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Il primo giorno, la prima sciata

Il primo giorno, la prima sciata

Faccio proprio bene a allenarmi con lo sci di fondo. Le gambe sono grissini dopo 5 mesi in barca e alla fine della prima giornata di fondo i muscoli riappaiono, sono un po’ legati e intorpiditi.
È stata una fortuna l’anno scorso incontrare Christain Kaleu, maestro anche di fondo e chiedergli un paio di consigli. “La caviglia dello sci spinto in avanti deve sempre rimanere chiusa, mai aprirsi a novanta gradi”. Lo verifico a ogni falcata, spingo da dietro ma devo essere sicuro di voler far scivolare più avanti possibile quello sci e chiaramente rimanerci appoggiato, altrimenti cosa lo spingo avanti a fare?
Ma adesso devo decidere con che attrezzatura voglio andare a sciare la prima giornata della stagione, cuoio o plastica, 3 pins o attacchini? E poi una vocina che mi chiede, come ogni anno: “Ma ti ricorderai come fare?” Non ultimo il pensiero degli ultimi giorni, prodotto della lettura di un articolo della rivista Powder dove si sostiene che il telemark sia “ri-morto”.
Ci credo in un certo senso, ma so anche che non è vero altrimenti anche oggi avrei optato per gli attacchi da sci alpino.

Plastica e 3 pins, ma capperi i soliti T2 che ho sempre reputato giusti in tutto e per tutto oggi mi sembrano altissimi, pesantissimi, ingombranti, mi rammarico di non aver scelto il cuoio, ma poi capisco che quei difetti che percepisco (veri per molti versi) sono legati al fatto che fino a ieri scivolavo con scarpette da fondo. Merda, se il telemark muore e ri-muore il fondo vive sempre, basta vedere quanti sciatori ci sono in pista ogni giorno.

Per fortuna non ho scelto il cuoio, la neve è dura. Per quanto sia nevicato abbondantemente e sia in alto il caldo e forse un po’ di pioggia l’ha indurita, si poteva sciare anche col cuoio ma le ginocchia non sarebbero state contente.

La prima discesa e giornata di ogni anno l’ho sempre amata. Tutto avviene da solo, la mente è più distaccata dai tecnicismi e poi so oramai che spingendo avanti quello sci si gira. Se non eseguissi quel gesto non girerei, e non utilizzerei il pregio fondamentale del telemark.
Dio/Diavolo come esclamava Zorba il Greco è magico, è dentro il mio/nostro corpo.
Scio, curvo, gli sci tengono pure sul duro.

Guarda quanta gente in pista, va beh che è giornata gratuita, ma c’è tanta gente e in percentuale i telemarker son tanti, almeno una dozzina. Sembrerebbe che il telemark non sia proprio morto, guarda lì! Se da un lato son rasserenato dalla vista di cotanti telemarker vi vedo anche i germi che possono portare a dire che il telemark è morto o morirà di nuovo.
Guarda quello come va a balla, vuol rivaleggiare con i ragazzi dello sci club che si stanno allenando? Ha già perso e il telemark perderà ancora una volta.
Guarda quegli altri non fanno telemark, si mettono in posizione dopo aver girato in altri modi, anche qui intravedo una nuova morte. Qui però e specie tra le ragazze almeno c’è la qualità della lentezza, valore del telemark anzi oserei dire a questo punto ossigeno del telemark. Andando piano, non inseguendo lo sci alpino sia per velocità sia per atteggiamenti motorici sia per attrezzature il telemark continuerà a vivere.

