EMMA INIZIA A FAR FONDO

EMMA INIZIA A FAR FONDO

Emma ormai ha 4 anni. È sana, una fortuna! È curiosa, agile e come tutti i bambini ha il desiderio di autonomia e cerca di raggiungerla per tentativi, errori, esperienze.

Emma tele

Ha imparato a gattonare, alzarsi in piedi sorreggendosi a oggetti o mani premurose. Ha elevato la sua autonomia nel muoversi imparando prima a mettere un piede avanti e poi caricarlo per sganciare l’altro e spostarlo a sua volta.
Noi diciamo che ha imparato a camminare, a lei interessava muoversi. Muoversi come gli adulti intorno a lei. Ha imparato una serie innumerevole di movimenti, appoggi, sbilanciamenti, dinamismi, arresti, tempismi che formano la “scienza del camminare”.
Ma se ne faceva un baffo! A lei interessava MUOVERSI in autonomia.
Poi ha imparato a correre in linea retta e poi in curva. L’ho seguita accuratamente in questo percorso. Come padre, ma anche come maestro di sci. Ho cercato di “rubarle” l’esperienza che viveva per tradurla in idee in grado di aiutarmi a insegnare a sciare.
Una giornata particolarmente importante per lei e per me è stata quando decidemmo di andare a provare a fare “sci di fondo”.

Ha gli sci calzati e questi all’interno dei binari della pista di sci di fondo per la tecnica classica. Traballa. Ridiamo noi adulti per l’impaccio, lei per la novità. Immagino si goda della nuova situazione dove i piedi non stanno fermi, perché le solette di plastica degli sci non si vincolano col terreno come solitamente le suole delle scarpe hanno fatto fino ad allora con la terra o l’asfalto o altro materiale non sdrucciolevole. Ma rimane in piedi.
Calzati gli sci mamma e papà le dicono: “Andiamo!” Nessuno si è sognato di chiederle di piegare una caviglia, far questo o quello.
Già interessante: per me!
Cerca di conservar quanto meglio l’equilibrio. Spinge avanti un piede (sci) e patatrac cade aprendosi in una spaccata permessa solo a chi è così giovane ed elastico. Per sdrammatizzare cadiamo anche noi adulti. Ridiamo tutti, ma lì per lì Emma non aveva un’espressione allegra. Continuammo e ci divertimmo, Emma più di tutti. Non la pagai, così come fanno i miei allievi, ma avrei dovuto farlo. Mi aveva spiegato molto di ciò che inconsapevolmente facevo sciando ma non conoscevo e quindi non consideravo come importante per insegnare.

Cosa mi insegnò quanto vidi.
Quando Emma spinse avanti lo sci, per quel che era la lunghezza della sua titubante falcata, il piede (sci) non si arrestò. Continuò a scivolare avanti non vincolandosi e cadde. Rialzata riprovò. Accorciò la falcata e “trattenne” il piede che avanzava.
Quanti telemarker lo sanno fare volontariamente e quanti invece lasciano che lo spoiler posteriore dei moderni scarponi di plastica indichi il limite della spinta in avanti del piede? La seconda categoria è la più popolosa!
Cosa c’è di male? Il male sta nel fatto che il piede si trova troppo avanzato. La caviglia è troppo aperta e perde la sua funzione dinamica. Non sarà in grado di contribuire a un efficace appoggio del piede avanzato e men che meno contribuirà a un volontario riavvicinamento dei piedi nel passare da una posizione telemrk all’altra.
Questa capacità di “limitare” o arrestare al punto giusto la scivolata in avanti del piede è patrimonio di chi ha iniziato a far telemark con gli scarponi di cuoio. Scarponi che non sorreggono all’indietro (dato il basso colletto posteriore) e che obbligano a “contenere” il passo in avanti. Scientificamente quest’azione di limitare i movimenti è definita essere la “chiusura della catena cinetica”.
Scarponi di plastica alti di spoiler posteriori bloccati in avanti in modalità “SKI” non rendono intelligente lo sciatore. Il consiglio è quindi di imparare da principianti a far telemark con il meccanismo in posizione “WALK” mentre per i medio/alti sciatori è consigliabile esercitarsi a sciare quanto più spesso nella stessa modalità.
L’obbiettivo è di avere il piede avanti in “quel posto perfetto” che permette allo sciatore di usarlo per l’equilibrio e per l’esecuzione di un futuro dinamismo. Per esempio il richiamare i piedi tra di loro per passare da una posizione telemark all’altra?
Questo argomento di non delegare la “chiusura delle catene cinetiche” all’attrezzatura è particolarmente facile da capire se si considera il piede arretrato del telemarker. Quello che si dovrebbe mantenere in appoggio sull’avampiede. Piede e scarpone che nel principiante finisce spesso, per eccesso di libertà da parte del tallone non bloccato dalla talloniera a finire in punta di piedi o nel caso di buoni sciatori viene delegato ai cavi e alle molle nel 75 mm. o a piastre, secondi talloni e molle nel NTN. In tutti i casi descritti qui sopra benchè aiutati dall’attrezzatura quel piede si troverà in luoghi e posizioni non morfologicamente ideali ai nostri scopi.
Personalmente ho scelto scarponi che mi concedono libertà e mi limitino nei movimenti (così da sostenermi in caso di imprevisti) oltre il punto funzionale. Mi sostengono quando già ho perso la sensazione di equilibrio e possibilità di produrre un dinamismo. Per gli attacchi preferisco attacchi senza cavi o molle sia che si consideri il 75 mm. sia NTN.
L’assenza di una parte meccanica che limita l’alzata del tallone mi ha forse reso più “intelligente” nel posizionare il piede arretrato nel posto giusto. Per averlo nel posto giusto ho imparato a “sentire” se l’avampiede è troppo indietro o avanti, se il femore è nel posto giusto, così come l’anca, la spalla, il braccio.
Se quel giorno Emma avesse avuto un paio di scarpe da fondo con uno spoiler posteriore alto e duro avrebbe iniziato a percorrere un percorso d’apprendimento più “stupido”, magari facilitato, ma poco educativo per sé e per me.
Durante le mie lezioni cerco da quel giorno di spiegare all’allievo che deve eseguire dei movimenti ma che deve anche imparare a limitarli al momento giusto.

