivazioni e dal desiderio di evoluzione iniziale. Idem per lo snowboard: tanti snowboarder freestyler dei giorni nostri con mezzo metro di neve fresca in giro rimangono sui rails o in pista a fare trick perché con una tavola lunga 150 cm montata twin e 65cm di passo mica puoi andarci a fare snowboard fuoripista. In questo senso non vedo nessuna evoluzione, nessuna differenza rispetto ai mono-maniaci dell’agonismo sugli sci in tutino, sci da gigante con le piastre, pali a tutti i costi, che sono stata l’origine della ribellione dello snowboard di cui ho fatto parte. Se sei “chiuso” su te stesso, essere freestyler con le braghe larghe o supercarver in tutina, non fa nessuna differenza. Tanto per fare un esempio.

  1. Se ti senti di comprometterti quale pensi sia stato il punto debole del telemark nel saper catturare l’attenzione degli sciatori o snowboarder, fino ad oggi?
    Nel telemark, dal mio punto di vista, convivono due anime diverse, due correnti a volte parallele e sovrapposte, a volte in conflitto e contrastanti tra loro. Da una parte c’è nella pratica del telemark un innato desiderio di condivisione, di coinvolgimento degli altri, di apertura della pratica verso chiunque. Dall’altra c’è una specie di desiderio inconscio dei praticanti di rimanere una elite alternativa, originale, un po’ chiusa all’esterno. Per questo a me pare, talvolta, si tratta di un movimento un po’ snob. Ad una istintiva ed apparente apertura del telemark e dei telemarker verso l’esterno, segue da parte di alcuni il desiderio di auto-ghettizzazione, di separazione netta e definitiva tra la “old school”, i praticanti pionieri di questo sport, e i praticanti più giovani o occasionali. Ecco, soprattutto questo: mi sembra sia difficile per l’ambiente del telemark accettare che uno possa essere un buon telemarker anche se fa contemporaneamente anche altre cose. Per molti essere telemarker è uno stile di vita. Per me e per molti altri come me, no. Io ho già il mio stile di vita, non ho bisogno di sentirmi telemarker o snowboarder o niente altro per alimentare la mia autostima personale. Non voglio generalizzare, ma in questo senso alcuni telemarker che credono che avere il tallone libero sia automaticamente sinonimo di “mente libera”, dovrebbero ripensarci un po’ su.

 

  1. Hai sempre accolto articoli di telemark nella tua rivista Freerider, pensi che abbia contribuito a far conoscerla anche nel mondo del tallone libero?
    Non saprei. Gli articoli di telemark apparsi su FREE.rider semplicemente mi sembravano belle storie, belle avventure che valeva la pena di raccontare. Non ho mai pensato ai miei lettori immaginandoli per categorie. In generale tra i telemarker ci sono persone molto creative, originali, sensibili. Quasi sempre animate dal desiderio sincero di condividere le proprie esperienze. Dipenderà dal fatto che con una avventura con il telemark non si può “barare”.

  1. E cioè?
    Che convenienza c’è ad andare in culo al mondo con le pelli di foca e facendo il doppio della fatica in discesa, se non sei veramente spinto dalla passione per l’esplorazione, per l’esperienza del viaggio, per pura passione per lo sport? I freerider sugli sci e sullo snowboard in questo senso sono molto più sgamati, più commerciali, portati a realizzare un viaggio, fare delle foto e scrivere un articolo per una rivista giusto per apparire, per vendere e per vendersi. Nella norma i telemarker sono più genuini, forse anche più ingenui e integralisti a volte, ma le loro storie sono quasi sempre “vere”, autentiche ed originali.

 

  1. Secondo te il telemark sta crescendo o lo vedi stazionario o in decrescita?
    Mi viene da dire in crescita, ma fatica a decollare, mi pare. Il problema è quello dei materiali, lo stesso limite che aveva la crescita dello snowboard 10-15 anni fa. A me pare che le aziende facciano troppo poco per promuovere l’attività, i noleggi, gli atleti, se davvero lo vogliono fare crescere, il telemark. Mica lo possono farlo diventare un business, se questo è ciò che vogliono, semplicemente migliorando tecnicamente i materiali oppure soltanto con i test prodotto, le feste ed i raduni. Se pensi che la prima evoluzione della storia dell’attacco da 75mm anziché essere open source nasce imbrigliata da mille limiti e mille brevetti esclusivi, dove è da parte delle aziende tutta questa voglia di farlo crescere? Il mio commercialista, che è uno in gamba, dice che se vuoi fare un bel pupazzo di neve prima devi fare una piccola palla di neve e poi cominciare a farla rotolare in neve fresca, per farla diventare gigante. Le aziende con il telemark vorrebbero fare un grande pupazzo di neve, ma non riescono a coordinare le risorse per fare la prima pallina da cominciare a fare rotolare. Forse non ci credono abbastanza nemmeno loro.

