E’ PIÙ DIFFICILE INSEGNARE O APPRENDERE? //// YETI AL MONTE DELLA NEVE

E’ PIÙ DIFFICILE INSEGNARE O APPRENDERE?

Inutile dire l’uno o l’altro, rischierei di cadere nella assoluzione di chi lo insegna e quindi me stesso.
Ciò che accomuna le due parti e le uniforma è il fattore tempo, modestia e capacità critica.
Apprendere richiede tempo. Tanto per chi vuole imparare a sciare, tanto per chi vuole imparare a insegnare. Ambedue le parti debbono avere la modestia di privilegiare l’ascolto e quella criticità interna e personale che, fatto lo sforzo, facilita l’apprendimento. Così, secondo me si può veramente imparare.
Venti minuti di imprinting. Un’ora di lezione. Due milioni di minuti d’imprinting, due milioni di ore di scuola non sono così efficaci quanto una considerazione della necessità di tempo e una considerazione della propria capacità critica e analitica.

YETI AL MONTE DELLA NEVE

Quando percorro le piste livignasche dello Sponda, del Monte della Neve della Valfin mi vien facile ricordare com’erano quei luoghi e i paesaggi prima che ci costruissero gli skilift e le seggiovie. È bello perché significa aver avuto la possibilità di esserci prima, è brutto perché significa che sto diventando vecchio.
Ma non smemorato, tant’è che riesco ancora, nonostante le piste battute, a individuare quelle forme e quei paesaggi intonsi che vidi da piccolo.

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Avevo più o meno 10 anni e mio padre decise di portarmi in cima al Monte della Neve partendo dal passo d’Eira. Esistevano le pelli di foca ed erano di vera foca, ma non c’era ancora la colla autoadesiva. Si usavano i laccioli laterali o una colla nera vischiosissima, puzzolentissima, difficile da stendere e quasi impossibile da togliere una volta in cima.
Fu l’anno in cui inventarono il marsupio da allacciare in vita. Lo ricordo perché ne avevamo acquistato uno e lo indossai io. Quel giorno conteneva una bresaola, quelle piccole di cervo che avevano un sapore oggi introvabile.
Sarà accaduto a Natale o durante uno dei tanti week-end dell’inverno. Mio padre era veramente appassionato. Partivamo da Milano il sabato finita la scuola – non esistevano i fine settimana – per sciare la domenica. Un viaggione. Ricordo che la strada iniziava a richiedere allerta e attenzione da Colico. Era da lì che si poteva trovare la neve sulla strada. Oggi forse dopo Bormio! Le catene per le ruote erano tenute da laccioli di cuoio che erano o tesi perfetti o laschi o rotti e quindi quei ricordi sono di rumori, suoni, materia neve, rischi!
Il tratto tra Bormio e Livigno era percorso tra due muraglioni di neve. Immagino fossero alti 3 metri ma potevano essere anche di più. Il ricordo ingigantisce le cose e a me sembra di ricordare 5-6 metri di neve. Poi ci si poteva mettere il vento e la tormenta che si incanalava in quella trincea di neve a ridurre, se non precludere, la visibilità. Gran parte della strada era fiancheggiata dai vecchi tunnel di legno dove ancora prima – nel 1954 aprirono la strada durante l’inverno – chi voleva recarsi a Livigno ci si infilava vuoi per avere un riferimento o una protezione dal vento e neve ma ancor più importante dalle valanghe spontanee. Tanta era la neve allora che scendevano da sole: non c’era bisogno di sciatori a provocarle.

