Racconti

RACCONTI SULLA NEVE E DALLA NEVE

di Luca Gasparini

UNA COCENTE SCONFITTA PROFESSIONALE

Accadde durante uno dei miei primi anni da maestro di sci.
A Livigno, dove ho sempre insegnato, il campo scuola dove si muovevano i primi passi sugli sci era perfetto.
Ora non più!
Oramai le parti basse delle piste assomigliano a delle spiagge. Al mare i tavolini, le sdraio e gli ombrelloni si spingono verso la battigia in montagna oramai risalgono le coste, invadendo quegli ampi e lunghi pianori necessari ai principianti per effettuare le prime discese.
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Il principiante ha bisogno di assaporare la gioia di una discesa assolutamente diritta verso valle senza il timore di come fare per arrestarsi, imparando che il piano si incaricherà di fargli perdere velocità. Oggi però quei piani sono fitti di ostacoli e il principiante appena partito è tutto preso dal cercare di evitare sdraio, tavolini e tutto quanto è lì per il solo business. Una volta era l’esatto contrario, si partiva, si scivolava diritti, si sentiva il rallentare progressivo fino ad arrestarsi.
Ricordo che una calda primavera il campo scuola divenne una enorme pozzanghera e qualcuno, partendo da quanto più in alto si poteva cercò di attraversarla sci ai piedi. Quel giorno Edo, un maestro di sci, inventò involontariamente quel tipo di manifestazione che ora va per la maggiore: l’attraversamento delle pozze.
Ma la qualità eccelsa di quel campo per principianti era il dolce pendio che raccordava il piano con la montagna ma la gemma era un piccolo pianerottolo, più alto di un paio di metri di dislivello rispetto al piano, che tutti i principianti cercavano di raggiungere dopo quel po’ di scaletta che già di per sè gli insegnava molto. Nel pianerottolo non solo si era in salvo ma soprattutto ci si poteva girare fino ad avere gli sci in direzione della massima pendenza senza che questi accennassero ad andarsene prima del voluto. Giunti lassù si era pronti per la prima scivolata. La prima discesa. Il principiante poteva lanciarsi nelle nuova dimensione trasformandosi da pesante essere umano in sciatore.

Ero un maestro di sci pivello e quindi mi venivano assegnati molti principianti. Erano gli anni in cui le prime agenzie turistiche inglesi offrivano la possibilità a nuove classi sociali delle “Bella Albione” di praticare quello sport – lo ski – fino a poco tempo prima privilegio dei soli ricchi. Quelli che inventarono Wengen, Zermatt, St.Moritz, Kitzbuhel.
Quando iniziai a fare il maestro di sci, quarantanni fa’, insegnare a sciare era diverso e forse più bello. Oltre ai campetti di sci migliori anche gli allievi avevano qualcosa in più. E quel più era l’altissimo livello di motivazione. Non avevano paura, specie gli inglesi. Volevano sciare per motivazioni interne, personali, oggi mi sembra che sempre più gente provi a sciare o perché lo fanno gli altri o lo fa l’amico o perché è di moda. Insomma per motivazioni esterne e spesso all’interno hanno paura.
Un giorno mi capitò come allieva una signora inglese assolutamente principiante. Immagino iniziai la lezione così come si faceva a quei tempi con brevi ordini e nessuna spiegazione troppo profonda e complessa. All’epoca il ritornello delle lezioni era basato sull’ordine di piegare le ginocchia – bend your knees – e gli allievi inglesi per rimettere al loro posto quei montanari che gli insegnavano a sciare li scimmiottavano storpiando il loro inglese maccheronico con un: “Benss io nee!”
Non ricordo ciò che intercorse dal momento in cui ci incontrammo fino al momento in cui ci trovammo sul pianerottolo. Ricordo le dissi di guardarmi scendere perché poi lo avrebbe fatto lei.
“Oh no! Non ci penso neanche!” disse lei.
“Come?” io.
“Non ci penso di scendere se non mi spieghi prima come si frena. Come si fa a frenare? Dove sono i freni ?”
Gaspa-freno_brembo

Cercai di spiegarle che il concetto era di sciare, scivolare e che il lungo pianoro si sarebbe incaricato di farle perdere velocità fino a fermarsi!

“No, no!” ribadì “O mi dici dove sono i freni o io su questi aggeggi non mi avventuro!”

Ero un pivello in tutti i sensi, tecnicamente e didatticamente e non fui pronto a ribattere o avevo trovato l’eccezione tra gli inglesi. Sta di fatto che tolse gli sci, scese a piedi il pendio e sparì. Ero un po’ preoccupato ma la sera il direttore non mi richiamò. Nessuno si era lamentato. Ma ci rimasi male tant’è vero che lo ricordo ancor oggi dopo decine d’anni.

La signora in un certo senso non aveva torto. Negli sci dove sono i freni oppure quali sono i freni? Oggi spiego che i freni negli sci sono le code degli stessi. Che non è proprio vero, ma è vero. Senza riflettere molti dicono che nell’auto è il pedale del freno e in bicicletta sono le leve sul manubrio. In effetti non è così. I freni sono le pastiglie o ganasce e i dischi o i tamburi, che se messe in azione producono attrito tra le due parti rallentando il veicolo. Ma noi tutti identifichiamo come freni la parte su cui agiamo, la leva o il pedale, non ci interessa la meccanica delle ganasce. Le leve o i pedali sono le parti meccaniche su cui agiamo e l’azione si trasforma subito in una sensazione: quella del rallentamento. Su questo concetto o principio dovrebbe insegnare il maestro e trascurare che negli sci i freni siano le lamine degli sci che “grattano” la neve producendo l’attrito di cui anche lo sciatore ha bisogno per rallentare. Il maestro dovrebbe sottolineare l’importanza della parte del corpo che influisce sulla parte dello sci che agirà come la leva del freno della bicicletta o il pedale del auto.
Per semplificare ma è assai pratico, bisogna considerare le code come le leve della bicicletta o il pedale dell’auto. Voi allievi non perdetevi nel capire i motivi fisici del meccanismo. Spingete i talloni a destra o sinistra – nello spazzaneve – e gli sci si troveranno automaticamente sugli spigoli e questi inizieranno a creare attrito aspetto che non vi deve interessare mentre scoprire che quell’azione dei propri piedi si trasforma in rallentamento è il dato interessante ed essenziale.
Il pedale dell’auto non è parte del nostro corpo, idem la leva della bicicletta, idem ancora la coda dello sci (anche se dovrà divenire parte del nostro corpo con l’esercizio). Ma il piede che preme il pedale del freno ci appartiene, la mano che serra la leva anche. Gaspa-Pedaliera-auto

Quindi?

È il tallone del piede la parte del piede da usare e avrete scoperto dove sono i freni e come frenare. Possiamo dire che i freni degli sci sono i talloni dei nostri piedi. A sci paralleli spingendo tutti e due i talloni a destra o sinistra, si frena a sci paralleli.
È sempre utile cercare di scoprire quali parti del corpo producono l’azione desiderata. Ragionate in termini punta piede e tallone non punta e coda dello sci e molto si semplificherà. Fianco/lamina dello sci sostituitelo con a fianco interno/esterno del piede.
Spinto fuori il tallone o i talloni bisogna sempre piegare caviglie, ginocchia ed anca perché come nei freni dei veicoli che usiamo ciò che produce la resistenza è la pressione che si esercita tra le parti deputate a creare l’attrito. Le pastiglie dei freni sono pressate sul disco che freni. Più pressione più frenate. Più premiamo con il peso del nostro corpo tramite il piegamento delle articolazioni, più pressione sulla lamina si eserciterà.
L’equazione è: scoprire quale parte del corpo usare e trasformare l’azione in quella duplice sensazione che è formata da attrito, sforzo e risultato desiderato e cioè il rallentamento. Anche nello sci tutto deve divenire un riflesso così come il nostro piede va a cercare il pedale del freno e in base alla pressione che esercita sappiamo che quella sarà la frenata ottenibile.
Molti degli scontri tra sciatori del giorno d’oggi sono dovuti all’incapacità di frenare. Molte volte chi ti ha investito dichiara che “eri lì dove lui andava e … non sanno evitarti, men che meno frenare e ancor meno valutare quanto spazio abbiano bisogno in funzione della velocità con cui sciano. E’ da rabbrividire sentirlo dire ma è così. Quindi scopriamo per bene quali sono i freni e come funzionano.
Chiedendo a chi sta imparando lo spazzaneve quale parte degli sci cercano di influenzare, le percentuali di risposta sono più o meno le seguenti:
– le punte: 90%
– le lamine: 8%
– le code: 2%
Nessuno mi ha mai risposto “Non lo so”
Il che indica a mio parere che tutti stanno cercando di capire come si fa’ ma indirizzano l’attenzione verso obbiettivi errati.

