BAMBU’

BAMBU’

C’è un altro elemento che mi disturba tantissimo, o meglio mi disturbò una volta ma in modo notevole. I boschetti di bambù. Quando ci son finito dentro con gli sci è stata una delle esperienze più claustrofobiche della mia vita in generale. Attenzione che non è un ipotesi così remota specie se avrete la fortuna di andare a sciare in Sud America o in Himalaya o in Giappone.
A me capitò a Bariloche, Argentina. Era il mio primo viaggio laggiù. Raggiunsi gli amici Jacob e Conny che erano a Bariloche già da alcune settimane. Lui è danese, lei austriaca. Abitano a St. Anton e gestiscono un lodge e vi consiglio di andare a star da loro se vi recate a sciare in quella Mecca della neve profonda. Quella volta mi aspettavano alla Bolsa del Deporte, un lodge confortevole e accogliente che assomiglia alle case degli Hobbit.
Con Jacob e Conny sciammo un po’ dappertutto.
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Lungo i fuoripista della stazione Cerro Catedral, il vulcano Lanin e un giorno decidemmo per una cima poco lontana dalla città. Lasciata l’auto seguimmo il fondovalle, lungo il fiume.
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Jacob mi raccontava della bellezza di pescare a mosca in Argentina e guardando le acque del torrente era facile comprendere il piacere di una giornata in quella natura muniti di una canna da pesca. I fianchi della valle erano coperti di una fitta vegetazione. Per riuscire a guadagnare i campi di neve al di sopra del limite arboreo ci toccò fare un po’ di arbo-alpinismo lungo una forra, aggrappandoci a rocce, rami e tronchi. In non molto tempo, ma a costo di molto sudore, raggiungemmo la neve e i pendii aperti che portavano alla cima. Messe le pelli e mossi i primi passi, ricordo che mi fermai per fotografare Conny in salita. La caratteristica della foto era data da due inusuali fragili e sottili fusti di bambù che sbucavano dalla superficie nevosa. Nel mio immaginario i bambù sono legati ai ricordi delle estati al mare. Alle scorribande lungo il fiume Magra. Vederli lì nella neve era curioso e fuori dagli schemi. La fragilità e le sottili foglie mosse dal vento mi spingevano a evitarli e scansarli per non romperli. Da lì a poche ore li avrei odiati, in una lotta dove la sensazione fu spesso quella di rimanere sconfitto.
Raggiunta la cima ci si offrì il classico e grandioso panorama della Patagonia del nord. Monti, creste, pendii, laghi e più lontano la Pampas. Tranne la scarpinata nella forra era stata una salita breve e non faticosa.
Pronti a partire Jacob disse: “Speriamo di non finire nei bambù!” Pensai fosse un giusto avvertimento ma non diedi importanza alla cosa inesperto coem’ero.
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Tutti e tre a telemark iniziammo la discesa che chiaramente si spinse più che poteva verso valle cercando d’utilizzare le lingue di neve che si spingevano più in basso nella foresta. Su una cresta ci fermammo e Jacob disse sconsolato: “Eccoci fregati. Guarda quanto bambù ci aspetta.” Anche se il loro tipico verde chiaro indicava una fetta di bosco piuttosto ampia io ricordavo solo la loro fragilità e grazia.
Come spesso accade, scordandoci che il gruppo fa la forza e spinti dall’orgoglio di pretendere d’aver più naso dell’altro nel trovare la via migliore, ci dividemmo. Loro a destra, lungo una rotta che mi sembrava allontanarli dal fiume, io a sinistra. “Li frego e poi quegli stuzzicadenti….che vuoi che siano?” In realtà mi aspettavano due ore di guerriglia.
Entrai in quel boschetto come si attraversano quelle tende a filamenti tipiche dei negozi di mare. La scosti e sei di là. Nello spazio aperto. Iniziai a scostare la prima tenda di bambù e mi trovai tra mille altre tende. Ovunque. Tutt’intorno. Non c’era verso di trovare spazio. Come posso dire? Immaginatevi uno spazzolino da denti con le sue setole e voi ci siete dentro in miniatura. I problemi materiali sono moltissimi quando ci si trova dentro. Sono fittissimi, per di più non crescono tutti diritti. Molti sono inclinati quindi è esattamente come essere presi in una ragnatela.
