MINCHUN

MINCHUN

Scoprì questo angolo poco distante da casa l’anno della pazzia. L’anno in cui tradii moglie, figlie, principi. Quel giorno sciisticamente fu uno dei più belli e completi della mia vita di sciatore. I moralisti posso tralasciare la lettura e passare più avanti.
D’inverno per uscire da Livigno si può usare la strada che porta a Bormio oppure il tunnel del Gallo. Quello che svoltando a destra porta a Merano. Dall’uscita del tunnel è susseguirsi di bellezze. Il Parco Nazionale Svizzero, la Val Monastero, Glorenza, le valli laterali della Valle Venosta, Senales con il castello di Messner a Juval e per finire Merano stessa che è un gioiello di cittadina.
Il primo tratto, quello attraverso il Parco Nazionale Svizzero persuade che si tratti di un “pezzo” di mondo lasciato alla natura e le pochissime case che ci si vede sono delle eccezioni. Così come una stranissima passerella che scavalca la strada appena si è scollinato il Passo del Forno. Passandoci sotto innumerevoli volte mi son sempre chiesto cosa potesse essere e date le forme, strette, cosa potesse servire.
Un’estate tentai un nuovo itinerario ciclistico: Livigno, Bormio, Stelvio, ritorno via: Umbrail, Santa Maria, Passo del Forno, tunnel e Livigno. Ci riuscii ma affrontando il Forno da Santa Maria scoppiai. E finalmente scoprii che il famoso ponticello serviva a far ombra al mio corpo vicino al coma. Riprese le forze mi guardai in torno e dedicai un po’ di tempo a leggere il cartello che invita a svoltare a monte e recarsi a sciare a Minchun. La cartina mostrava che la passerella era un tratto di pista che dalla cima permette di scendere fino a Valchava.
Nonostante la promessa di andarci a sciare ci volle ancora un bel po’ di tempo.
L’anno della pazzia avevo un camper e quel tipo di mezzo spinge a diventare nomade. Offre la possibilità d’improvvisare più facilmente. Lo carichi, ci salti dentro e vai dove vuoi. Puoi arrivare a qualsiasi ora, tanto quando e dove vuoi ti fermi, cucini e dormi.
Passai a prendere la mia giovane compagna sciatrice e seguendo la solita strada arrivai alla svolta e quella volta abbandonai la statale. Era buio e dopo 3 chilometri ci trovammo unici occupanti di un grande spiazzo contornato da pini e mughi.
Il mattino dopo, scivolati fuori dai sacchi a pelo, acceso il riscaldamento e fatto colazione, caricammo gli sci e ci dirigemmo con quattro passi agli impianti.
Tra i mughi una piccola e bassa casetta di legno svolge la funzione di bar, biglietteria e negozio di attrezzature dimenticate a casa: sciolina, guanti, occhiali.
Lì di fianco parte il primo ski lift che è già diverso da tutti gli altri. Non ha inserviente, devi prenderlo da solo. Scoprii più tardi che questa piccola stazione è tenuta aperta anche con contributi del Canton Grigioni giusto per offrire uno svago alla popolazione della Val Monastero. Di turisti ce ne sono pochi, solo quelli che l’hanno scoperta e la frequentano segretamente.
Che si sia in un ambiente famigliare, di paese ce ne accorgemmo già in cima al primo ski-lift quando ci recammo al bar. Sia questo sia il ristorante sono ricavati in una delle due costruzioni presenti appena si esce dal bosco. Lì d’estate c’è la malga che forse anni fa era formata da due caseggiati oggi uno dei due, è stato trasformato in ristoro. Dentro è tutto un salutarsi reciproco tra valligiani di paesi diversi che hanno l’occasione di incontrarsi e come si dice in montagna “cacciar due balle”.
Usciti dal bar prendemmo l’ancora che porta più in alto. La si vede finire in cima a un cocuzzolo abbastanza ripido e credevo Minschun finisse lì. Ma quando arrivammo, via la terribile e ripida ancora, allo sgancio non solo si aprì un gran bel panorama ma scoprimmo che c’erano altri due ski-lift che portano ancora più in alto. Due ski lift piuttosto lunghi.
Già dalla prima ancora si può partire per itinerari fuori pista assai lunghi. Con un po’ d’impegno e fantasia si può sciare fino a Scuol in Bassa Engadina.
In ogni caso utilizzando gli ski-lift alti sciammo in un continuo su è giù di brevi fuori pista in neve intonsa.
Incontrammo una coppia di svizzeri e parlando ci dissero di abitare a St. Moritz ma che preferivano di gran lunga la semplicità, tranquillità e non affollamento di Minshun alla più famosa St. Mortiz. Meglio un’ora di auto e quella dimensione che dieci minuti di autobus e il caos della fama. Esaltarono le qualità di Minshun e ci consigliarono di recarci in tutte le piccole stazioni dell’alta Val Venosta e anche lì avremmo gustato lo stesso stile di sci e di semplicità.
In cima all’ultimo ski lift tagliammo alti e con un breve tratto con le pelli di foca raggiungemmo un colletto. Alle sue spalle un gran bel pendio. Lo scendemmo e di nuovo grazie alle pelli risalimmo al colletto. Avvicinandoci al colle vedemmo una coppia di snowboarder seduti al colle. Quando ci incontrammo ci fecero spontaneamente i complimenti per la linea sciata, per lo stile. Un’altra espressione di zero stress e voglia di comunicare.
Il sole iniziava a scendere e ci recammo a un baretto, oserei dire di quattro metri per quattro. Il baretto ma anche le garrite di partenza e arrivo degli ski lift sono di legno. Sono piccole riproduzioni delle belle case di legno dell’Engadina o anche di Livingo. Non degli orribili container di plastica come nelle “vere” stazioni. I colmi dei tetti sono rifiniti con due assi che terminano, incrociandosi, con raffigurazioni di teste di camosci.
Uova, rostli e pane nero uno dei due menù. Prendere o lasciare. Il gusto di Minshun è sottile per ogni voce: sci, dislivello, cibo.
Lungo la pista di rientro fummo attratti da una bella linea, ma non ci potemmo andare in quanto si svolge all’interno dell’area del parco Nazionale e lì è proibito sciare. Ma anche la pista di rientro, su neve naturale, era bella e sapeva d’altri tempi per me o magari di novità per chi era più giovane.
Terminammo la giornata al pulmino con i raggi del sole che indoravano le fronde dei pini. Facemmo l’amore.

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