  1. Perchè FREE.rider esce a sighiozzi?
    Ringrazia che usciva. Se non era per la passione che ci mettevo, avrebbe smesso di uscire un bel po’ di tempo fa.

  1. In un mondo ideale cosa ti piacerebbe fare a livello editoriale?
    Una rivista a scadenza periodica lunga, da conservare, di qualità alta, fatta con articoli interessanti e scritti bene. Storie vere, con uomini o donne vere, con atleti in azione, non servizi fotografici con rider che sono fotomodelli anziché esploratori. Un giornale dedicato all’autentico ski-snowboard-tele/mountaineering che parta dalla storia della nostra attività e che sappia guardare al futuro con la autorevolezza di “
    Alpinist”, la creatività di “The Surfers Journal”, la leggerezza di “Powder”, la qualità fotografica dei portfoli di “Fluid”, la passione artigianale di “FREE.rider”. Un po’ come “The Ski Journal”, un giornale così esiste già in effetti, ma tirandosela di meno. Con meno articoli retrò e con maggiore interazione con il praticante vero. E più slancio verso il futuro, verso il nuovo e verso l’evoluzione dello sci. E’ proprio quello a cui sto lavorando, in effetti. Aspetta e vedrai.

 

  1. In questi ultimi anni sono nate moltissime riviste di freeride o snowboard, c’è posto per tutti?
    Il posto per tutti, c’è. Ad essere in crisi è il sistema di distribuzione attraverso le edicole ed il mutato atteggiamento dei lettori rispetto alle riviste che trovano in edicola. Con l’avvento di internet un lettore si aspetta di trovare sulla carta stampata qualità, approfondimento, emozione. Le news, il senso di appartenenza e l’aggregazione si trovano quotidianamente nel web. Le storie si leggono nei libri. Le informazioni e le directory si trovano eventualmente nelle guide o nei manuali oppure ancora con internet. Nelle riviste il lettore di oggi cerca principalmente ispirazione, soddisfazione istantanea del proprio desiderio di fare o di provare a fare. Esattamente quello che manca a quasi tutte le riviste di oggi, che devono necessariamente cambiare. Almeno secondo me.

 