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Vedevo uno spazio in basso, mi chinavo per intrufolarmi e in alto le punte degli sci, fissati sui fianchi dello zaino, si impigliavano e mi trovavo ribaltato all’indietro. Si aprivano in alto e mi lanciavano verso quell’ipotesi di spazio e loro si incrociavano in basso così lo scarpone veniva bloccato come in uno sgambetto e cadevo come un vitello in un rodeo. Dopo un po’ mi sembrò di essere in Vietnam e mi vedevo come “marine” cadere su un vecchio spunzone di bambù. Da lì a un attimo mi spettavo di vedere la fiammata del napalm.
Gli sci sui fianchi dello zaino erano un problema. Pensai di slegarli e messi sotto braccio pensai di usarli come un ariete. Speravo di fendere la cortina o eventualmente abbatterla. Oramai era una guerra, dovevo aprirmi un varco con gli sci. Ma non funzionava. Erano così fitti che spesso le punte ne centravano uno e così dovevo pure districarli. Avevo un paio di Pocket Rocket. Gran sci sulla neve, ma disastrosi tra i bambù! Erano a doppia punta e quindi non potevo girarli e usare le code come sistema per scostarli.
Per fortuna quel maledetto bosco declinava ancora e anche se in modo lieve mi si offriva un’idea di massima pendenza da seguire. Sì, perché immersi dentro non si vedeva neppure in alto. Dentro quella selva non si hanno più punti di riferimento. Tutto quanto si ha intorno è assolutamente uguale, ovunque si giri lo sguardo. Seguendo il pendio sapevo di proseguire in direzione del fiume. Fino a quel momento era come se fossi ancora provvisto di bussola.
Più di una volta mi prese un senso di claustrofobia. Dopo un passo, tutt’intorno, il bosco si chiudeva e non si vedeva nessuna nuova ipotesi di uscita. Bisognava ripetere o il disboscamento o la carica in avanti. Abbattuto lo strato davanti speravo di scoprire un minimo di spazio tra i seguenti ma era una delusione. Di nuovo stecchi verdi e nerastri. Coperti di foglie nuove o marce. Più volte sperai di intravedere una linea seppur labile di spazio libero. E’ stata la massa di materia più fitta e uniforme entro la quale mi sia mai trovato. Debbo dire che ci si mise pure la stanchezza. Un passo avanti e due indietro. Rialzati. Strappa lo zaino e gli sci impigliati da quei legacci che arrivavano quando meno me lo aspettavo e nei modi più subdoli. Da un certo punto in avanti non mi rimase che cercare di abbattere con tutto me stesso quella cortina apparentemente fragile ma compattissima.
Un avanzare fatto di pochi passi e poi arrestarsi a ritrovare l’equilibrio, a districare sci, racchette e scarponi da quella rete da pesca dentro la quale ero finito.
Unica consolazione era l’essere da solo e non avere la responsabilità di clienti, figlie o amici. Se ci fossero stai avrebbero percepito la mia ansia d’essere perduto.
A un certo punto sbucai in una palude, ma almeno lì c’erano tratti un po’ più aperti. Senza malefici bambù. L’apertura deviava verso sinistra allontanandomi dal fiume. La seguii tenendo d’occhio se a destra vedevo un cedimento nella nuova cortina di bambù che riprendevano a serrare lo spazio in un corridoio sempre più stretto. La novità era che questa apertura era dove iniziava il piano. Quando avessi deciso di buttarmi a destra avrei dovuto procedere come un bulldozer. Dovevo abbattere quanti più bambù potessi e mantenere una linea retta. Il rischio era finire in una sorta di dedalo.
Dopo almeno due ore sbucai sul sentiero a pochi metri dal fiume. Lercio di fango, foglie, pezzetti di legno.
Ero libero, ma la sensazione di essere avvolto come una mosca nella ragnatela mi portò a non fermarmi neppure per pulirmi un po’. A passo spedito proseguii sul sentiero fino all’auto, quasi come temessi che i bambù potessero rincorrermi e riavvolgermi.
L’unica soddisfazione fu aver preceduto Jacob e Conny di una buona mezz’ora. Quando arrivarono non ci furono molte parole, lo strato di sporcizia, fango e sudore parlavano da soli. Forse le uniche due parole che uscirono dalle bocche furono: “Fucking Bambù!!”

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