“Brividi Liberi”

L’autore, il direttore responsabile della collana e l’editore tengono a
far presente che i personaggi sono puro frutto della fantasia e gli
avvenimenti…un po’ meno

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Luck si svegliò con quella pessima sensazione che si ha il giorno dopo una giornata andata storta e terminata tra alcool e marihuana. Per riflesso prese il cellulare ma si accorse che nel trambusto del giorno prima si era scordato di caricarlo. Lo collegò alla presa e iniziò la giornata come sempre preparando il caffè, accendendo la stufa. Si affacciò alla finestra e vide che nella notte aveva nevicato, una di quelle nevicate precoci che scatenano gli sciocchi sui social gridando e inneggiando alla neve che arriva. Per Luck erano solo grane. La macchina non sarebbe riuscita a salire la rampa del garage, le gomme erano ancora quelle estive, la legna non era ancora accatastata per bene e ora avrebbe dovuto fare tutto di fretta e poi c’era tutto il programma DCT andato per aria.

Prese la prima tazza di caffè e si sedette sulla poltrona davanti alla stufa e collegò il telefono alla rete. I secondi che seguirono furono un trillo continuo, decine e decine di messaggi e email. Tutti o quasi erano di entusiasti telemarker che avevano saputo dell’incendio – dell’attentato – e tutti lo spronavano a continuare. Sembrava quasi che l’incidente potesse divenire una spinta in più a portare a termine il progetto e offrire agli sciatori scarponi efficaci e provenienti dalla stessa comunità. Un messaggio lo interessò più degli altri. Chi lo aveva inviato era disposto a raddoppiare l’acquisto di azioni delle DCT Project per rimpinguare le casse dell’azienda e così continuare nello sviluppo del progetto. Un barlume di sorriso apparve sulle sue labbra ma fu subito adombrato dal pensiero di quanto era andato distrutto e quanto si sarebbe dovuto fare.
DCT – Dreams Come True, i Sogni si Avverano – era un’idea che Luck aveva avuto due anni prima dei fatti appena descritti. L’idea era stata abbastanza facile da intuire, un po’ più difficile da mettere in pratica ed era il frutto di anni di travaglio del mondo del telemark.
Negli ultimi cinque anni ma trasversalmente in tutto il mondo le comunità di appassionati del telemark avevano tutti capito che l’industria e in particolar modo quella dello scarpone si disinteressava delle esigenze degli utilizzatori finali. La scusa industriale era che il mercato non cresceva e gli investimenti si fanno solo là dove c’è crescita. Le comunità degli sciatori a tallone libero erano stanchi di tutto questo e Luck aveva intuito che tramite una raccolta fondi finalizzata ad un progetto si poteva sperare di accumulare il capitale necessario a disegnare una nuova linea di scarponi, fatta di pochi modelli, migliore di quelle sul mercato ma soprattutto implementando le idee e intuizioni degli stessi telemarker.
Lo schema era quello già sperimentato con ottimi risultati di produrre dei modelli Beta, venderli a chi volesse con la promessa di sostituirli alla fine del processo di test, test eseguito dagli sciatori stessi, con il modello definitivo.
Lanciata l’idea i capitali erano affluiti ben oltre le cifre necessarie e il tutto era stato di enorme sprone a proseguire nel progetto. Indubbiamente il tutto doveva aver dato fastidio sia ai produttori sia a quella pletora di gruppi e gruppetti di telemarker che si reputavano i detentori del verbo.
La reazione negativa e astiosa era particolarmente acuta in Italia, forse figlia di una storia, tradizione e abitudine fatta di logiche guelfe o ghibelline.
Ma come detto il successo era stato travolgente e evidentemente ma non si sapeva da dove, era partita una contro azione ideologica. Nulla poteva far pensare di arrivare alla violenza fisica.
La realtà italiana, quella che a Luck era sembrata in un primo tempo, assai vivace e bella era in effetti un’arena di belve scatenate. Come già sappiamo c’erano i Telemarker Senza Etica, i Distruttori Nazionali, gli elitari membri del gruppo massonico di The White Planet e gli adepti di Telemarker Italioti.
Luck aveva iniziato a sospettare di quel panorama che in un primo tempo gli era sembrato semplice, schietto e bello il giorno che su un ghiacciaio aveva assistito ad un avvenimento molto preoccupante.
Aveva letto su FB che il Gruppo Italioti organizzava un raduno e vi si era recato, erano ancora i tempi dove tutto gli sembrava bello.
Ricordava ancora quanto lesse su FB: “Sull’italianissimo ghiacciaio dello Stelvio, il Gruppo Telemarker Italioti, darà luogo ad un raduno volto all’esaltazione della pratica dello sci a tallone libero. Espressione massima dell’arte sciatoria. Arte che grazie a una capillare opera di disinformazione scandinava e in particolare da parte dei norvegesi, pretende essere stata inventata da un mai esistito Sondre Norheim. La Sezione Ricerca Storica del gruppo aveva verificato che il suddetto non era mai esistito, mentre la stessa SRS era in grado di dimostrare dati, fatti, reperti storici e altro alla mano che la sciata a tallone libero era nata in Italia e quindi era giunto il momento di smentire quanto aveva confuso le menti fino a quella stagione sciistica e la verità bussava alle porte per dar luogo ad un a nuova era. L’era dove si dichiarava e imponeva che il telemark doveva divenire motivo di orgoglio nazionale. Da quel giorno l’odiato telemark doveva essere cancellato da tutti i libri di storia e sostituito con il più preciso e veritiero Telemarco – bando all’odiata K inesistente nel alfabeto italico e una bella e rotonda vocale a completare la definitiva riappropriazione di ciò che italico era e doveva ritornare ad essere. Il volantino continuava asserendo che da quel giorno ogni raduno di telemarco dovesse iniziare con mezz’ora di sana ginnastica, obbligatoriamente da farsi a torso nudo, a seguire l’alza bandiera. Tutti i cappelli dovevano essere sostituiti da più etici Fetz e alla base di ogni discesa ogni singolo sciatore, volgendosi verso la Norvegia, doveva d’ora in avanti, a concludere l’arditissima prova di abilità, gridare “Eia, eia, telemarco”.
Il telemarco era italianissima espressione delle superiori qualità italiote”. Luck, appassionato di storia rabbrividì quando lesse il tutto nonostante fosse al caldo della sua casetta, neppure sci ai piedi sul ghiacciaio.