VAL FORMAZZA

FormazzaSolitamente non ho una grande attitudine a ricordar le date. Quelle sciistiche poi sono ancora più labili. Sarà anche per il fatto che la stagione sciistica inizia a novembre di un anno e finisce a maggio del seguente. Chiacchierando tra sciatori quante volte mi è capitato – e forse anche a voi – di considerare più recente una tal discesa, una gita rispetto a quando in realtà avvenne proprio per questo accavallarsi della stagione su due anni diversi.
Non ricordo le date di quando divenni maestro di sci, l’anno in cui feci la prima Marcialonga, l’anno in cui provai lo snowboard, il fondo, la prima salita di sci-alpinismo, della discesa del vulcano Yothei ma stranamente so di aver iniziato a sciare nel 1957. Son nato nell’aprile del ’52 e la prima sciata fu all’età di cinque anni. In primavera. Quindi primavera 1957, stagione perfetta per iniziare a far sciare un bambino. Non c’è il freddo di mezzo. La neve è il mitico firn o semeda (dal dialetto livignasco). Si può scegliere il pendio più vergine che ci sia. Ineguagliabile e imbattibile per quanto possano fresare la pista. Certo ci vogliono genitori speciali ed io li ebbi!
Il sole si alza in cielo ben prima dell’orario di sveglia ed ora che ci si è ristorati con la colazione, vestiti ed attrezzati il tepore del giorno vince escaccia il freddo della notte.
foto per racconto Val Formazza
Nonostante la mia vita sciistica sia legata a triplo filo a Livigno, la mia prima sciata fu in Val Formazza.
Lì ci fu il mio vero “imprinting” (termine oggi abusato) sciistico.
I miei zii vi possedevano una bellissima casa in legno del ‘500! Costruita intorno ad un blocco di granito – ce ne sono molti nel suo fondovalle precipitati dai ripidi bastioni laterali – entro il quale era stata scavata una magnifica, potente stufa.
Sarà per questo che poi a Livigno mi inventai di acquistare una tea a metà montagna e trasformarla in abitazione?
Sarà per questo che reputo la neve primaverile – che chiamerò d’ora in avanti sempre “semeda” come tributo a quanto la natura di Livigno mi ha dato – la più bella neve dell’inverno?

Ricordo e vedo come in un film quella discesa.
Doveva essere pomeriggio, perché mi sembra di ricordare che la luce fosse semi radente. Come potesse essere così tardi nella giornata, visto che nella semeda a pomeriggio si affonda, non lo so. Forse ero leggero? O forse erano anni in cui il riscaldamento globale non la sgelava così tragicamente come oggi?

Il pendio era dolce. Era contornato da pini o quantomeno in fondo ma assai lontano ce n’era una fila. Là in fondo ci attendevano tutti i genitori. Tutti perché in cima non ero solo ma eravamo in tre ragazzini. Gli altri due di un anno più vecchi di me. Tutti e tre alla prima prova con gli sci ai piedi. Tito mio cugino, grande calciatore, corridore. Mi batteva sempre in tutto. Maino, cugino di un cugino, pacioccone ed un po’ imbranato. Ci diedero il via e scivolammo. Non so se ebbi paura, ansia, timore. Sciavamo poi uno perse velocità, poi fu l’altro e io mi trovai in fondo a tagliare il traguardo per primo. Di sicuro quella volta ci fu la soddisfazione d’aver io segnato il goal. Ma non posso essere sicuro. Ricordo la neve di primavera e la luce dorata. Che ho aspettato e per fortuna trovato ciclicamente per altre 57 stagioni!
Quel giorno è rimasto nella mia memoria e quando insegno a bambini principianti spero sempre che anche la loro “prima volta” rimanga un ricordo di dolcezza e conquista. E’ proprio per questo che suggerisco a tutti i genitori farli iniziare a sciare in primavera. Se si potesse li consiglierei anche di di farlo fuori pista all’orario in cui la semeda inizia a mollare. La neve è molto scivolosa ma lo sci vi penetra un po’ e ciò offre allo sciatore, anche se ignaro ed alle prime armi, la percezione del piede. Una piccola ma consistente resistenza. L’equilibrio ne gioverà.

UNA RADIOGRAFIA AD ALTISSIMA RISOLUZIONE

A quante radiografie sarò stato sottoposto? Molte, anche perché facendo sport nella natura ho preso molte botte e qualcuna ha rotto qualche osso.
Tutte le lastre che mi hanno fatto le ho osservate con curiosità. Le ossa con tutte quelle ombreggiature e linee che formano la struttura calcarea dello scheletro e a volte quelle crepe, un po’ più scure, a mostrare la frattura.

Ma la radiografia più profonda, dettagliata del mio corpo e debbo aggiungere imbarazzante me la fece uno sciatore principiante israeliano.

Quando è tarda primavera e la stagione dell’insegnamento volge al termine, almeno per me ed essendo la mia professione quella di maestro di sci, è un tormento.

Come apro gli occhi inizio a dirmi “Speriamo di riuscire ancora a fare un paio d’ore – tradotto – che trovi ancora due allievi che mi ingaggino, paghino e io possa arrotondare”. Subito dopo però mi dico: “Speriamo non venga nessuno!” Sì perché si è stanchi. Il caldo della primavera inoltrata cuoce la pelle, gonfia i piedi negli scarponi, il sole e il riverbero brucia la pelle. La neve poi può essere così molle da pesare tonnellate nell’esercizio di spostarla curvando o frenando. Diciamo che le condizioni sono dure sia per il maestro sia per l’allievo. Forze per lui sono addirittura tragiche.

Il periodo delle stagione era quello appena descritto e la Scuola Sci mi disse d’avere un allievo per me per due ore. Aggiunsero: “Non principiante. Ti aspetta allo skilift San Rocco.” Quando senti San Rocco e qualcuno ti dà appuntamento lì, la cosa puzza di bruciato lontano un miglio!
San Rocco è lo skilift più piatto se non del mondo di sicuro della cerchia alpina! E’ perfetto per un principiante per allenarsi da sé. Ma se ti danno appuntamento lì per una lezione vuol dire che quello sciatore molto probabilmente ha dei problemi.

E la maggior parte della volte il problema si chiama: paura!
Il signore aveva prenotato due ore. “Siamo a posto. Ne esco lesso! Coraggio, due ore passano presto e poi sono quell’altro po’ di soldini… ”
Mi feci trovare alla partenza 10 minuti prima dell’una. Là c’è il campanile della chiesa con un grosso e bell’orologio. Sarebbe brutto farsi cogliere in ritardo.
Arriva l’una, passano cinque minuti, poi dieci.

