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DELUSIONI

DELUSIONI

Nella vita di uno sciatore professionista capita di vivere delle delusioni. Pensate a un campione che investe un’intera stagione per una gara e poi cade. L’amatore, rimarrà deluso da una pista decantata dai più ma che non gli dice nulla o da un week end o settimana bianca piagata dal brutto tempo.
Quando lo sci lo si pratica anche e soprattutto per professione, quando la propria traccia incrocia quella delle istituzioni o delle aziende allora… nascono delle delusioni.
Le mie più grosse delusioni le ho vissute da telemarker.
Prendiamo la Fisi, la Federazione dello Sci che per statuto dovrebbe promuovere le discipline di scivolamento. Quante relazioni, documenti, proposte ho inviato di mia spontanea volontà o perché mi erano richieste. Ho perso il conto. Tutte senza risposte, senza riscontri. Alla fine, sapendo che probabilmente non erano neppure lette, mi limitavo a fare copia e incolla.
Tempo, energie ed entusiasmo che era meglio indirizzare e investire in valori, situazioni e ruoli assi più importanti.
Da almeno 20 anni chiedo ai responsabili della mia Regione di introdurre il telemark ai corsi di formazione di maestro di sci alpino. Sembra che da 20 anni non possano trovare tempi e spazi per il telemark all’interno dei quei corsi.
Dopo altrettanti anni la Fisi, grazie ad un’educata lettera di protesta di un telemarker che intendeva fare gare, lettera indirizzata al Presidente del Coni si è decisa a formare una “quasi” squadra agonistica.
Ma le delusioni con la d maiuscola sono quelle vissute a contatto con l’industria. Delusioni molto profonde che hanno sicuramente modificato la mia personalità e disponibilità anche nei confronti della gente comune.
Ho lavorato per un lustro per un produttore di scarponi. Molte delle mie idee sono state utilizzate e oggi molti telemarker usano scarponi nati da mie idee. Scarponi di successo a livello mondiale quindi, per più tipi di mercati. Oggi però non si investe più, neppure il più piccolo intervento è preso in considerazione nel nome di facilitare la vita ai praticanti. Una delle risposte più comuni è sentirsi dire che gli americani la pensano diversamente. Salvo poi, una stagione dopo, sentirli chiedere come mai quelle determinate modifiche di cui si era parlato non erano state applicate.