Purtroppo quella delirante idea aveva trovato simpatizzanti e i suoi timori e da lì decisione di allontanarsi da qualsiasi congrega italica, furono rafforzati dall’orribile esperienza vissuta su un ghiacciaio quel giorno, perchè alla fine ci andò quasi volesse vedere coi suoi occhi ciò che appena letto. Quel giorno pensando di assistere ad un’esercitazione di ricerca in valanga vide degli sciatori muniti di pale erigere una sorta di piedistallo in neve. Lassù salì il Capo Manipolo – la gerarchia era stata decisa riesumando modelli precedenti e tipicamente italici – di un gruppo di Telemarco (il nome era stato cambiato frettolosamente e tutti i documenti precedenti dove compariva la K finale erano stati bruciati nella famosa Notte dei Cristalli) arringò la sottosezione Promotori Farmaceutici di Telemarco Senza Etica. Iniziò più o meno così: “Sull’italianissimo ghiacciaio dello Stelvio, strappato all’odiato popolo delle K, oggi faremo discese in formazione, al termine delle quali, in un’unica voce gli italianissimi telemarci (in effetti la declinazione al plurale dello sciatore di telemarco lasciava molti perplessi anche all’interno del gruppo dirigente!) lancerà a trafiggere la gelida aria di alta montagna l’incoraggiamento e parola d’ordine: Mi piego ma non mi spezzo”.
Caratteristiche del telemarco era come detto il nero Fetz, sci obbligatoriamente K2 in quanto primo 8000 conquistato dagli italiani e attacco a 3 chiodi Rotto il Fellone.
L’ordine impartito alle truppe, gli sciatori era riuniti in manipoli, era non di divertirsi ma di persuadere, convincere nei casi limite utilizzando anche l’ipnosi le masse che il telemarco era italianissimo e la sua diffusione avrebbe aiutato nello sforzo bellico l’industria italica.
Luck dall’ora aveva cercato di allontanarsi da tutto questo tagliando i rapporti anche quelli occasionali con i gruppi e persino coi singoli. Ma gli era risultato difficile, vuoi per la sua educazione, vuoi per il fascino di sciatore americano che aveva su tutti gli appassionati. Nelle alte sfere era mal visto per i suoi natali non italiani ma come al solito la Sezione Ricerca Storica stava cercando di cercargli una genealogia dove si dimostrasse che un suo lontanissimo parente, pur sempre americano – terra straniera – aveva avuto una breve relazione con una prostituta italiana e che Luck era nato in una casa costruita da emigrati italiani, la levatrice era italiana e che la prima parola detta fosse stata Mamma seguita da un flebile ma perfettamente distinguibile “Eia”.
Mentre ricordava quel giorno con fastidio uscì di casa per recarsi al caffè Central dove si era sempre trovato bene vuoi per l’ambiente tipico di montagna ma anche per la presenza di Emma la cameriera, un tipo riservato ma molto sensibile. Sin dall’anno precedente, quello del suo trasferimento a Poena, il caffè Central (da pronunciarsi alla francese) era uno dei punti fissi della sua vita in valle. Lì conobbe Emma e un suo amico in certo Stefano, soprannominato Stef. Già da subito Luck intuì che Stef fosse infatuato di Emma. Luck aveva imparato già le prime settimane un po’ d’italiano, fondamentalmente quello che sentiva tra i suoi coetanei, tutti frequentatori dei bar di Poena e tra le prime parole aveva capito il profondo significato dell’aggettivo “sfigato” Stef gli era stato indicato un giorno come esempio di sfigato. Luck temeva ancora a pronunciare la parola come sfaigato ma aveva capito e la usava spesso. Tutte le volte che incrociava Stef gli veniva da pensare “Ecco lo sfaigato” ma un po’ per sua bonomia un po’ perchè amico di Emma lo rispettava mentre gli altri sciatori di Poena lo tenevano alla larga.

…..continua

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