Evvai! Sempre meno fatica e cottura. All’una e 15 spunta colui che presumo e temo sarà il mio allievo. Alto, non più giovane, sci sotto l’ascella con punte in avanti, un’enorme giacca vento azzurrognola e slavata dal sole che gli scende fino a metà coscia. A completare il quadro una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo che gli esce da una tasca della giacca. “Me li dovrò sudare questi soldi” mi dico.
Mi presento in inglese, altrettanto fa’ lui, ma capisco che ha delle difficoltà nel parlare. Mi spiega che porta l’apparecchio acustico. Capisco e mi dico che non sarà un problema. Aggiunge che è a Livigno con lo sci club di Tel Aviv.
Ha iniziato due giorni fa’ in una classe di principianti ma ieri il suo coach gli ha suggerito sarebbe stato più proficuo andare alla locale scuola sci e chiedere lezioni private. “Thank you coach!” mi trovo a pensare.
Gli chiedo se preferisce la seggiovia o lo skilift. Opta per la prima. E’ biposto e ci saliamo insieme. Come la seggiola si stacca da terra, salendo verso il primo pilone, inizia a mormorare una melodia canora. “Bene è rilassato.” Lo fa’ ad occhi chiusi. Iniziamo la discesa. Si vede che è in ansia. Suda già come una fontana. Mi chiede se esegue ciò che gli propongo e se lo fa correttamente. Gli dico che scia e scia bene. Mi ringrazia e continuiamo. Gli spiego di appoggiarsi a destra così gli sci andranno a sinistra. Fa l’esatto opposto. Ma San Rocco è così piatto che funziona tutto! A metà pista – 500 metri in totale – mi chiede di fermarsi. Suda sempre più. Mi spiega che gli piace sciare ma ha paura. E questa è chiaramente una paura totale. Vera. Assolutamente profonda e da accettare da parte mia. Siamo arrivati. Si risale.
Riprende a canticchiare. Gli dico che mi fa’ piacere notare che sia rilassato. “In effetti l’altezza mi terrorizza e l’unico modo per distrarmi e rimuovere la paura è chiudere gli occhi e cantare.” “Siamo a posto.” mi dico mentre lo sguardo corre all’orologio del campanile. “Ancora un’ora!”
Terminata la seconda discesa è madido di sudore, ma soddisfatto. “Mi son sentito bene! Inizio a capire e a sentire il piacere di scivolare e sapere che posso cambiare direzione grazie ai miei movimenti. Tutto ciò mi fa’ star bene.”
Gli propongo una pausa e di sederci. Apprezza perché vorrebbe riposare e bere.
L’occhio non perde di vista l’orologio. E’ commovente debbo dire la verità. Son contento per lui, ma prendo tempo. O perdo tempo? Una volta seduti gli chiedo cosa faccia nella vita. “Insegno psicoanalisi all’Università di Tel Aviv.”
Sdeng! Sicuro ne sa’ più lui di me di tecniche di rilassamento, emozioni, paure come risolverle e che piacere nel raggiungere determinati traguardi.
“Lavoro anche per il tribunale come grafologo.” aggiunge. Viscido, tra curiosità e intento a perder tempo, gli chiedo se è vero riuscire a capire la personalità di una persona dalla grafìa e contemporaneamente estraggo dalla tasca la lista della spesa chiedendogli se può dirmi di me. Cerca di spiegarmi che si tratta di una scienza e non di un giochino; che quella lista è insufficiente, ma alle mie insistenze cede e… una frase alla volta mi denuda. “Sei altruista hai grandi slanci, dai molto alle persone, ma poi ti ritrai.” “Vero” gli dico e “Verissimo” mi dico. “Un altra caratteristica che hai è che quando fai l’amore o insomma per te fare l’amore fisicamente” – “Oh oh frena, penso” – per te vuol dire farlo con tutto il corpo non con il solo sesso” “Capisci cosa intendo?” e poi un altro paio diGaspa-Scheletro_Raggi cosucce così personali che se non fosse per l’abbronzatura sarei rosso come un peperone. Capisco e come!
Taglio corto e indicando l’orologio lo invito a rimettere gli sci altrimenti non faremo in tempo ad apprendere quanto gli serve capire ed esercitare nelle prossime giornate.
E’ di nuovo in modalità ansia e non può notare che sto rimettendomi tutti i panni, rivestendomi di tutte le mie corazze dopo l’esame radiografico.
Tutto quanto accadde quel giorno è rimasto nella mia memoria e cerco di farne tesoro quando insegno. Se avete paura chiedete di fare lezione dove è molto facile. Cantate o mormorate una canzone, funzionò con il professore di psicologia!
A livello personale quanto mi disse il professore di Tel Aviv giustifica il fatto che mi piaccia così tanto fare telemark. perché si fa’ con tutto il corpo non solo con le gambe e gli sci.
Sarà per la stessa ragione che in tutti gli anni e stagioni di telemark ho sempre cercato di coinvolgere nuove e altre parti del corpo nell’azione di curvare. Ho scoperto da solo come usare le braccia, la schiena, la testa, le caviglie e tanto d’altro, sentendo che delle singole parti del corpo non mi facevano…”godere”

RIFLESSO PARACADUTEGasperl-vola-copia

Se potete, cercate e godetevi la visione di un bellissimo film di sci di Werner Herzog ”La grande estasi dell’intagliatore Steiner” (Die grosse Ekstase des Bildschnitzers Steiner. La storia di un campione svizzero di salto dal trampolino nordico. Film in bianco e nero. Vedrete come scivola lungo il trampolino, come stacca sul dente e come usa tutto il corpo per creare dinamismo. Vola, lasciando che tutto quanto fatto produca il volo. Cambia assetto e si prepara all’atterraggio. Sgranate ora gli occhi e dividete il suo corpo in due parti. Dal baricentro ai piedi e dallo stesso alla testa. Perfetta posizione telemark sotto – un piede avanti uno indietro con ginocchio abbassato e tallone alzato. Sopra: busto eretto e braccia flesse ma alzate -.
Qualcuno potrebbe pensare a equilibrio sotto e stile sopra?
No! Postura inferiore che si combina con postura superiore. Solo così l’equilibrio è possibile e garantito. Quando si capisce il concetto che a ogni modificazione dell’assetto degli arti inferiori va creata serve anche per gioireuna modificazione negli arti superiori sciare a telemark diverrà più facile.
Naturale.
Prendiamo Emma mia figlia più piccola, la mia maestra di sci o di come insegnare a sciare. Da poche settimane comincia e osa attraversare il soggiorno di casa. Appena si stacca dalla sedia e abbozza i suoi passi – qualcuno li definirebbe goffi – alza le braccia e le allarga.
L’avevo già notato ma non avevo mai dato un importanza scientifica al fatto che la sensazione di stabilità è maggiore quando in fondo ad una posizione telemark porto in alto le braccia. Viceversa quando i piedi sono allineati e affiancati – la fase intermedia – tra una posizione a telemark e l’altra – le braccia sono abbassate e sui fianchi del corpo. Questo alzare e abbassare le braccia, se lo si coordina bene, porterà a domandarsi se siano le gambe o le braccia che danno il via all’azione.ecco cosa intendo
Mi rivolgo a Thomas Kostner Istruttore Nazionale di Telemark, ma anche fisioterapista, climber e bassista e gli espongo quanto osservato, provato e sentito.

“Sì, certo, si chiama ‘riflesso paracadute’.il paracadute E’ uno dei tanti riflessi innati e naturali che ci aiutano ad imparare a stare in equilibrio”. Come lo dice, la mia mente esplode. Corre. Come stappando una bottiglia di champagne esce un getto di liquido le sue parole producono nella mia testa lo stesso effetto! E’ un susseguirsi di idee, applicazioni sciistiche, propositi di ricerca, dubbi, quesiti.
La prima idea è: “Ma perché non considerare d’insegnare a far telemark e quindi una progressione di esercizi pratici basati sulla meccanica del camminare?”
Da quel momento ho iniziato a considerare la meccanica dello sciare come la meccanica del camminare. E oggi son convinto che sciare sia proprio come camminare lateralmente. Usiamo lateralmente quello che abbiamo appreso a fare frontalmente. Se così facciamo sciare a telemark ma anche sci alpino diverrà molto semplice, logico e innato oserei dire.

