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DESTRO SINISTRO e SICURATTACK

DESTRO SINISTRO e SICURATTACK

Buongiorno, vorremmo presentarci: siamo Destro e Sinistro, due fratelli.
Certo siamo un paio di sci! Si, gli sci parlano.
In effetti non possono farlo spesso, ma in occasioni speciali – e questo libro lo è -, possiamo raccontare tutto quello che ci è capitato nella vita.
Abbiamo anima e memoria. Ma non iniziamo a considerare l’anima di legno e la memoria in quanto capacità a riprendere le forme originali. Aspetti tecnici che lasciamo ai tecnici.
Tanti anni fa fummo regalati a un ragazzino. I primi momenti furono proprio piacevoli. Stavamo sempre insieme. Il nostro giovane proprietario ci usava solo in piano. Lunghe camminate sempre uno a fianco all’altro. Dovete sapere che ci piace stare vicini. Certo, uno era un po’ più avanti poi l’altro lo raggiungeva e lo sorpassava, ma nell’attimo in cui ci si incontrava ci scambiavamo un’occhiata e ciò ci riempiva di gioia. I momenti più belli erano durante la pausa pranzo. Uno a fianco all’altro appoggiati a un muro e baciati dl sole. Lì al sole potevamo raccontarci dello spavento quando in segheria sembrò volessero dividerci. Eravamo due assi tagliate dallo stesso tronco e sarebbe stato proprio un peccato se quello sbadato del garzone addetto alla circolare, come sempre intento a guardare le gambe della ragazza addetta alla verniciatura, ci avesse separato. Dovete sapere che noi possiamo dare il massimo solo se abbiamo caratteristiche simili e due assi tagliate dallo stesso tronco e adiacenti sono l’ideale.
Fu un momentaccio. Io Destro rischiai di finire insieme a un asse così brutta che solo a pensarci rischio di creparmi. Sinistro invece rischiò di finire con le assi per costruire slitte. Che fine miserabile sarebbe stata. Fortuna volle che il padrone della fabbrica, per altro geloso degli sguardi del ragazzo, notasse l’errore e accorse a rimetterci insieme.
Tornando ai nostri primi tempi sulla neve ricordiamo il giorno quando in pausa pranzo eravamo a crogiolarci al sole. Se non che arrivò un bell’imbusto, un certo maestro di sci. Prese per mano il nostro padroncino e con l’altra agguantò noi e si incamminò in direzione di una facile discesa. Tragedia! Noi soffriamo di vertigini dato che appartenevamo a un albero cresciuto in pianura. I maestri di sci certe cose dovrebbero saperle e tenerle in considerazione!
Eravamo lassù terrorizzati, l’unica nostra forza stare vicini, quando sentimmo il bellimbusto dire: “Allontana le code più che puoi”! Ma come: l’unione fa la forza e questo ci vuole separare? Per fortuna le punte erano ancora vicine e così potevamo rincuorarci. Diciamo anche che erano più le volte che il nostro padroncino ci lasciava avvicinare rispetto a quelle che ascoltando il maestro avremmo dovuto rimanere lontane.
Fu un gran brutto periodo della nostra vita. Sempre e solo a vederci di sfuggita. Un mucchio di tagli e ferite dato che ci incrociavamo spessissimo.
Per poterci vedere un po’ più spesso avevamo sviluppato una tecnica. Se ci incrociavamo con decisione lui era costretto a cadere e per rialzarsi ci doveva affiancare e così noi potevamo raccontarci tutte le bellissime cose che avevamo visto durante la discesa. Sì, perché non avevamo più le vertigini e iniziavamo a divertirci quando scivolavamo a una velocità che giorni prima ci sembrava folle.
Col tempo le cose migliorarono. Avevamo sentito il bellimbusto menzionare lo Stem Christiania. Questo benedetto Stem ci permetteva di trascorrere più tempo affiancati. Tanto per aiutarvi a capire, perché neppure voi saprete cos’è sto benedetto Stem, sappiate che in curva durante la prima metà eravamo lontani, ma finalmente durante la seconda eravamo belli affiancati. E dobbiamo dire che dopo un po’ il nostro padroncino ci conferiva un aspetto elegante tendendoci più vicini possibile. Sempre più sciatori dicevano: “Guarda che piccolo è ma come tiene bene uniti gli sci”! Sia chiaro che il merito era nostro o meglio, merito dello spavento iniziale.