Carlotta, Alessandra ed Emma sulla neve. Parlerò più avanti delle donne conosciute sulla neve. Quelle importanti per me e i luoghi, situazioni dove le ho incontrate. Ma qui voglio descrivere aneddoti legati alle mie “piccole” donne. Le mie figlie.
Sono tre. La terza assai più piccola che le sorelle, Emma sette anni, Carlotta e Alessandra oltre i 25.
Tutte hanno in comune, sciisticamente, l’aver iniziato a muoversi sulla neve con gli sci da fondo intorno ai quattro anni. Un’attrezzatura leggera che permette movimenti vicinissimi al camminare. Una tecnica, quella dello sci di fondo, faticosa se si vuol andare veloci ma non altrettanto se si intende giocare. Il po’ di fatica che si fa in ogni caso aiuta a scaldarsi e a Livigno fa sempre piuttosto freddo. Come avete letto osservando Emma il suo primo giorno di sci di fondo ho imparato molto sul telemark. Quel giorno capii il valore di alcuni fattori trascurati o assolutamente non considerati e da lì recuperarli nell’insegnamento.
Uno dei ricordi più belli di Emma sulla neve è relativo a un giorno di Dicembre. La settimana precedente aveva nevicato e Livigno aveva indossato l’abito invernale. Poi aveva fatto caldo e la superficie della neve si era indurita al ritorno del gelo. Andammo a far fondo e lei su quella crosta rigelata ci scorreva leggera mentre noi adulti affondavamo. Il suo privilegio era di avere tutta la piana libera e percorribile. La libertà assoluta. Era l’inizio dell’Inverno e sulla neve del fondovalle il vento aveva posato le foglie ingiallite delle poche latifoglie che sopravvivono a Livigno. Si inventò da sola il gioco di rincorrerle se erano spinte dal vento e girargli intorno se rimanevano ferme.
Immagino le furono utili le ore trascorse nei binari dei giorni prima, ma una volta autonoma il richiamo della libertà di muoversi sull’intonso manto di neve la stimolarono al gioco della libertà.
Giocò così a lungo che terminò ben dopo il calar del sole e dopo il momento di avvisare che doveva far pipì. Un gran bel gioco direi.
Anche lei è poi passata allo sci alpino. Avrei sicuramente preferito offrirle un’attrezzatura simile a quella dello sci di fondo: materiali da telemark. Ancora i talloni liberi, più pesantezza rispetto al fondo, ma meno che l’attrezzatura alpina. Purtroppo come sappiamo scarponi di taglia così piccola non si trovano. O meglio non li producono. Gioco forza passare allo sci alpino.
Però decisi di cercarle l’attrezzatura giusta. Un paio di scarponi che le permettessero di piegare le caviglie e un paio di sci dritti come due binari – nessuna sciancratura. Gli scarponi erano introvabili e allora segai pezzi finchè si sbloccarono. Per gi sci fu più facile. Iniziai a guardare nei cassonetti dei rifiuti finchè trovai un paio dritti come li volevo. Tutti direbbero “vecchi” ma in effetti erano nuovi. La mamma, maestra di sci storse il naso ma le chiesi di credermi e aver pazienza. E di pazienza ne ebbi molta quando iniziai un curioso metodo per insegnarle a sciare.
La portai subito su una pista “rossa” e collegati da un mio bastoncino, lei a monte e io a valle e raccontandole lunghe storie iniziammo a fare lunghi diagonali. Iniziava sempre appoggiata al piede a monte e teneva quello a valle in aria. Cercava un piano d’appoggio che lì non poteva esserci visto che eravamo sul pendio e in diagonale. Dopo 30 – 40 metri però si arrendeva e accorciando la gamba a monte raggiungeva la neve con il piede a valle e trovava i due appoggi.
In fondo alla diagonale fermandoci la giravo, mi rimettevo a valle, le porgevo il bastoncino, iniziavo una nuova storia e da capo in diagonale con un piede appoggiato e l’altro in aria. Ma come precedentemente dopo un po’ accorciava una gamba e si appoggiava. A furia di diagonali e storie, a un certo punto affrontando una nuova diagonale appoggiò subito tutti e due i piedi.
Il giorno dopo andammo su una pista azzurra e le dissi che i suoi sci avevano un nome come il suo. Uno si chiamava Gigino e l’altro Gigetto e che per farli girare bastava gridare: “Gigino gira e poi Gigetto gira” e loro lo avrebbero fatto. E in effetti si mise a girare. Quando cadeva le insegnai a rimproverare o l’uno o l’altro e così si continuò a ridere tutto il giorno. Il secondo giorno scese tutta l’azzurra dalla cima del Monte delle Neve fino al Passo d’Eira da sola.
L’inverno terminò lì. Rimise gli sci a ottobre allo Stelvio e dopo un’oretta di richiami su Gigino e Gigetto si fece tutta la pista del Cristallo da sola e curvando a sci paralleli. Io morivo di paura perché se fosse caduta a quella velocità sarebbe esplosa ma lei rideva e mi chiedeva che le raccontassi storie.
Lo scorso inverno ha spiegato alla sua mamma che per girare basta girare i piedi! Sul ripido derapa senza problemi chiacchierando o cantando. I suoi maestri di sci svizzeri le consigliano di cambiare sci. La mamma è della stessa opinione, ma a lei piacciono così tanto quelli che ha che spero li tenga anche l’anno prossimo. Tanto erano più alti di lei e dovrebbero andar bene anche il prossimo inverno.
Ha provato a far snowboard e si muove senza problemi, ma sulla pista dice che si fa fatica! Non credo sia vero, ma sicuro è che non ho trovato il modo giusto per proporglielo. E’ tempo vada con un maestro di snowboard. Ne sceglierò uno che la sappia far giocare e che conosca tante storie!