Alla prima occasione provo l’effetto paracadute su me e su degli allievi e funziona subito eseguendolo sulla massima pendenza.

Provo in diagonale (debbo dire che ho sempre odiato e sconsigliato di esercitarsi ad assumere posizioni a telemark in diagonale) e deluso scopro che non funziona. “Punto e a capo” mi dico. Ci penso un attimo e si apre una nuova bottiglia di champagne. Alzare due mani funziona sulla massima pendenza perché il piano d’appoggio (il pendio su cui gli sci/piedi scivolano) è equivalente al piano. Appena siamo di traverso al pendio un piede è più in alto come dislivello rispetto l’altro, siamo su una base sfalsata. Un po’ come stare sullo stesso gradino di una scala con ambedue i piedi e mettersi di traverso con un piede su un gradino in basso e l’altro su l’altro più in alto. La base è sfalsata. Se sotto è così, sopra ci deve essere un contemporaneo adeguamento. Altrimenti non c’è equilibrio. Riprovo in diagonale. Alzo solo il braccio a valle: sbilanciatissimo. Alzo quello a monte: bilanciatissimo. Ho scoperto l’effetto “mezzo-paracadute”!
Ai telemarker posso ricordare che se è vero che il telemarker è colui che ha i piedi e le gambe nella classica e tipica posizione ciò non deve portarlo a pensare solamente alle gambe. Ad ogni nuova posizione le braccia devono fare anche loro qualcosa. (In effetti sono i muscoli del tronco che devono essere sollecitati o coinvolti. Alzare le braccia li fa lavorare involontanon sempre funzionariamente.
Sempre a loro ricordo di non guardare in basso per vedere se si è in posizione telemark. Abbassando il capo si rilassano i muscoli cervicali e l’equilibrio è già perso. La contro prova di questo è l’esempio che segue. Mai provato a fare la verticale? Sarete stati invitati a contrarre gli addominali, a spingere le gambe verso l’alto. Ci si perde a cercare l’appoggio sulle mani, si contraggono le braccia, le spalle ma non si riesce a rimanere in equilibrio. Oggi so ma non è detto riesca a farlo che se al piano di sopra non c’è tensione la verticale non la farò mai! Potrei concludere e suggerire di far telemark con le braccia!
Osservate le 4 foto e giocate a comporre lo sciatore alpino e il telemarker.

SONO UN DELINQUENTE

Sono un delinquente: rubo ad ogni lezione. Gaspa-diabolik

Rubo ai miei allievi qualsiasi essi siano, qualsiasi sia il loro livello così come ad ogni sciata fatta con i forti telemarker che conosco.
Guardo il loro corpo, l’effetto che riescono a trasmettere agli sci grazie alle loro movenze e cerco immediatamente di eseguirle. Ogni volta trovo novità e benefici. Rubo, rubo e mi piacerebbe diventaste tutti miei complici! Rubo indifferentemente ai poveri – principianti e medi – e ai ricchi – i migliori.
A farmi sentire un po’ meno in colpa ci pensa ancora una volta Thomas Kostner. Mi racconta di una scoperta della facoltà di neurologia di Parma. Mi parla dei neuroni specchio. Sintetizzo. Alcuni neuroni del cervello tramite l’osservazione di un azione compiuta da altri si eccitano e sono pronti a stimolare i muscoli che producono quell’azione. Ancor prima di fare, osservando e grazie ai neuroni specchio i muscoli giusti sono pronti a eseguire. Fantastico. Come apriamo gli occhi appena nati, siamo già ladri.
Se fate lezione chiedete al maestro come si fa, il perché ma soprattutto osservate attentamente. I vostri neuroni specchio godranno ma non solo, subito sarete in grado di eseguire. Inizialmente in modo grezzo ma ci riuscirete. Valutate se il maestro è uno di quelli che si limita a spiegare oppure dimostra anche. Se invece siete maestri, per facilità anche vostra fate vedere! Dimostrate. Un movimento evidente è offrire all’allievo e i suoi neuroni specchio una possibilità. Gaspa-diab2
Ribadisco ai telemarker di non guardare solo le gambe, l’inginocchiamento. Alzate lo sguardo. Le azioni delle braccia – l’effetto paracadute – di cui ho già parlato sono evidenti. Se non li osservate i neuroni specchio lavoreranno solo per quanto riguarda la stimolazione dei muscoli delle gambe. Quel che non possiamo vedere sono le tensioni, le contrazioni e le decontrazioni che questi gesti inducono nella muscolatura del tronco. Quello che veramente è importante per l’equilibrio. Ma le braccia sono così evidenti!
La dimostrazione di un esercizio troppo perfetto, troppo pulito, credo stimoli troppo poco in generale e men che meno i neuroni specchio che madre natura ci ha regalato. L’esercizio perfetto è fine a sè stesso. Susciterà solo invidia. e può darsi sia eseguito così per creare solo invidia. Non voglio essere maligno, ma temo che molte volte sia eseguito così anche per dimostrare la superiorità del maestro mentre il vero maestro dovrebbe mettersi al livello dell’allievo.Gaspa-diab3

Da tempo credo che le tecniche di scivolamento della Scuola Italiana, sia di sci alpino, di snowboard, di telemark siano troppo perfette, quasi invisibili e quindi poco stimolanti e copiabili.

DONNE

Nella mia vita mi sono innamorato di tantissime donne, ma quelle più importanti, guarda caso, sono le donne dello sci.

Gaspa-donne7Alessandra l’ho conosciuta a un corso per maestri per l’insegnamento a portatori di handicap. Con lei, in effetti, ho sciato pochissimo ma con lei ho dialogato prima con lettere e cartoline poi con email e telefono più che con qualsiasi altra donna. Purtroppo con lei ho sciato troppe poche volte e altrettanto poco l’ho abbracciata. Per altro la sua presenza, anche se fisicamente lontani, lo scorso inverno mi ha premesso di passare dalla pesantezza alla leggerezza. Un silenzioso messaggio alla mattina e il pomeriggio sciavo leggero.

Blaire. Una giacca Patagonia arancione su una pista in Norvegia. La vedo oggi come la vidi 20 anni fa. Si girò e sorrise e da quel giorno siamo amici. È un’artista, pittrice e scrittrice. Ha una sensibilità che la porta spesso a soffrire. L’ultima volta che ci siamo visti era proprio a sciare e ci ha dedicato una poesia.

Fiorella. Sciava e scia dura come è la sua natura. Spigolosa, ma solida. Una solidità che è prima di tutto per gli altri e poi per sè. Con lei abbiamo costruito una casa, dato al mondo due figlie e troppo presi da quei compiti ci è rimasto troppo poco tempo per continuare a sciare insieme. Avrei voluto fare anche più spesso l’amore, magari dopo una giornata in neve fresca.Gaspa-donne1

Ulli. Amabile sugli sci e dura come solo i tedeschi possono essere. Avrei voluto poter sciare più a lungo con lei, in libertà. Ma la libertà che me l’ha fatta incontrare ha tramutato lo sci nell’unica fonte di guadagno della mia vita e quella fonte da libertà è divenuta prigione, in quanto l’unico modo per far fronte a tutti gli impegni che da quel giorno ho dovuto affrontare.