  1. So che lo scambio di domande e risposte tra Osvaldo e Daidola non ti ha trovato del tutto consenziente, ci puoi spiegare il perchè?
    Io sono telemarker da 1/100 del tempo che lo sono loro, forse non avrei nemmeno dovuto permettermi di palartene. Giorgio e Osvaldo, per quanto li conosco, mi sono simpatici. Sono persone che quando parlano di telemark ascolto sempre volentieri. Rispetto le cose che hanno scritto, peraltro interessanti, ma non le condivido. In effetti più che una intervista, mi sembrava un articolo scritto a 4 mani, ma quello non è il punto. Quello che non mi piace in generale (e che non mi è piaciuto della loro intervista) è l’abitudine dei telemarker di sconfinare sempre, quasi necessariamente, nella “filosofia”, nella originalità a tutti i costi, scivolando talvolta nell’auto-referenzialismo. Non è che se Hemingway o Buzzati o Calvino hanno scritto un bel racconto sulla neve, averlo pubblicato o parlarne rappresenti necessariamente l’appartenenza a quel contesto culturale. Filosofeggiare sulla idea trascendente e kantiana della bellezza riferendosi al telemark o tirare in ballo Ovidio Tomi e avventurarsi a dire che il telemark è una forma di esilio che genera grande letteratura, è un po’ troppo snob, per i miei gusti. Però io sono uno un po’ grezzo, magari. H
    o fatto, a quanto pare, 31 numeri di un giornale presuntuoso, volgare, dogmatico, intriso di superficialità e di esibizionismo puro, forse è per questo che non capisco, che non sono all’altezza. A volte ho la sensazione che i telemarker idealizzino eccessivamente la loro “diversità”, la loro presunta appartenenza ad una categoria differente di individui. Senti qua: una volta sono stato a Erto ospite di Mauro Corona per un paio di settimane, ero lì ad arrampicare e a provare una via dura. Durante la mia permanenza a me e al Camòs, Mauro chiese di realizzare una scultura in legno. Io e il Camòs ogni sera lavorammo con impegno ed entusiasmo alla nostra “opera”, poi l’ultimo giorno prima di tornare a Bergamo la consegnammo a Mauro. Lui stando immobile fissò la mia scultura a lungo ed io probabilmente spaventato dal suo giudizio e dal suo silenzio, iniziai a spiegare cosa avevo cercato di fare. Avevo la pretesa di spiegare quella che io sentivo come la mia arte. La mia spiegazione era apparentemente razionale, piena di riferimenti e di idee che nei miei limiti avevo cercato di sviluppare e mettere in pratica durante il lavoro alla mia scultura. Ad un certo punto, durante la spiegazione, Mauro mi interruppe e mi disse : “ Mona, l’arte è quello che vedo io, non quello che dici tu. L’arte è emozione, non scienza. L’arte è forma, non geometria. L’arte è percezione, intuizione, silenzio.” Ecco, lì ho capito la differenza tra essere “intellettuale” e “intellettualiode”. Secondo me i telemarker a volte, dietro un apparenza scanzonata ed autoironica, si prendono un po’ troppo sul serio, mettiamola così: sono un po’ “intellettualoidi”.

20.       Avrai senz’altro consociuto telemarker stanieri durante i tuoi viaggi, che differenze noti tra loro e i nostrani?
All’estero in genere mi sembrano più attratti dal telemark in quanto “movimento sportivo”, piuttosto che dal telemark in quanto “movimento culturale”. Forse perché loro hanno iniziato prima, i praticanti sono una generazione più avanti rispetto a noi e il loro è un ambiente meno chiuso, meno locale, con più influenze esterne.

 

  1. Ci sono le stesse differenze tra snowboarder stanieri e nostrani?
    Grossomodo, direi di si. Anche se agli snowboarder di apparire intellettuali non interessa proprio. Quelli nostrani scopiazzano dai pro stranieri il desiderio di essere trasgressivi, fuori dalle righe. Ma il meccanismo con cui si coglie principalmente l’aspetto più evidente (non necessariamente quello più esteriore), è lo stesso.

 

  1. Chi scia meglio però?
    Mediamente loro, nello snowboard. Nel telemark mi viene da dire che loro forse sono meno stilosi degli italiani che conosco, ma mi pare che a volte siano meno leziosi e più efficaci. Però magari mi sbaglio, io sono un pivello.

 

  1. Sei Istruttore Nazionale di snowboard e per un breve periodo sei stato anche responsabile tecnico poi hai lasciato, ci puoi spiegare il perchè?
    Perché non mi piace essere preso in giro e non mi piace prendere in giro gli altri. Fare il responsabile degli Istruttori, se non sei uno che si accontenta di scaldare la sedia, significa perdere un sacco di tempo in incazzature, scocciature, problemi, emergenze infinite senza riuscire a lavorare concretamente e positivamente su programmi e progetti precisi. Ho dato le dimissioni perché da solo per lo snowboard, con i miei progetti, faccio molto di più. Stare seduto su quella sedia era come andare con il freno a mano tirato, senza poterlo abbassare.

  1. Non credi quindi nelle strutture quali le federazioni come veicolo per diffondere lo snowboard o il telemark?
    Non credo nelle federazioni in generale, non credo nel CONI e nemmeno nelle Associazioni dei Maestri o nei Collegi. Almeno per come sono organizzate e gestite ora.

