IL GIOCO DIAGONALE ALLO SPONDA

IL GIOCO DIAGONALE ALLO SPONDA

Cosa rende una persona più portata di altre a una determinata pratica sportiva?
Genetica, esperienze motorie, particolari attività ludiche, contesto familiare e sociale?
Sicuramente è l’insieme di cose, ma altrettanto sicuramente non si sa o non si può definire.
Alle olimpiadi di Sidney hanno fatto un’indagine tra tutti i vincitori di medaglie d’oro. L’unico tratto comune o quantomeno più frequente è stato notare che chi aveva vinto l’oro aveva trascorso più tempo a gattonare della media.
Un ex campionessa svizzera, olimpionica anche lei conosciuta casualmente, chiestole quali fossero le tendenze odierne per fare di un giovane un valido e più poliedrico atleta mi ha risposto: “Grandi e tante rotazioni su tutti gli assi!” Se devo fare l’analisi su me stesso, ammesso sia un atleta dello sci e un buon telemarker, individuo sicuramente tre situazioni.
La prima è quella di essere stato introdotto dai miei genitori a sport nella natura e con la natura. Sci, vela, kayak, alpinismo, parapendio.
La seconda le tante esperienze di scivolamento. Ricordo ancora quando da piccoli mio padre ci tirava, lungo i fianchi di un boschetto a Livigno, mio cugino, mia sorella e io seduti su un vecchio telo militare. Sempre a Livigno il gioco di scivolare seduti sui cartoni dopo il taglio dei prati. Le ore trascorse a giocare con mio cugino lungo il corridoio di casa a Milano. Si doveva prendere velocità correndo e poi in posizione – non lo sapevano allora! – telemark, far scivolare le calze di lana sulla cera delle piastrelle. Vinceva chi iniziava la scivolata prima e a frenare più vicino al fondo del corridoio.
Ad alimentare e comporre il tutto arrivò poi la passione di sciare in neve fresca e da ultimo il telemark ma anche tanti “giochi” che mi inventai.

Un inverno ne avevo inventato uno allo Sponda a Livigno. In quegli anni lo Sponda era uno skilift ed era l’ultimo impianto a destra sul versante del Mottolino. Quello skilift allora, con le sue due piste e molto fuoripista ai loro lati, bastava per 15 giorni per tutte le vacanze di Natale. Non c’era mai una sensazione di ripetitività, di noia. Sarà stata la lentezza a salire, la lentezza dello scendere, l’impegno a migliorare serpentine e scodinzoli, la ricerca dell’eleganza. Insomma su e giù per 15 giorni. E quando il fuoripista era triturato? Gobbe, gobbe e da capo a ricercare eleganza su quella superficie. Ma un anno mi inventai un gioco diverso. Consisteva nel provare a percorrere la diagonale più lunga possibile lungo i fianchi dello ski lift dello Sponda, allontanandomi quanto più potevo dalla pista. Il gioco era di valutare quando fosse il momento di terminare la diagonale e ritornare verso lo skilift. Se esageravo dovevo togliere gli sci e risalire a piedi lungo la strada. Se giravo troppo presto arrivavo “alto” sopra la stazione di partenza. Ambedue gli errori erano disonorevoli. In quei diagonali mi sono lentamente imbevuto di tecnica, di sensibilità. Inconsapevolmente facevo una ricerca spazio/temporale forse equiparabile al gattonare. C’era anche l’aspetto estetico, paesaggistico e naturalistico. I cristalli di neve che scintillavano in modo diverso, andassi in là oppure ritornassi. Le ombreggiature della neve là dove un lieve avvallamento indicava che la diversa incidenza dei raggi solari ne aveva modificato le caratteristiche. Là bisognava un po’ arretrare il peso. I galli cedroni che saltavano dalla neve quando mi sentivano arrivare. Le pernici, gli scoiattoli. Una sonda meteorologica ed il suo paracadute che trovai un giorno! E soprattutto il silenzio quando mi fermavo e pure il fruscio degli sci mentre fendono la polvere.
Le prime volte in fondo alla diagonale cambiavo direzione grazie a un dietro front. Poi provai con una curva spazzaneve. Finii con l’azzardare una curva a sci paralleli. E così via fino a imparare. Dell’esperienza accumulata lungo quelle diagonali ne faccio largo uso sicuramente ogni volta che scio nella polvere. Ricordo anche quella volta che dovetti portare mia sorella sulle spalle perché s’era fatta male a un ginocchio giocando lo stesso gioco della diagonale. Guarda caso non mi ha mai disturbato più di tanto sciare a telemark in Himalaya con un grosso zaino sulle spalle.
Scoprì che se acceleravo troppo bastava spingere gli sci verso il basso affondandoli, e così un po’ rallentavano. Bisognava eseguire queste affondate ritmicamente. Attendere che gli sci risalissero in distensione, quasi estrarli dalla neve così d’avere più spinta all’ingiù la volta seguente. Scoprì così la spinta e l’aiuto della neve. La terza dimensione dello sciare in neve profonda.

Quello che imparai mi fu concesso da attrezzature particolari, quelle di una volta. Sci stretti che naturalmente affondano, scarponi morbidi che lasciano usare le caviglie. Oggi gli sci larghi e gli scarponi duri non permettono di imparare così facilmente, magari permettono d’eseguire più efficacemente quanto si è imparato. Ma chi ha la pazienza di provarci e esercitarsi? Gli sci larghi volano sulla neve non ci sciano dentro come una volta. L’anacronismo è che poi si vola fino in Giappone, Canada, Alaska perché lì c’è tanta neve profonda. Per far che? Per surfarci sopra? Allora ne bastano 30 centimetri!
Quest’inverno, vedendomi sciare in neve fresca, una ragazza della Latvia mi ha fermato e chiesto se potevo farle un’ora. Ci provava dal mattino, ma non faceva altro che cadere. In un’ora si fa poco le ho detto. Ma era motivatissima. Ho cercato di spiegarle quanto più potevo. Mi son limitato a due concetti. “Se vuoi girare, non devi girare, devi spingere la neve lateralmente con gli sci. A destra e poi a sinistra, usando la velocità e il tuo corpo per ottenere la spinta necessaria. Spingi la neve con gli sci e loro gireranno per te!” Ha funzionato, ma rimaneva rigida. Alta.
Le ho chiesto: “Ti piace il cioccolato ?” “Si, molto” “Se ne avessi una vasca non ti piacerebbe buttarti dentro e iniziare a mangiarlo?” “Un po’ appiccicoso ma sarebbe bello!” “E allora quando gli sci stanno finendo la curva abbassati in giù come se quella neve/cioccolato la volessi mangiare”. È decollata! Credo non la vedrò mai più. Spero si ricordi della sua lezione in neve fresca, di mangiar cioccolata e di Livigno!

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