Anche i rapporti con il bellimbusto erano migliorati. Con la primavera ci strofinava la pancia con una certa sciolina. Ci veniva la pelle d’oca. Quando poi usava la sciolina Silver diventavamo tutti d’argento e ci tornavano alla memoria quei bei pini argentati che crescevano al nostro fianco prima di finire in segheria. Avevamo sempre invidiato le chiome argentate di quei bei pini e ora belli solleticati e argentati ci mettevamo a sognare. Sognare però non è la cosa migliore da fare scivolando lungo un pendio e così causavamo delle rovinose cadute. Il poveretto, su di sopra, quando ci abbandonavamo ai nostri sogni non riusciva più a tenerci. Inciampavamo, accavallavamo le punte e il tutto terminava in un capitombolo spettacolare. Poi come oramai sapete stavamo un po’ più insieme, ma quelle cadute ci lasciavano graffi e ferite e la nostra bella vernice diventava sempre meno brillante.
Un giorno poi ci fu un incidente. Dovete sapere che sin dai primi giorni fummo costretti a convivere con una serie di aggeggi metallici che ci furono avvitati sul dorso. Ora lasciamo giudicare a voi se una così bella colorazione rosso vivo, con tanto di filetti blu e bianchi lungo i fianchi, potesse essere violentata da tanto ferro e viti. Uno scandalo. Per di più questi ferri – si facevano chiamare attacchi – non ci vedevano di buon occhio, ma neppure sembravano andare d’accordo col nostro amico sciatore. Già era capitato che avessero stortato caviglie e ginocchia del povero ragazzo. Ma fino a quel giorno non era mai successo nulla di grave, e poi …
Quel giorno la neve era particolarmente pesante e lenta. Il bell’imbusto ci aveva strofinato sciolina in quantità doppia e così ci mettemmo a scivolare al doppio della velocità persi nei nostri sogni. Il problema era che anche il nostro ragazzino sognava. Invece che pensare a curvare e allo stile pensava ai regali che aveva ricevuto a Natale. E gli Attacchi pensarono pure loro di farsi un bel regalo di Natale. Una bella vacanza “non sciistica”. Gli attacchi decisero di farlo cadere. Ricordatevi che andavamo a velocità doppia. Ci obbligarono a impuntarci nella neve e rischiammo di romperci con logica fine nel caminetto di casa. Si sentì un crac. Non proveniva da noi, speravamo venisse dagli Attacchi, ma la verità era che si era rotta Tibia, un’inquilina del piano di sopra che fino ad allora non sapevamo neppure esistesse.
La morale fu che gli Attacchi riposarono per un mese in cantina al buio e noi con loro. Unica soddisfazione fu che arrugginirono e noi a seccare per mancanza della benamata neve.
Quando sembrava che tutto fosse finito per noi, il padre del ragazzo ci prese e portò via. Terrore, cosa ci capiterà? Avrà capito che non c’entriamo nulla con l’incidente? Ci ritrovammo tremolanti in un laboratorio. Sul bancone un mucchio di attrezzi. “Qui finisce male” disse Sinistro. Gli consigliai di guardare verso lo scaffale delle scioline. Il nostro destino si svelò quando depositarono sul bancone una scatola con scritto Sicurattack. Erano i fratelli maggiori degli odiati Attacchi. Ciò che ci faceva sperare erano le prime lettere sulla scatola “Sicur…”
Fu la prima tortura moltiplicata per due. Cacciaviti, viti più lunghe, trapani, colle. Ma già alla fine dell’inverno eravamo di nuovo sulla neve. Anche il bellimbusto era più gentile nonostante non ci strofinasse più di sciolina.
Fummo introdotti al Parallelo. Fu il nostro periodo d’oro. Tanto, tanto tempo sempre insieme. Non dovevamo più aspettare la fine della giornata o la pausa pranzo. Era un continuo accarezzarci non di meno la vertigine iniziava a piacerci sempre più. Piste sempre più ripide e … una giusta velocità. Fu il periodo più esaltante della nostra vita.
C’era un lato negativo però. I più sicuri Sicurattack avevano bloccato i talloni del nostro sciatore in modo totale. Prima un po’ il tallone si alzava e tutto era più dolce. Ora riusciva a mettere così tanta pressione su di noi che erano dolori. Quante volte rischiammo di spezzarci.
