Due linee.
Sono sempre una a destra ed una a sinistra. Le ho viste disegnare partendo dal basso e salendo, oppure al contrario. Non sono sempre ben definite, anzi, tendono ad essere molto mosse. Si congiungono sempre nell’estremità più alta così da formare un triangolo. Così da formare una montagna. Le abbiamo disegnate tutti da piccoli, probabilmente le disegneremo ancora adesso nella stessa maniera.
L’ultima volta di linee ne ho contate tre. C’era infatti una linea orizzontale che congiungeva le altre due.
Così Giacomo, mio figlio più grande, ha disegnato un vulcano dopo aver visto una foto dello scorso anno. Ha una passione sfrenata per il disegno. Qualsiasi cosa veda la interpreta su un foglio, con imbarazzante semplicità ed accurati dettagli. Come tutti i bambini.
Ecco, prima di partire per il mio terzo viaggio in terra orientale, si è presentato con questo foglio. Vulcano e sciatori, così immaginava il mio viaggio.
Ma non io. Forse io questa volta non mi aspettavo niente.
Ormai parlando di Giappone in chiave sciistica ci si aspettano metri di neve ogni giorno, curve nelle quali ti immergi e non vorresti più riemergere, pendii perfetti da tracciare. In effetti è così. E’ una terra in cui trovare condizioni nevose stupefacenti è facilissimo. Ma non sempre, non ogni curva è quella perfetta, non ogni giro od ogni sciata. Le condizioni cambiano, e bisogna anche avere il fiuto di cercarle quelle ottimali. Molte volte ci vuole anche fortuna. Ma dove non ce ne vuole?
Polvere e neve non sono due elementi strettamente correlati in Hokkaido. Noi li abbiamo sfruttati. Siamo stati fortunati. Ma soprattutto bravi, e sognatori.
I sognatori, intendo quelli caparbi, vincono sempre.
Day 4, Yotei.
Alle sei la mattina fa freddo. Il minibus è già pronto. Motore acceso e porte aperte. La prima cosa che faccio è caricare gli sci. Poi inizio a camminare nel piazzale. Guardo gli altri, tutti intenti a nascondere la faccia nel bavero della giacca, forse a ricercare quel calore che solo il letto, fino a qualche minuto prima, riusciva a trasmettere. Con qualcuno si parla, ed il fumo che esce dalla nostra bocca fa ben capire la temperatura. Nei momenti di silenzio si sente solamente il rumore del motore e lo scricchiolio degli scarponi sulla neve fredda. E’ un rumore che riconoscerei in mezzo a mille altri. Un rumore che mi accompagna ogni inverno.
Prendo posto. Il minibus parte e l’autista, allungando il braccio sinistro, mi offre la sua thermos. Aprendola il profumo del caffè riempie il mio naso e per un attimo prende il posto dello sgradevole odore di nafta e olio.
Mi guardo in giro e vedo ancora il fumo uscire dalla mia bocca. Anche nel minibus non è molto caldo.
7.30 Il parcheggio è all’ombra. Il sole sta iniziando a sorgere, si vede la prima luce del mattino che però ancora non ci sfiora. Ci prepariamo. Montiamo le pelli, qualcuno si toglie la giacca e partiamo. Io per ultimo.
Ascolto ogni passo. Faccio scivolare avanti una gamba e poi l’altra. Lentamente, senza fretta., Sento il freddo e vedo i colori delle tute allinearsi e mischiarsi nel bosco.
Quando arriva il primo raggio non mi scalda. O meglio lo fa, ma la prima sensazione è quella di un brivido che mi attraversa tutto il corpo e prima di percepire calore passa qualche istante.
La vegetazione finisce, la salita non è molto impegnativa. E’ solamente lunga. Salire e vedere l’oceano e l’orizzonte non è una cosa molto ricorrente in Gennaio.
Le foto, tutte uguali, si sprecano. Ma è giusto così.
Dobbiamo arrivare ad un rifugio. Ovviamente sappiamo che è chiuso, ma avere un obiettivo è fondamentale.
Spingo Valentino. Fa fatica, l’attrezzatura che ha non è la più adatta per la salita. Ma per chi vive la neve poco importa. Oggi, non c’è fretta.
La neve ed il vento hanno modellato il rifugio in maniera strabiliante. Non si capiva dove fosse la porta. E forse neanche se ci fosse il rifugio sotto quello strato di neve. Sembrava una statua di ghiaccio però non ben rifinita.
La forma del rifugio mi ha ricordato in maniera chiarissima un regalo che ero solito ricevere a Natale da una zia della Germania: una casetta di biscotto alla cannella e marzapane ricoperto di zucchero. Un dolce dal sapore indefinito che ancora adesso riesco a rivivere e non sopporto.
Fa freddo. Ma non c’è un soffio di vento.
Il cratere dista circa 100 mt. Ormai ci siamo. Le prime curve le facciamo nell’ombelico del vulcano. Fino al centro. Polvere. Poi, con calma, risaliamo. Vedo specchiarsi gli altri nella mia maschera. Non l’ho tolta tutto il giorno. Sulla fronte si sarebbe appannata con il sudore e poi, un po’ di intimità la maschera la dà sempre.
Stacchiamo le pelli con poca difficoltà. Ormai dopo averle già tolte una volta la colla fa poca resistenza.
Ora, si scende.
Si vedono tutti i colori. Di solito è il grigio che fa da padrone in questo periodo a Niseko ma oggi, si vede tutto.
Il pendio è un foglio sul quale tutti noi siamo pronti a lasciare la nostra firma. C’è spazio per tutti, è talmente largo che non ci sono problemi di sovrapposizione di linee.
Per un attimo mi isolo. E penso. Penso al disegno di Giacomo. Ai miei colleghi che fanno scuola in lingue di neve. Ai miei amici. Alla mia fortuna ad essere in cima allo Yotei. Alla mia relazione con la neve.
E parto. Poi non penso più a niente. Solo a sciare. A sentirmi sciare. A sentirmi vivere.
Realizzo dopo un po’ che le uniche parole che mi escono sono :“Bello eh?” . Non vedo più neanche il fumo uscire dalla bocca.
La discesa è “LA DISCESA”.
Questa giornata, queste curve, questa fatica e questi sorrisi non se ne andranno mai.
In fondo all’ultimo tratto pianeggiante c’è il minibus che ci aspetta. Motore acceso, porte aperte. Il solito odore di nafta. Ma nessuno ha voglia di salirci. Tutti ci mettono un bel po’ per attraversare questo pianoro.
L’autista ha finito il caffè. Ci offre una birra che tutti gustiamo guardando il nostro foglio appena firmato.
Dopo poco ci chiede di salire.
Mi giro, lo guardo e in inglese gli chiedo “ Ancora un po’ se non ti spiace, oggi non c’è fretta. Oggi, abbiamo vinto.”
STEFANO “NANO”





Complimenti……….vi invidio…….