FINO A QUANDO RIUSCIRÒ A SCIARE?

FINO A QUANDO RIUSCIRÒ A SCIARE?

Che stia invecchiando lo dice la mia carta d’identità. La controprova è l’annuale slalom gigante di Livigno a primavera. Lo affronto sempre convinto della mia sciata, ma già alla quarta, quinta porta le cose cambiano. Mancanza di colpo d’occhio, troppa velocità, la schiena che inizia a dolere e tagliato il traguardo l’inesorabile sentenza del cronometro! Molto più lento dei giovani. Ma la domanda finale e non mi coglie solo il giorno della gara è: “Fino a quando riuscirò a sciare?” Potrei dire fino a ottant’anni, ma per me sciare è questione di eleganza, fluidità ed efficacia e non so se siano qualità mantenibili fino ad ottant’anni. La speranza è di riuscire a conservarle e per farlo è questione di sciare e sciare. Per fortuna o per dovere professionale trascorro ancora tantissime ore sulla neve con gli sci e per il momento mi alleno a non perderle.
Un altro momento scoraggiante è l’appuntamento triennale con il corso di aggiornamento obbligatorio per maestri di sci. I gruppi sono composti secondo il criterio dell’età e li ci si specchia negli altri e ci si vede riflessi. Vecchi, legnosi e impacciati e soprattutto anacronistici secondo le nuove tendenze tecniche fatte tutte di spigoli, velocità, forza bruta.
In ogni caso spero e confido in un paio di briscole che credo avere tra le mani per allungare la mia carriera di sciatore. Non di maestro di sci.
La prima, come dicevo, è che posso sciare tanto e così un certo livello di sensibilità dovrebbe essere garantita.
La seconda è il telemark. Il corpo mi dice quanto posso fare e questo mi richiama a limitarmi a far ciò che posso.
La terza briscola è la neve fresca. Ci scio quanto più posso. In neve fresca non si può far finta di saper sciare. Lì o fai bene o cadi in continuazione. Solo se sei fluido e in armonia con tutto ti sentirai bene ed efficace.
Sapendo che la forza è una qualità che si perde col passare degli anni mi alleno, divertendomi a mantenere alta la sensibilità. E anche per questo ringrazio il telemark.
Altro punto di forza del telemark è che non necessita di velocità e so che più gli anni cresceranno e meno confidenza avrò, ma neppure la ricerco, con la velocità.
Un’altra briscola è legata al mio passato sciistico quando quella curva metà a spazzaneve e metà a sci paralleli si chiamava stem christiania. È una delle curve che più amo. Consente di controllare la velocità, garantisce tantissimo equilibrio ed è piena di su e giù. Di armonia. Riprenderò a smerlettare le piste con sci dai fianchi paralleli – anzi devo iniziare a cercarne e salvarne un paio – e poi con quelli farò serpentine e scodinzoli e se in difficoltà ricorrerò alla briscola stem christiania. Mi farò sempre più prendere dalle sbandate. Deraperò. Mi vedo già, o meglio sento già quando gli sci accarezzeranno la neve – sempre se ce ne sarà ancora di naturale – con le lamine.
Avevo uno zio che sciò elegantemente fino a 85 anni. Poi il figlio gli proibì di continuare più per la presenza degli altri sciatori che per sua incapacità.
Due stagioni fa ho ammirato per giorni una coppia di sciatori anziani, marito e moglie, che con sci diritti e stretti si godevano la neve di Livigno sciando a sci unitissimi.
Mi rifugerò lì, nella lentezza, negli sci appiccicati, nello stem. Ritornerò sempre più nella speranza di quell’eleganza di altri tempi quando imparai a sciare.
C’è un’alternativa. Smettere all’improvviso. Quando? Magari dopo una discesa memorabile. E questo pensiero l’ho già fatto.
Tre inverni fa ebbi la fortuna, privilegio, gioia di discendere il versante Nord del vulcano Yotei in Giappone. Milleottocento metri di dislivello con la neve alle ginocchia. La magia di quel giorno fu la luce stupenda che stava intorno al vulcano, a noi. Neve e aria, dato il sole sfavillante, sembrava d’oro.
Quella lunga e bellissima discesa terminava in un campo delimitato a valle da una fila di pini. Dopo mille curve si trattava solo di scivolare diritti fin dietro i pini dove iniziava la strada. La bassa quota del Giappone e il sole di quel giorno avevano trasformato la neve da soffice e profonda in una superficie più portante. Mi fermai all’inizio di quel campo e lasciai che gli altri andassero avanti. Volevo rimanere da solo e mi chiesi se quel capolavoro di giornata non fosse quella giusta per dire: “Basta! Non scio più”!
A posteriori mi sono accorto che quel particolare luogo assomigliava tremendamente al paesaggio della mia prima sciata. Quella in Val Formazza di cinquantanni prima. Il cerchio poteva chiudersi lì. Sarebbe stato bello.
Non ho smesso e qualche altra bella giornata e sciata è arrivata, ma oramai mi rimangono da giocare solo le mie ultime briscole.

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