Ci trovavamo sempre più spesso in strane situazioni. Sempre più spesso ci incrociavamo con altri paia di sci. Per fortuna questo capitava da fermi. L’altro paio di sci era sempre lo stesso. La voce che proveniva dall’alto era chiaramente di donna. Non capimmo mai cosa succedesse veramente se non che spesso tutti e due gli sciatori cadevano e da lì seguiva un certo trambusto.
Fu l’epoca precedente alle immersioni.
Eh sì carissimi come altro volete chiamare lo sci fuori pista? Quello in neve profonda e fresca. La maggior parte del tempo la si trascorreva sotto il livello della neve e vi possiamo dire che le prime volte ci sentivamo soffocare, annegare. “Che bello, che bello” era quanto sentivamo dire di sopra, ma sotto era un gran problema tenere il fiato cercando di non annegare. L’unico modo era respirare solo dal naso – le punte degli sci. perché in effetti solo le punte rimanevano quasi sempre sopra la superficie della neve. Prima che riuscissimo a trovare un compromesso con il nostro sciatore, quello delle punte tenute fuori, l’unico modo per sopravvivere era fargli fare delle grandi cadute. A quel punto era lui che finiva sotto e noi per aria e lassù cercavamo di fare il pieno d’ossigeno.
Finalmente arrivammo a trovare una soluzione efficace per noi e per la sua sciata. Ci spingeva ancora più sotto a fine curva, ma poi aspettava risalissimo con armonia in superficie. Quel momento era ideale per noi per respirare e guardarci in giro e per lui per impostare una nuova curva. Era un su e giù da cui tutti ne beneficiavamo. Immaginate dei delfini che si immergono e poi armoniosamente uscono dall’acqua per sorprenderci con qui guizzi. Bellissimo.
Certo è che come voi in Mar Rosso sott’acqua vedete delle bellezze inaspettate così era anche per noi. Sassi e massi apparivano all’improvviso, chiudevamo gli occhi e non rimaneva che sperare di non sbatterci contro. Buche e dossi e qualche volta infilammo dei nidi di topi.
Furono anni di grandi avventure, grandi sciate e grandi ferite. Sì perché spesso si finiva su sassi, prati e anche sulle strade. Sull’asfalto sembrava d’essere a Natale quando si accendono quei bastoncini che fanno le scintille. Anche noi con le lamine facevamo bellissime scintille.

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In un certo senso sembrava che quel disgraziato del nostro sciatore ci volesse sempre meno bene e ci maltrattasse.
Portavamo pazienza, ma non sapevamo che da lì alla stagione successiva il ragazzino ci avrebbe tradito per un paio di sci di plastica! Orrore!
Seguirono anni che voi umani definireste bui. Infatti ci ficcarono e dimenticarono in una cantina. I topi a cui da giovani avevamo fatto tanti scherzi ora giocavano tra le nostre code e cercavano pure di rosicchiarcele.
A Natale speravamo di essere risfoderati e invece per inaugurare il nuovo caminetto sentimmo dire che forse avremmo potuto essere come legna da ardere! Ci salvò il buon cuore del nostro giovane sciatore che si oppose dicendo che eravamo stati i suoi primi sci e voleva tenerli come ricordo. Una Giovanna d’Arco in meno e due anime di legno salvate.
Sicurattack pesavano sul nostro groppone sempre più rugginosi e impolverati, ma nonostante tutto ripercorrevamo con le parole i bei tempi delle nostre sciate. Alla fine ci trovavamo sempre a parlare di quando eravamo alberi, forti e alti con una bella chioma verde.
Dividevamo la cantina con altri sci in disuso. Meno belli di noi. I nuovi arrivati erano sempre più sgargianti nei colori, ma noi rimanevamo i più eleganti. Già di nostro eravamo più alti e snelli, ma in più avevamo quelle righe bianche e blu su sfondo rosso che ci rendevano ineguagliabili.
Comparvero anche gli sci più tristi del mondo: Monosci e Snowboard. Sci che non avevano mai potuto vivere la gioia di condividere con i loro fratelli le bellezze della montagna, della neve, delle immersioni.