Annelin. Giunonica norvegese incontrata in Nuova Zelanda. Gran sciatrice, gran avventuriera della montagna. Una di quelle donne che però, da buone adulte, finita la fase della vita divertente e spensierata è diventata manager. È fortunata a vivere ora nella sua Norvegia. Paese di roccia, d’acqua, di neve, di selvaticità, si è saputa riposizionare in un’organizzazione che le permette di unire le sue conoscenza universitarie con la salvaguardia della natura.Gaspa-donne5

Dolores La Chapelle. Prima ancora di conoscerla ne ero già innamorato. Al telefono quando dovevo comunicarle la mia intenzione di creare un’edizione italiana del suo libro ero emozionato come io fossi un adolescente e lei la mia prima “morosa”. Quando la incontrai non sciava più da anni, causa i suoi incidenti e la sua età. Non abbiamo mai sciato insieme, ma ancora una volta è stato lo sci a farmi incontrare una donna molto importante per la mia vita.Gaspa-donne6

Se avessimo la possibilità di moltiplicare le nostre vite, mi piacerebbe trascorrerne una con ognuna di loro.

Delle mie donnine – Carlotta, Alessandra e Emma – ne parlerò in altri racconti.

VELA-VENTO – SCI-GRAVITÀ

Ho imparato ad andare in barca a vela frequentando i corsi del Touring Club Italiano al Centro Velico di Caprera. Scoprii la vela, la Sardegna con i suoi bellissimi colori, Caprera, La Maddalena, il suo granito, la macchia mediterranea, l’acqua azzurra e il vento di questa bellissima isola.
Ad andare in barca fui subito bravo e passai dal primo corso al secondo corso l’anno seguente.Gaspa_vela1 Evidentemente dimostrai d’avere qualcosa in più perché mi invitarono a frequentare il corso Istruttori che si svolgeva a Natale. Ci andai ed è stato l’unico Natale non sciistico della mia vita. Scoprii che la Sardegna d’inverno è immensamente più bella che in estate. È verde. Ricordo la sorpresa di scoprirla così verde e picchiettata del giallo delle ginestre.
Le lezioni di vela fin dall’inizio del primo corso furono teoriche e pratiche. Le teoriche per prime. Ricordo che ci si sedeva su panche, di fronte c’era l’istruttore e la sua lavagna e sempre la prima cosa che faceva era disegnare una freccia in alto, in mezzo alla lavagna. Quello era il vento.Gaspa_parap La direzione di provenienza. Tutto il veleggiare, nella teoria e nella pratica, è riferito all’energia regina: il vento e la sua direzione.
E noi quando sciamo o insegniamo sappiamo che energia usiamo? Non ne sono così sicuro, sebbene si scii sempre la forza di gravità!
Qualcuno dirà essere lapalissiano!
In effetti non è così, tant’è che sia noi maestri sia gli allievi ce lo scordiamo troppo spesso.
Verbalizzarlo è fondamentale solo così l’allievo si apre a sentire questa forza. Viceversa moltissimi continueranno a sentirsi infastiditi e lotteranno contro il motivo o la realtà che ci fa sciare.
Aprirsi a questa prima forza permetterà anche di essere pronti a scoprirne, considerarne e giocarne altre – per esempio la velocità, la forza centrifuga.
Se non imparo a sentire il vento e le forze da lui prodotte sulla vela e non capisco che questo insieme e interazione modifica l’assetto dello scafo, Gaspa_kayackscuffio (mi rovescio) in continuazione. Stessa cosa per lo sci.
Qualcuno penserà che dica sciocchezze. Che in effetti si scia l’energia della velocità e che questa è assai più potente della gravità!
È vero ma sappiate che oggi ci sono barche che vanno più veloci del vento.
perché è inutile spiegarlo. Ma per gestire quei bolidi, i velisti hanno imparato a gestire prima il vento. E non scordiamoci che i migliori sono quelli che sanno gestire le brezze non gli uragani!
Sciisticamente parlando atleti di Coppa del Mondo di sci alpino, abituati a velocità e forze per noi inimmaginabili, proprio per riaprirsi e reimparare a sentire e adeguare le risposte motorie a forze deboli, in estate eseguono sui ghiacciai, discese a spazzaneve per ore e ore.

Quindi non scordiamo che l’energia che sciamo è la gravità!

Sulla lavagna di Caprera la freccia che simboleggiava il vento veniva spostata. A destra a sinistra, in alto, più in basso. I venti cambiano e bravo chi lo intuisce e sente.
La gravità “soffia” sempre nella stessa direzione. Da monte a valle. Un bel vantaggio, ma noi, curvando, la troviamo applicata al nostro corpo in direzioni diverse. Il vento può girare e bravo chi se ne accorge. Nello sci noi giriamo ed è un po’ come se facessimo noi girare il vento. Se non lo consideriamo rischiamo d’essere un po’ sciocchi.
Le similitudini tra mare e neve, tra scorrere sull’acqua del mare e sulla neve, secondo me, sono tantissime.
Ne parlerò più avanti.
Tecnicamente posso suggerire essere più importante sentire l’energia della gravità che limitarsi a guardare la massima pendenza. Cercate di sentirla sul corpo più che su gli sci. Durante una curva imparate a sentirla prima su un fianco poi davanti e infine sull’altro fianco. Non potete costruire una casa su un pendio con la vetrata principale che guarda a sud e poi decidere di girarla perché la vetrata la preferite a nord, dovrete modificare le altezze delle pareti. La stessa logica si applica al nostro equilibrio quando sciando curviamo. La grossa differenza è che siamo noi che abbiamo deciso di girarci verso l’altra direzione.
Per concludere vi propongo un esempio. Quando chiedo ai miei allievi, in modo un po’ sibillino, quale sia la forza che usiamo per andare in barca a vela il più delle volte mi viene risposto essere l’acqua! Altre volte menzionano la barca e questi due elementi sono i più frequenti. Il vento è sempre dimenticato o considerato come ultima ipotesi.
Parallelamente chiedendo quale energia usiamo nello sci di discesa quasi sempre la risposta è: la neve, gli sci e rarissimamente la gravità.
Probabilmente è frutto della mentalità moderna che assegna maggior importanza all’attrezzatura che al fattore umano o naturale. Chiedendo quale energia si usi in auto, quasi tutti saremmo portati a dire: Il motore. Invece è l’energia termodinamica. In questo caso la risposta è più complessa perché basata su una conoscenza della fisica. Di una fisica scientifica. Vento e gravità sono forze della natura e – ahimè – tutti siamo sempre più distaccati dalla natura.
Andate a leggere Dolores LaChapelle! Non vi dico il perché, dovete farvi prendere dalla curiosità, specie se non sapete chi è stata Dolores. Sappiate che nel suo libro “Polvere profonda” ci sono le più belle, vere e profonde spiegazioni del perché sia così affascinante sciare in neve fresca. Cercate Dolores e troverete anche la forza di gravità.

SELEZIONE MAESTRO DI SCI.