Carlotta. Lei è particolarmente dolce. Dolce come certa neve può essere. Abitavamo ai pedi del Carosello 3000 di Livigno. In una bellissima Tea nel bosco e un giorno di fine aprile andammo in cima alla cabinovia. C’era pochissima gente a sciare e due giorni prima aveva nevicato. Tutta la montagna era tornata a essere tonda, tutte le sue forme erano tornate intonse. Dove il pendio si fece più dolce abbandonai la pista e sciai sulla neve Semeda. Scesi un gran tratto vuoi per mio godimento ma anche per portarmi abbastanza a valle così poter osservare Carlotta e Alessandra sciare per la prima volta quella neve.
Mi fermai e le vidi sciare leggere e con un’espressione stupita. Immagino non credessero la neve potesse essere diventata una superficie portante e sciabile ovunque.
Quando Carlotta mi arrivò vicina fece l’ultima curva e con mia sorpresa alla fine si lasciò cadere. Mi chiesi cosa fosse quella neve e nello stesso momento avvicinò il viso alla neve e la toccò con la guancia. “Che bella morbida” disse. La cosa più bella fu che associò quella dolcezza della neve con la sua guancia. Quasi che toccarla con mano fosse improprio.

Alessandra. Un giorno Carlotta e Alessandra decisero che se era vero che fossi così bravo ad insegnare telemark, forse era il caso di approfittare e mi chiesero se potessi fargli un paio di ore.
Si unirono a un allievo che avevo quel giorno e sbrodolai la mia scienza a tutti e tre. Alla fine mi salutarono e andarono a casa con gli sci. Abitavamo sulle piste e avevano la fortuna di poter partire da casa e ritornarci sciando.
La sera quando ritornai mi avvicinarono e scusandosi mi raccontarono che quando erano arrivate in cima e si accingevano a sciare verso casa si erano chieste se si ricordassero qualcosa di ciò che avevo detto. La risposta era che nessuna ricordava niente e allora decisero di sciare come sapevano e facevano!
Ci rimasi male, ma ero sicuro che qualche movimento lo avevano capito e lo eseguivano anche se inconsciamente.
Un mese dopo le vidi sciare fuori pista. Le raggiunsi e andammo a fare una discesa insieme. Le proposi di alzare il braccio interno quando entravano in posizione telemark. Quel gesto le avrebbe sorrette più efficacemente. Le mostrai e le lasciai.
Nel pomeriggio le incrociai e Alessandra gridò che il trucco del braccio funzionava a meraviglia e proseguì nella sua discesa alzando il braccio quasi a salutarmi. O salutava il maestro per sempre?

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