  1. Sei uomo immagine di The North Face, hai l’impressione che in TNF ci sia interesse per questa pratica o no?
    Sono un atleta del Global Team, TNF supporta la mia attività, le cose che cerco di fare, di dire e comunicare, i miei progetti. E’ un vero lavoro. E’ gente incredibile, seria ed appassionata. Supportano tutto quello che è passione autentica per l’outdoor e per la montagna e il loro business è animato dal desiderio puro di essere un elemento propulsivo per l’ambiente montagna, intesa come sport, come espressione creativa e come fonte di ispirazione. TNF supporta il desiderio di esplorare sempre più in là di tutti noi atleti ed indirettamente di tutti i consumatori del suo prodotto. Supporta quindi anche il telemark ed alcuni bravi telemarker che vivono il nostro sport come una autentica avventura complessiva. Credimi, sono davvero orgoglioso di appartenere ad un team così.

  1. Il più bel sito Internet di snowboard?
    Azz… non li guardo, i siti di snowboard.

  1. E di telemark?
    Poco anche quelli. Vengo a vedere thewhiteplanet.it, poi telemarktribe.com, e poi se mi serve digito telemark sul motore di Google e navigo a vista.

  1. Hai condiviso una spedizione, se non sbaglio al Pic Lenin, con due telemarker Luca Dalla Palma e Elena Spalenza, il quell’occasione il telemark non ti aveva colpito o non avevi tempo per provare?
    Allora ero così concentrato sulla mia discesa, che non avevo fatto molto caso al telemark. In quella occasione anche Luca e Elena gli sci avevano dovuto portarli quasi sempre nello zaino, come me lo snowboard. In quella occasione, per via delle condizioni e del tipo di montagna, il telemark non mi aveva mostrato in pieno in tutte le sue potenzialità. E poi, dal canalino da cui a 7100 metri sono entrato nella parete nord, non sarei mai sceso in telemark! Però alla fine, eccomi qua, innamorato perso del telemark.

29. E allora quando ci facciamo una sciata insieme, alla skieda o vieni
a trovarmi a primavera?

Se sarò in Italia, alla Skieda vengo di sicuro. Vado con un gruppo in British Columbia, poi rientrando mi piacerebbe fare il giro dall’Alaska. Già che ci sono… Fanno un telemark festival, ad Alyeska, si chiama TelePalooza. Se mi fai la giustifica per l’assenza alla Skieda, poi cerco di recuperare con una delle tue gite di primavera e vengo a trovarti, magari alle Svalbard. Posso?

 

2 Responses »

  1. Bella li Emilio! Ho aspettato un pò prima di scrivere…secondo me l’han letta in molti l’intervista ma nessuno ha il coraggio di controbattere. peccato. Son sicuro che in molti non han digerito certe tue affermazioni ma probabilmente preferiscono commentarsele in via privata. Peccato. Peccato dal mio punto di vista la potenziale discussione che hai innescato con le tue risposte sarebbe molto valida e farebbe molto bene all’ambiente del tmk. vabbè n’altra volta vai più soft magari fai meno paura…
    Personalmente mi identifico in molte delle tue affermazioni, ma non voglio commentare oltre. Grande! saluti fab

    PS: che chicca quella del telepalooza. la settimana scorsa ero a sciare proprio con dei ragazzi americani che saranno li…st’anno salto il giro ma il prossimo si potrebbe proprio metter su un bel gruppetto per una italian mission a Alieska

  2. Accolgo lo stimolo del lattanz.

    Premesso che non sono nessuno nel piccolo mondo del telemark, nel senso che non ho mai organizzato nessun raduno (e li frequento molto raramente) nè ho titoli particolari, ma mi limito a sciare a tallone libero in pista, fuoripista e a farci scialpinismo in modo credo dignitoso da circa 5 anni,.

    A me sembra che Emilio non sia poi così hard e non dica poi cose tanto scandalose ma ragionevoli e condivisibili.

    Ma forse a me manca tutto quel presupposto di storia, di discussioni e polemiche che trovo sinceramente, a volte piuttosto vuote.

    Ma non è che ci manca proprio quel pragmatismo degli americani che sciano a tallone libero e basta, senza riunisrsi e discutere tanto? Secondo me serve più vedere uno che scia in un comprensorio a tallone libero per i cavoli suoi che mille raduni dove in fondo ci si ghettizza un po’. Si genera spesso un interesse degli altri sciatori a provare.

    Forse la nota più critica è quella a Daidola a proposito dello snobismo di una certe affermazioni “letterarie”, si può condividere , ma è anche vero che questo atteggiamento si vuole contrapporre a quello del mercato che tende ridurre lo sci (a tallone libero o bloccato e lo snow) solo ad immagine e marketing.

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