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Giusto per descrivere quei tempi e le loro dimensioni vi racconto della prima volta che mia madre sciò in assoluto. Lei non aveva mai inforcato gli sci ma mio padre la invitò, d’inverno, a salire a Livigno in villeggiatura. I viaggiatori arrivavano a Bormio in corriera e poi con carrozza trainata da cavalli fino a Arnoga. Da lì l’unico modo per scollinare prima il Passo Foscagno e poi l’Eira era calzare gli sci. La prima sciata di mia madre fu Arnoga Livigno. Oggi diremmo 3.000 metri di dislivello negativo, 20 chilometri di sviluppo e 1500 metri di dislivello positivo, quest’ultimo aggettivo è dovuto al fatto siano quelli in discesa. Non ho mai chiesto a mia madre se li considerò positivamente!
I miei primi transiti sulla statale del Foscagno avvennero in auto, immersi nella bufera, tra due muraglioni di neve alti metri e metri. Viaggiare in trincea e sentire quei racconti faceva sentire mia sorella e me non privilegiati ma sicuramente più comodi e sicuri.
Quando salii al Monte della Neve con mio padre era l’anno in cui parlarono per la prima volta dello Yeti. L’abominevole uomo delle nevi. Capite bene che allora la notizia fece scalpore e per chi come me andava in montagna interessava ancor più che ad altri. L’informazione ti rimane sempre un po’ dentro e finché la consideri davanti alla televisione è un conto, quando poi la consideri in mezzo alla neve, tra le montagne e per di più a dieci anni, le cose cambiano. Si trattava dell’abominevole uomo delle nevi! Mi iniziavo a domandare: “Se c’è in Himalaya chi ti dice che non possa vivere anche qui nelle Alpi”. Insomma sciavo, mi guardavo intorno e sicuramente a volte provavo a vedere se c’erano delle tracce un po’ strane o altro. Se oggi provate a partire dal Passo d’Eira con l’intento di salire con le pelli fino in cima al Monte della Neve, rimarrete sorpresi dalla sproporzione tra tempi di salita e discesa. Percorriamo la pista azzurra in pochissimo tempo ma se provate a risalirla il tempo e il sudore necessario è non equiparabile. Quel giorno immagino impiegai più tempo di quanto possa oggi. Ero proprio piccolo. Cammina e cammina arrivammo là dove oggi la pista che scende dalla cima devia a sinistra per dirigersi verso la partenza della seggiovia dello Sponda. In quel punto dichiarai a mio padre d’essere stanco. Volevo fermarmi. Lui mi propose di lasciarlo proseguire fino in cima e di aspettarlo. Subdolamente pensavo che se lasciato solo avrei potuto iniziare a mangiare un po’ di slinzega. Partì e subito scomparve alla mia vista. Lì la montagna è ricca di dossi, e onde di neve accumulate dal vento. Sono le dolci forme della montagna quando è ricoperta di neve. Ero in un bel avvallamento. Protetto dal vento mi sedetti e aprii il marsupio. Col mio bel coltellino rosso iniziai a tagliare. Tex Willer sciatore. Poi come tante altre volte mi è capitato trovandomi da solo in montagna iniziò a far capolino un senso d’incertezza, d’insicurezza. È studiato e descritto il fenomeno in molti libri. Quando l’essere umano non vede più segni lasciati dai suoi simili inizia a sentirsi insicuro. Una manifestazione di tutto questo sono le croci, gli ometti che lasciamo in cima alle montagne o lo sguardo che subito corre al fondo valle alla ricerca di strade, case, insomma di segni umani. Ma quel giorno oltre a non sapere tutto questo avevo a che fare con l’informazione Yeti! “E se oggi è qui a Livigno? Se salta fuori e mi corre incontro? Che cosa faccio?” Immagino trascorsi il tempo in attesa del ritorno di mio padre in equilibrio tra piacere di non faticare più, mangiar slinzega e il timore che apparisse lo Yeti. Alla fine chi si inferocì fu mio padre quando seppe che di slinzega non ce n’era più. L’avevo mangiata tutta io.
Ancor oggi quando passo da quei posti li riconosco e rivedo il film di quel giorno. Ma mentre al cinema vero si sgranocchiano pop corn a me torna in mente il sapore di quella slinzega.
Non hanno ancora deciso se gli Yeti ci siano o no in Himalaya, ma vi assicuro che ci sono a Livigno e al Monte della Neve.
Non sono grossissimi ma abbastanza simili a noi umani. Sono velocissimi però. Sono tutti quegli sciatori che sfrecciano a velocità folle senza controllo. Forse sono più pericolosi degli Yeti!

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