Mi dicevano sciassi bene. C’era un po’ di tempo libero tra fine liceo e inizio università e decisi di approfittare di quella pausa e tentare la selezione di maestro di sci.
Ci andai a cuor leggero. Mi interessava ottenere la patacca di maestro per saltare le code, non pagare lo skipass e insegnare a Natale e Pasqua.
Passai la selezione, venni promosso ai corsi e mi guadagnai i galloni di maestro di sci. È così mi son trovato a percorrere la via e la vita del maestro di sci a tempo pieno.
La selezione si svolgeva a Selvino, nella bergamasca. Mai sentito di quel posto e dovetti cercarlo sulla cartina stradale. All’epoca non c’erano i navigatori. Ci arrivai la mattina stessa da Milano. Non mi piacque. Non era vera montagna, quella delle alte cime rocciose e innevate, quella di tanta neve e freddo.
A Selvino quel giorno era caldo e la neve non era un granché. Non ricordo che scarponi calzassi, ma gli sci, quelli li ricordo bene: Dynamic VR17. Gli sci di Jean Claue Killy. Era il terzo paio della mia vita. Neri con i fianchi gialli e in punta, sulla soletta, erano impressi i valori elastici di punta e coda. Riflettiamo un attimo su questo particolare. Si trattava di un’azienda decisamente torppo avanti o le aziende odierne sono rimaste indietro?!
Per la selezione però mi mancava un elemento dell’attrezzatura: i calzoni da sci che all’epoca erano aderenti e con una bella banda colorata sul fianco. Non li avevo e non volevo comprarli e così mi feci prestare da un cugino un paio di pantavento Kway! Il problema era che sciavo da anni in blue-jeans. Per di più pieni di pezze.Gaspa_jeans_toppe1 La moda a quei tempi era quella. Indossavi i jeans ed eri un duro. In effetti lo dovevi essere perché erano freddissimi. Ricordo che un inverno scoprimmo che un “amico” ne aveva un paio foderati. Già non era molto forte ma dopo la scoperta fu espulso dal gruppo. A quei tempi l’ordine di misura dell’essere sciatore era: sci appiccicati tra di loro, il più alto numero di curve possibile e sfacciataggine nei confronti del freddo. Quest’ultima voce era verificata solo quando si indossavano freddissimi blue jeans.
L’abito non fa il monaco, ma mi sembrava offensivo presentarmi alla selezione di maestro con un paio di jeans pezzati o forse anche solo autolesionistico agli occhi degli esaminatori. Ribadisco che a quei tempi tra i criteri selettivi era fondamentale lo stile.
Coi miei bei pantavento KWAY mi sembrava d’essere a posto.
Decisi di fare un po’ di discese di riscaldamento per prendere contatto con la neve.
A metà di una discesa incontro un tipo che mi ferma e mi domanda: “Sei qui per la selezione?”
“Si, anche tu?”
“Si certo. Ti ho guardato sciare e mi ricordi tantissimo uno che scia a Livigno. Ma quello scia sempre e solo in neve fresca e poi ha un paio di jeans pieni di pezze!”
Mi chinai e facendo scorrere la lampo mostrai i miei jeans pezzati. “Sono io!”
Non so se fui più orgoglioso dei miei jeans o degli elogi di sciatore – sempre – fuori pista.
Bisogna tener presente che erano gli anni della rivolta e anche sulla neve i jeans e le pezze erano manifestazioni del periodo politico e sociale. Non si parlava ancora un gran che di neve profonda, polverosa e men che meno di free ride ma sentivo la sciata nelle neve fresca come la più vera. La più pura. In quella neve non si poteva e non si può barare. Se hai tecnica, sensibilità e forse una naturale o generica simbiosi con la sua profondità … ti senti bene. Un vero sciatore anzi il vero sciatore. Oggi quanto scrivo suonerà tutto come già sentito ma all’epoca – parliamo di 45 anni fa – ero doppiamente rivoluzionario: per i jeans e per sciare solo in neve fresca!

STATISTICHE

Gaspa-Bob-Mazarei

Il telemarker più elegante, efficace, dinamico e stiloso che abbia mai visto – e ne ho visti moltissimi e fortissimi di diverse culture e paesi – è Luca Dalla Palma. Maestro di sci, Istruttore Nazionale di Telemark, Guida e fotografo.
Finché lo si è visto sciare, per molti di noi Istruttori Nazionali, è stato un modello,. Alcuni, osservandolo, hanno migliorato la propria sciata ma alla fine mi sembra di poter dire che tutti sono telemarker costruiti, Luca Dalla Palma è naturale. Non sono invidioso delle sue capacità. Lo apprezzo e osservo come si osserva un espressione dinamica eccelsa. Ma quel che più mi urta e mi arrovella, e per quanto provi a copiare non mi riesce fare, è stare in piedi e in equilibrio da fermo, sci ai piedi, come fa lui.
Luca ricorda una “elle” maiuscola. Provo a disegnarvela: L. Come faccia a non cadere indietro è un mistero. Gaspa-elleNon ne ho visti altri avere una tale postura. Casualmente, curiosando tra testi relativi alla camminata e al ciclo del passo sono forse riuscito a capire il perché stia in piedi. Come faccia è solo patrimonio suo e di – forse – una categoria di persone.
Considerate il vostro baricentro e immaginate contemporaneamente di determinare la mezzeria dei vostri piedi. Ebbene statisticamente hanno scoperto e verificato che esistono due categorie di corpi. Una è quella formata da chi ha il baricentro che cade davanti alla mezzeria del piede. L’altra categoria è caratterizzata invece dal baricentro che cade dietro la mezzeria. Dove cade la sua? Non lo so. La mia? Non lo so e non voglio saperlo. Se scoprissi cadesse davanti e a lui dietro potrebbe essere deprimente sapere che Madre Natura mi ha fatto “male” per sciare in telemark.
La teoria dice anche che la postura del collo e della testa svolgono un ruolo molto importante. Chi ha lo sguardo rivolto verso il basso sia una persona che bada maggiormente ai particolari; chi ha la testa alta consideri vivere il generale, la totalità. I secondi sono più protesi al futuro. I primi al presente. Ma qui dallo sport scivoliamo in altri ambiti, troppo seri e impegnativi per un dilettante come me.
Un altro fortissimo telemarker è l’amico Bob Mazarei.

Gaspa-Bob-quello_al_centro

Lui è l’eccezione a tutto. Bob infatti riesce addirittura a dormire in piedi! Non è una fandonia. L’ho visto dormire in piedi su un bus in India durante la spedizione al Bandar Punch!
Bob è nato e cresciuto a Los Angeles, in California. Ne è estremamente orgoglioso. Se vi siederete al suo fianco in seggiovia ve lo dirà subito. Ma abita a Verbier in Svizzera. Stanco della vita caotica della metropoli americana e affascinato dallo sci e dai racconti che leggeva sulla rivista Powder, un giorno, decise di trasferirsi a Verbier. Ci arrivò, visse illegalmente in tenda per un paio di settimane (a Verbier è proibito piantare le tende). Si cambiava e lavava all’ufficio postale, complice una postina. Lei è poi diventata ancor più complice sposandolo. La sua passione sciistica è enorme. Scia ogni giorno della stagione sia telemark sia snowboard e per farlo ha scelto come lavoro il portiere di notte in albergo! Così al mattino, verso le 9, torna a casa, saluta la moglie che si incammina verso l’ufficio postale, e va a sciare. Torna alle 5 del pomeriggio, riposa un po’ o suona la chitarra – altra enorme passione di Bob – e alle 7, risalutando la moglie appena tornata dal lavoro si reca al lavoro. Durante le ore della sera e della notte dormicchia qua e là. È così che ha imparato a dormire a spicchi. L’arte sciatoria e soporifera è giunta a livelli estremi. Scia con grande naturalezza e dorme pure in piedi! Ma raccontare Bob per intero richiederebbe un volume a sé. Per riuscire in tutto questo credo che lui sia uno dei pochissimi con baricentro che cade esattamente al centro della mezzeria dei piedi!!!

SIMILITUDINI MARE-NEVE

Sarò un po’ matto, sarà che ho praticato sia sport di montagna sia sport d’acqua – vela e kayakGaspa_kayack

– ma quando scio e curvo trovo tante sensazioni simili a quelle trovate tra le onde.
Una curva è l’onda che risale la battigia.