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Da quattro anni quell’azienda ha in un cassetto una mia idea, brevettata chiaramente perché deve essere loro o almeno non la devono avere i loro concorrenti, che permetterebbe al sistema NTN di funzionare molto meglio. Ma non la applicano. La cosa mi fa imbufalire perché oltre alla perdita economica per l’azienda e per me, la vita dei praticanti è resa più difficile di quanto potrebbe essere.
Ma ciò che deprime è vedere la propria correttezza non essere ripagata.
Tutto il mondo dice che gli scarponi da sci li sanno fare meglio in Italia, ma sembra che in Italia non ci sia nessuno che abbia idee nuove, da provare, da trasformare in prodotto. Dobbiamo sempre dipendere dai “mercati” maggiori.
Per il telemark sono Usa e, in parte, anche se sempre meno, la Scandinavia. Ebbene vi posso dire che con gli americani è impossibile ragionare. Hanno l’idea che solo loro conoscono la verità assoluta. Con i norvegesi non se ne viene a capo perché sono “semplici”. Se fanno un errore si chiudono, non hanno elasticità a modificare la loro attitudine e così anche lì non vai lontano.
C’è da dire che a questa situazione di non apprezzamento delle risorse italiane ci si arriva anche per la buona disponibilità di mille persone, sciatori comuni o maestri di sci che nelle occasioni più disparate trasmettono suggerimenti, molte volte validissimi, alle aziende che le rubano e le fanno loro. Bisognerebbe che tutti si stesse più zitti e le aziende dovrebbero assoldare, pagandoli fior di soldi, dei tecnici che oggi, in parte, sono gli appassionati.
In quel mondo ho provato a cercare una mia dimensione umana e professionale ma ho preso solo schiaffoni.
Un leader del mondo del telemark ha percepito stipendi d’oro da aziende italiane in quanto consulente e inesorabilmente ha contribuito a far saltare quelle aziende. Ma di soldi ne ha presi tanti. Ma aveva una caratteristica vincente: era americano! Chi come me e tanti altri ha dimostrato di voler aiutare le aziende a risparmiare, nel momento in cui ha chiesto gli fossero riconosciuti i propri meriti, sia coprendo ruoli più consoni al valore dimostrato o attraverso un adeguamento economico, si è sempre sentito rispondere picche. In parte, ripeto, ciò è dovuto alla schiera di appassionati che regalano idee, speso validissime, giusto per entusiasmo.
Credo che le vie del mitico Nord Est italiano siano lastricate di cadaveri. Quelli di chi ha lavorato con passione e altruismo e poi è stato messo di fianco. E quando ti trovi di fianco sei già fuori dal giro e la “carriera” è finita.
La stessa cosa è successa con la Skieda, intendo con l’istituzione Skieda. Idee, impegno, disponibilità nei confronti di tutti, ma alla fine mi veniva solo chiesto di continuare a farlo senza un pur piccolo compenso economico. Proprio mentre gli altri organizzatori continuavano a incassare con i loro negozi o alberghi. Anche lì, come con le aziende, mi posero nella condizione di dover rinunciare.
Da tempo, se non da sempre, sono convinto convenga essere solo appassionato o organizzatore di eventi e avere un’altra professione. Vendi lavatrici durante la settimana e il tempo libero lo dedichi alla tua passione.
Quando invece vendi curve il tempo che dedichi al telemark è sottratto alla tua professione e anche se vali o valgono le tue idee forse gli altri presumono tu le debba regalare.
Se le industrie che producono attrezzature da telemark mi hanno deluso debbo confessare che anche la comunità dei telemark mi ha deluso.

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Qualcuno mi ha detto di lasciarli fare, che sciano per divertimento. Di non arrovellarmi se non comprano o apprezzano “Neve Profonda” o se non chiedono di fare lezione. La delusione è di aver creduto con loro di far parte della “crema” degli sciatori. Quelli che hanno capito il vero senso dello sciare, ma alla fine anche loro, mi sembra siano dei consumatori del facile: la risata, la birra, il ritrovo, il nuovo paio di sci.
Come mai Manolo, Gogna, Messner e altri hanno fatto i complimenti al libro “Neve Profonda” e me ne hanno ordinati dozzine da regalare ad amici mentre i telemarker o non lo hanno comprato o se lo hanno acquistato lo hanno dimenticato in un angolo. Come mai uno scrittore di romanzi mi chiama per chiedere di utilizzarne un estratto nel suo ultimo racconto?
Perché lo sciatore comune non si è permeato di quanto si trova in questo libro?
Troppo faticoso leggere e cercare di comprendere?
Più facile farsi una sonora e magari sguaiata risata alla base di una discesa?
Ma mi domando e domando: “Cosa è rimasto di quella discesa?
Di quella risata?
Forse si è persa tra mille altre, banalizzandosi nel tutto e banalizzando il telemark e gli sciatori stessi”.
Penso e credo che un libro rimanga, specie se scritto per aiutare a capire perché sia così bello sciare in neve fresca.
Il conto economico di “Polvere Profonda” è negativo. Troppe copie stampate, diritti d’autore, tempo trascorso a tradurre. Un flop economico ed emotivo. Unico vantaggio era essere libero di fare l’editore di me stesso e oggi unico proprietario delle ultime 50 copie rimaste.
A meno che venga ripresa l’idea di una ristampa da parte di Adelphi, quella di “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”!
Ahhh, ma quello lo hanno tutti. Chissà però se quei tutti lo hanno letto!

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