Rileggo l’introduzione al bel libro di Tai Chi che Francesco mi ha donato e sostituisco a Tai Chi la parola Telemark.
“Il T. è poesia del movimento.”
Oggi giravo perché eseguivo un movimento progressivo, non mi mettevo in posizione e il risultato di questo gesto poetico era la poetica della curva.
“Il T. è volto a far conseguire grazia e equilibrio, a promuovere la salute fisica, emotiva e a sviluppare la forza interna o il flusso d’energia.”
Forse ci arrivo vicino ogni volta che scio a tallone libero, non so quanto in alto in questa conoscenza le mie capacità mi pongano, ma credo che sia un po’ più in alto di quanti non comprendano il valore interno che potrebbe avere per ciascuno di noi.
Si perché pensandoci credo che il telemark non sia morto e non morirà solo se chi lo scia lo faccia per motivazioni interiori, per una gioia interiore non per apparire.
Scio per sentire il tutto intorno a me, per sentirmi dentro, cosa poi appaia all’esterno non mi interessa anche se devo ammettere che come per tutti anche io ho sciato spesso o per anni concentrandomi sull’esterno, ciò che si vede. Ora basta finché posso scio a telemark solo per me alla velocità mia o sua.
Continuo a sfogliare il libro di Tai Chi: “Si deve praticare correttamente e costantemente”
“Questo libro fornisce informazioni … ma se non le si mette in pratica allenandosi chi lo avrà letto saprà discutere con sagacia dell’argomento ma non saprà raggiungere agilità, eleganza …”
Qui , in questa frase c’è forse la risposta più vera e forte a chi dice che il telemark è ri morto: “…tutti i grandi maestri sottolineano che il significato del Tai Chi, scusate del telemark, risiede nei suoi aspetti interiori, non nelle sue forme esteriori”.

Se si guarda all’aspetto interiore (sempre che interessi a chi scia a telemark, che legge e disquisisce di telemark o scrive articoli per Powder) il telemark è tema/argomento/espressione che inorridisce al sentirsi chiedere se è vivo! È vivo dentro, deve vivere di interiorità e se mi chiedi se è vivo devo spiegarti cos’è per me nel profondo e tu che scrivi, che disquisisci, che scii male non puoi capirlo anche se cerco di spiegarti.

Scendo a valle. La giornata è stata piacevole, neve un po’ dura ma va beh. Penso ancora…sarebbe bello che il telemark rimanesse nell’esteriore sempre anti conformista, sempre qualcosa di nuovo, diverso. Si può riuscire nell’esteriore?
In qualche modo si: ritornare all’attrezzatura migliore, quella cioè di una volta, scarpe basse, attacchi 3 pins avevamo già semplicità e leggerezza ci siamo resi la vita difficile a correre dietro all’ultimo scarpone, all’ultimo attacco a che prò ?
Per farlo morire ancora una volta?
Non dico di ritornare alla preistoria ma tornare alle origini di ciò che ci spinse a provare “sto benedetto telemark”.
Anticonformista al punto di dedicare la prossima Skieda (che sembra sarà l’ultima … non ridere) alla dichiarazione della fine e qui si morte dei festival.
Si era anticonformisti ad organizzare questi eventi, ma oggi mi sembra che ci si costruisca la propria riserva indiana.

Saccheggio ancora ma da altre fonti.
“Camminare (telemark è il passo in curva) è un’attività fisica che appartiene alla mente, perché è capace di svuotarla e riempirla come noi volgiamo e ancor più come noi non vogliamo, invita la rispetto del silenzio e della lentezza”

“Festival. Estraggo dalla parola il cuore e leggo: Festa. Dovrebbe essere collettore di idee e propulsore di energie nuove. Un festival non dovrebbe essere quindi solo il “meglio di” Deve essere luogo di sperimentazione espressiva”.

“Hippie. Eravamo in migliaia sul prato. Musica, cantavamo. Ognuno era chiuso nella sua bolla di illusioni, nel suo mondo estatico. Guinbreg era uno dei più entusiasti di quella gioiosa premessa della rivoluzione hippy. Ma a un tratto mi disse: “Lawrence e se ci stessimo sbagliando?”

“Musica classica. Che solo i vecchi la possano apprezzare è falso. Chi ascoltava Bob Dylan oggi ascolta la classica e così sarà anche per i giovani di oggi. La modernità della musica classica, del telemark, è la sua universalità e varietà di forme. Il suo limite ma è poi il nostro limite di come la pensiamo, è un immotivato compiacimento snobistico e eccessiva enfasi sul passato…”

“Nostalgia. Gli antichi dicevano “Niente di nuovo sotto il sole” Grande lezione d’umiltà per una civiltà ammalata di futuro”.

Stiro i muscoli che tra fondo e telemark son tornati a farsi sentire, e è cosa bella. Se ho sciato il primo giorno della stagione a telemark è perché ha senso dentro di me. Mi trovo a pensare che se è sempre stato ripreso anche per anticonformismo oggi il suo problema è che è diventato anche lui conformista.

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