Quante volte abbiamo giocato a valutare se quell’onda che vediamo formarsi riuscirà ad avere tanta potenza ed energia da arrivare a bagnarci i piedi?
L’onda cresce. La vediamo e ne valutiamo la potenza.Gaspa-onda che monta La potenza dello sciatore in curva è simile. Nella prima parte di curva, quella che dalla diagonale ci porta verso la massima pendenza, è la parte dove l’onda cresce e mostra tutta la sua potenza. Quanta è? È lo stesso gioco dell’onda del mare vista da riva. Impariamo a indovinare dove finirà e dove ci porterà tutta quell’energia. Sciando nel primo arco di curva acquistiamo potenza, velocità. Dove si esaurirà l’onda del mare e dove quella forza acquisita in curva sugli sci? L’onda sulla sabbia della spiaggia, più o meno in alto, Gaspa-onda spiaggia2l’energia della curva si esaurirà a destra o sinistra. Quanto in quelle direzioni saremo spinti? Possiamo solo valutarlo approssimativamente, ma l’esperienza ci insegnerà a capire quanto a destra e sinistra saremo spinti, di quanto spazio avremo bisogno per trovare armonia. Come tutti abbiamo imparato a fare quel passo indietro se non vogliamo bagnarci i piedi, sciando dovremo solo aspettare un po’ di più prima d’iniziare a farne un’altra così da legarle in modo armonico e ritmico.
Sciisticamente il suggerimento è di non cercate di frenare a metà curva, men che meno aspettarsi che lì si rallenti – sarebbe come costruire una diga tra i vostri piedi e l’onda – bensì lasciare che gli sci vadano a rallentare a destra o sinistra.
L’onda risale sempre la spiaggiaGaspa-onda spiaggia. La curva che sia a destra o sinistra scivola sempre verso valle. Quindi è un finale bi-dimensionale: destra in basso, sinistra in basso. Bisogna capire questa bi-dimensionalità. Rimaniamo allibiti guardando le sbandate dei piloti di Moto GP mentre spesso non consideriamo che le nostre sbandate sugli sci sono il pane quotidiano dello sciatore e sono assai più goderecce.

In primavera, quando la neve è acquosa e un po’ pesante, curvando lo sci canta il suono delle onde del mare nella neve.
Nella prima metà la curva acquisisce potenza in modo silenzioso, così come l’onda che cresce. Nella seconda parte della curva è come quell’onda che frange rumorosamente e schiumante. Provate, sentite e ascoltate. In ultima analisi arriverete a sciare e curvare usando non solo il corpo, ma anche altri sensi. Più sensi utilizziamo, più sciamo “aperti” e disposti a sentire, più facile e gioioso sarà sciare!
Considerate che la neve fredda, quella dell’inverno, è più silenziosa. Più difficile riuscire a sentire la sua musica. Il ghiaccio e la neve dura… non parliamone neanche. Quella non canta, fa solo rumore e il rumore disturba. Quando c’è bandiera rossa in spiaggia è meglio non avvicinarsi alle onde.Gaspa-Le-onde-di-ghiaccio Quando c’è ghiaccio forse converrebbe non andare a sciare. Meglio un paio di pattini o una passeggiata nel bosco o scalare una cascata con picozze e ramponi.
Se non vi sembro esagerato nella mia ricerca di similitudini e sensazioni sarebbe bello sapere che voi stessi, dal prossimo inverno, cercherete similitudini con attività che conoscete. Ne gioverete voi e la vostra sciata. Se le comunicherete agli altri – amici o anche il vostro maestro di sci – sarà un bel gesto. Se non siete d’accordo consideratela come una provocazione che potrebbe però elevare il vostro livello di curiosità e attenzione.

Ritorno alla vela. Se il vento colpisce perpendicolarmente le vele, lo scafo si inclina e accelera. Dalla diagonale alla massima pendenza immagino spesso che il “vento-gravità” si appoggi perpendicolarmente alla mia schiena e quindi accelererò. Da metà curva alla diagonale le mie spalle e la mia schiena si disporranno trasversalmente al “vento-gravità” e rallenterò ma soprattutto sentirò che dovrò cambiare il mio equilibrio perché le forze si applicano al mio scafo-sciatore in modo diverso
Noi maestri ci dimentichiamo troppo spesso di spiegare le cose più semplici. Siamo indotti a questa dimenticanza proprio per averle imparate e ripetute milioni di volte dandole alla fine per scontate.
Esempi: come portare gli sci in spalla; come unirli tra loro usando gli ski stopper quando non li abbiamo ai piedi; come entrare e uscire dagli attacchi e tanti altre situazioni banali. Non è così tragico non saperle, un po’ superficiale non comunicarle. Assai più grave è scordare di far presente argomenti quali: gravità, lamine degli sci, scivolosità della soletta e tante altre piccole cose.
Ma la gravità per favore non scordiamocela più. Noi e voi.

GEOMETRIA: DIVERSE SENSAZIONI e REALTÀ

Ciò di cui parlerò adesso è un gesto che noi maestri di sci facciamo migliaia di volte durante la stagione, disegnare la curva sulla neve con la racchetta. E’ un gesto che ogni maestro di sci esegue migliaia di volte in una stagione ora che qui abbiamo della carta proviamo a considerare il tutto con più calma.
Aspettativa di curva errata: Andare da A a B

fig.1

gaspa-graf-buona-2-1

Una considerazione di geometria della curva così rappresentata è un grosso errore. Spesso gli allievi sbagliano e non riescono a sentirsi a loro agio proprio perché trovandosi in A, a inizio curva, mirano a arrivare a B, il fine curva. La curva sugli sci non è la Milano-San Remo: è una gara a tappe. Un giro d’Italia.

Geometria di curva corretta: da A a B a C

fig.2

gaspa-graf-1-1

Ciò che intendiamo spesso come curva è quell’arco di 180° che vediamo eseguire, che visualizziamo come un andare da una diagonale all’altra, ma praticamente è la somma di due parti: la prima metà della curva e la seconda. Provo a fare il matematico e scrivo un’equazione. L’equazione della curva è: ACy = ABx + BxCy. Dove ACy è l’arco di 180°; ABx la prima metà della curva; BxCy la seconda metà della curva. Il perché leggiate una x e una y è perché questi due punti sono due variabili, dipendenti da velocità, inclinazione pendio e caratteristiche della neve.

La maggior parte delle ore di sci le trascorro su pendii facili, medi, sicuramente molto meno tempo lo trascorro sul ripido. Quando sciando da solo mi trovo sul ripido sono intimorito anch’io dal vuoto, così come i miei allievi lo sono sul facile o sul medio. In quei casi anch’io incorro nell’errore di cercare di raggiungere C scordandomi di B.
Il punto C è per tutti il porto dove ci si sente in acque sicure e protette. Sciisticamente dove siamo alla fine dell’avventura curva, siamo di nuovo in controllo. Quando anch’io partendo nella curva focalizzo la mia attenzione al punto C, il fine curva, vado sempre in rotazione e così perdo il controllo degli appoggi e dell’equilibrio. Se son bravo a recuperare rimango in piedi altrimenti “sbatto in banchina”.
Quando a fine curva mi sento squilibrato mi fermo e mi chiedo come risolvere il problema e subito mi ricordo del Giro d’Italia. Una tappa alla volta. Da A a B e da B a C. Appena approccio la curva in questo modo, nonostante rimanga la situazione di difficoltà, vengo sempre premiato. Rimango in equilibrio e sotto controllo.
Un’altra importante caratteristica della figura 2, favoriti anche dalla quadrettatura del foglio, è la simmetria tra le due parti della curva. Ciò è indice del miglior utilizzo della dimensione “spazio”.
La quantità di tempo necessaria a coprire i tratti ABx e BxC dipende dall’altro fattore: il tempo.
Le due entità spazio e tempo combinate definiscono la velocità di percorrenza della curva. La velocità è influenzata anche da velocità d’entrata in curva, dall’inclinazione del pendio e dalla qualità della neve. Le tre variabili dello sci.