In autunno aprivano la porta della cantina e speravamo tanto in una gita all’aperto che avrebbe fatto bene al nostro colorito e invece vedevamo entrare un nuovo paio di sci destinato a condividere la nostra sorte. Che ci portassero di nuovo a sciare non sapevamo più se fosse una buona idea. Dagli altri avevamo sentito storie di piste durissime, affollatissime, pestoni in coda agli impianti ma in fondo una sciatina ci sarebbe proprio piaciuta.
Il benedetto giorno sembrò arrivare, ma in effetti il tutto si limitò a essere portati dalla cantina alla soffitta. Era un po’ meglio. Durante le giornate più terse riuscivamo a vedere la Grigna, ma ai primi freddi e la prima neve, di sciare nulla. Per non parlare di tutti quegli uccelli che facevano il nido in solaio e le scagazzate non si contarono più.
Rimanemmo lì per diversi anni. Il giovane era diventato adulto in altezza, ma non per quanto riguarda lo spirito. Ogni volta che saliva in soffitta lo credevamo più alto, più uomo ma lo sguardo era sempre lo stesso. Sognatore, ispiratore di storie e avventure.
Aveva accumulato sci da pista, sci da sci alpinismo e quei figli unici che sono gli snowboard ma un giorno ci venne a prendere e ci portò all’aperto.
Era inverno e fummo sconvolti dalla bellezza della montagna che non era cambiata e sembrava essere rimasta lì ad aspettarci. Fummo altrettanto sconvolti nel tragitto da casa al negozio dove intendeva portarci nel vedere dal tetto della macchina tutto quanto vedemmo. Automobili ovunque, le strade non erano più percorse da sciatori a piedi o trainati da auto ma erano sporche di fango, di polvere e poi sulle piste degli stranissimi ululanti cannoni per fare la neve! Le cose dovevano essere cambiate per il peggio …
Ci tolsero gli ormai inutilizzabile Attacchi e fu un sollievo toglierceli di dosso e ci avvitarono due leggeri attacchi che sentimmo chiamarsi Rottefella. Trappole per topi dicevano. Ottimo non scieremo più, ma ci rifaremo con quei topi che per anni avevamo schivato e che poi avevamo sopportato in cantina e soffitta.
In effetti non fu così. Le trappole per topi si rivelarono essere dei nuovi “vecchi” attacchi per sciare a telemark. Era un po’ come tornare indietro nel tempo. Sciavamo curvando con le stesse movenze dei primi passi sulla neve. Sì perché il telemark si fa come camminando. Ci vendicammo un po’ per il lungo tempo trascorso in cantina facendolo cadere moltissime volte, ma ci stancammo perché invece che sentirlo arrabbiarsi sembrava divertirsi. Anzi rideva, sembrava essere tornato un principiante, lui e noi.
Tutto ritornava a essere soffice, morbido. Non più i tempi di quelle pressioni folli e velocità esagerate e poi quando lo facevamo cadere le trappole per topi gli salvavano le gambe e a noi giungevano meno torsioni, pressioni.
Fu una seconda giovinezza, ma la storia insegna e ci aspettavamo da un momento all’altro di far ritorno in cantina.
In effetti vedemmo nuovi sci con trappole per topi e poi ancora altri con strane trappole per topi con dei lacci, ma bene o mane ritornava sempre a noi e così un po’ di sciate ce le facevamo sempre.
Oggi siamo veramente vecchi e stra-usati, ma abbiamo capito che siamo in un bel posto. Siamo nel suo cuore e possiamo dire con orgoglio di essere i suoi sci preferiti. Sarà che oramai quel giovane di tanti anni fa è diventato vecchio e sembra essere cresciuto il suo senso di rispetto per gli altri o per certi valori, e così due o tre volte all’anno ci fa sciare. Sono giornate particolari. Sono, lo sentiamo dire più a noi e a sé stesso che agli altri, le sue giornate. Quando vuole sciare solo per sé stesso. Infatti ci prende il giorno prima e ci porta in casa. Ci guarda, ci mette in un angolo, quello vicino ai libri e alla musica. Il giorno dopo ci trova sulle piste le abbandona subito per un po’ di “immersioni” in neve profonda. È bellissimo. Silenzio, noi e lui soli e tante belle soffici curve per una giornata intera.
Ci manca un po’ la pausa pranzo. Non si ferma mai e così arriviamo a sera stanchi ma soddisfatti di noi e di lui, e d’aver dei nuovi amici: le Trappole per Topi.

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