Consideriamo ora un’altra geometria di curva. Una delle più comuni per altro. Cercare d’andare da A a C secondo la geometria della figura 3 risulta essere un pessimo utilizzo dello spazio e del tempo.

fig.3

gaspa-graf-1-2

Infatti si tratta di una geometria asimmetrica. Non c’è simmetria tra i due archi di curva. Strozzare la seconda parte è assurdo perché a metà curva si accelera. È un po’ come se in auto entrati in curva si notasse che questa va stringendosi e invece di percorrerla con la velocità d’entrata accelerassimo. E’ garantita l’uscita di strada, uno stridore di pneumatici e una loro usura. Altrettanto dicasi per lo sciatore. Difficoltà a controllare le forze che si scatenano, aumentando. Le lamine non tengono, i muscoli soffrono. Lo sciatore non produce geometria armonica e men che meno armonia per sè stesso a livello di sensazioni. Questa geometria è una geometria di guerra! Tecnicamente si può dire che è un cattivo utilizzo di spazio e tempo.
Ma non è una sola questione di geometria, anche se spero che osservare questi disegni aiuterà ma è tramite le sensazioni che si impara, si migliora, si trova piacere. E allora cercherò di creare degli abbinamenti tra figure geometriche della curva e le sensazioni da provare lungo le sue parti.

fig.4

gaspa-graf-buona-1-1

Le sensazioni che si possono provare nei due tratti della curva.

1) ABx leggeri – BxCy pesanti
La leggerezza e la pesantezza la si sente sui piedi/sci. Bisogna non solo sentirla ma anche accettarla. È la realtà della curva. Inutile intestardirsi a lottare contro queste sensazioni. Magari va invece enfatizzata. Accettiamo la fisica e realtà sensoriale della curva.

2) ABx velocità che cresce – BxCy velocità diminuisce
Andando da A verso Bx si invita la gravità a “prenderci”. Il vento della gravità ci spingerà o tirerà più velocemente. In questa prima parte di curva si accelera. Da Bx a Cy si rallenta. O meglio saranno gli sci a rallentare in modo progressivo. È quindi giusto attendere che il rallentamento avvenga da sé.

3) ABx pilota – BxCy passeggero
DA A a Bx siamo noi ad agire sugli sci. Vogliamo fargli abbandonare la diagonale per cambiare direzione. In questo tratto siamo piloti. Da BX a Cy gli sci sono oramai sui nuovi spigoli e noi diveniamo “passeggeri” del nostro veicolo. Dobbiamo solo mantenere l’equilibrio sugli spigoli e gli sci, come un aeroplano, un auto, un treno, ci porteranno a destinazione: il fine curva.

4) ABx è una instabilizzazione; BxCy è una stabilizzazione. ABx è il momento in cui gli sci cambiano di spigolo, si riduce il vincolo che è equivalente al piede che nella camminata si stacca da terra per dar luogo al passo. Camminando ci siamo abituati ad accettare il vuoto sotto il piede, dobbiamo abituarci ad accettare questo vuoto, mancanza di vincolo, anche sugli sci. Il vuoto si riempie al nuovo contatto con tra terreno e piede nella camminata e altrettanto accadrà sugli sci. Molto presto le nuove lamine degli sci appariranno a concederci nuova stabilità. Lo sci ha trovato lo spigolo. Il vincolo. Usiamolo per appoggiarci. Teniamoli così, sugli spigoli. Un piede ci sostiene così come la lamina e questa lavorerà sulla neve e farà sì che gli sci arrivino a fine curva. Il punto Cy. Non scordiamoci che abbiamo speso fior fior di soldi per quei nuovi sci sciancrati. Quindi cerchiamo d’aver fiducia nelle caratteristiche geometriche della tecnologia che abbiamo acquistato.

Se A è ben definito perché è il punto in cui decidiamo noi volontariamente di dare inizio alle manovre, B e C li ho definiti come x e y. Sono variabili. X corrisponde al momento in cui dovrete abituarvi o vi dovrà essere stato insegnato a sentire lo spigolo interno dello sci o lato interno del piede (vedi più sotto tempismi telemark). Questo momento varia in funzione di velocità d’avanzamento, pendenza pista e velocità d’esecuzione dei movimenti che fanno cambiare gli spigoli. Y corrisponde a dove termina la curva. Questo punto è sempre influenzato da velocità e pendio. Regola generale: a bassa velocità x è dopo metà curva, mentre ad alta velocità si colloca prima della metà. In mezzo ci sono tutte le variabili legate alla variabilità di esecuzione, velocità, pendenza, qualità della neve. Se volete, il fatto che siano due punti variabili è ciò che costituisce una delle ragioni del perché sciare sia così bello. Una delle rispose è che mai una curva è identica all’altra.
Sarebbe buona cosa se ci si abituasse sin dall’inizio a scoprire essere più facile e meno faticoso aspettarsi che il punto C appaia come in Fig 5. In pratica possiamo notare che qui è disegnata una parabola che nella prima metà corrisponde a un cerchio perfetto mentre nella seconda è un arco che tende ad allargarsi. Un interpretazione di questo genere non vi permetterà di vincere nessuna gara ma le forze che si scatenano nel secondo arco di curva saranno disperse verso l’esterno e così si farà meno fatica. Così facendo si litiga meno con gli sci, la neve e la forza centrifuga. Magari riusciremo anche ad essere più eleganti.
Per quanto riguarda stabilizzazioni, instabilizzazioni, contatto e vincolo tra piede e terreno, tra lamina dello sci e neve si tratta di logiche e abitudini, a mio parere, assolutamente simili al camminare. E tutto ciò è ancor evidente nel telemark dove la modalità di cambio degli appoggi è uguale a quella del passo, proprio per il caratteristico avanzare e arretrare dei piedi caratteristico del telemark. In ogni caso tutto questo lo vedremo e lo spiegherò più avanti.

fig.5

gaspa-graf-buona-2-2

NOTA PER TELEMARK. – Nel telemark le variabili aumentano. Ciò può complicare la vita o renderla più stimolante e interessante. Il punto x, inteso come il punto in cui lo sci, gli sci, il piede, i piedi cambiano spigolo nel telemark dovremmo definirlo come x1 e x2.
Consideriamo infatti di sciare a bassa velocità. In questo caso il piede avanzato passa aldilà della Massima Pendenza prima del piede arretrato. In pratica lo sci esterno (avanzato) appare sul nuovo spigolo prima dello sci interno (arretrato); ecco perché è necessario definire due x. A bassa velocità avremo x1 che è il momento in cui questo sci offre vincolo. Il piede che è rimasto indietro passa la Massima Pendenza più tardi e quindi x2. Il telemark a bassa velocità ha tempi e ritmi diversi. Inutile, diseducativo, incancrenirsi a cercare la simultaneità delle sensazioni su ambedue piedi/spigoli a bassa velocità. Cambio di spigoli simultaneo e la simmetrica divisione dei pesi su piede avanzato e avampiede e la conseguente stabilizzazione sui fianchi degli sci nello stesso momento sono solo da aspettarsi, ricercare e allenare da una certa velocità in su. Ricercarlo costantemente è un’inutile chimera se non addirittura un falso obbiettivo, direi addirittura diseducativo.
Sicuramente c’è una curva eseguita a una certa velocità, su un certo pendio, con una certa neve dove i pesi rimangono divisi 50 e 50 ma si tratta di una delle mille diverse curve che si eseguono. Per di più essendo ognuno di noi diverso – alti, bassi, forti, potenti, leggeri, pesanti – quando lo sento e lo eseguo io, alto 1,70 e 70 kg. molto probabilmente non è realistico lo possa fare chi è alto 1,80 e pesa 90 kg.

SIAMO PERDENTI

Quando si fa sci di discesa, telemark, alpino, snowboard, si è per definizione dei perdenti. Almeno a me piace pensarla così.
Scendiamo, vogliamo o dobbiamo “perdere” dislivello. Se non lo facessimo non giocheremmo lo sport che abbiamo scelto di fare.
Spesso lo ripeto ai miei allievi, quelli che curvano come in figura 3 del racconto: GEOMETRIA: DIVERSE SENSAZIONI e REALTÀ.

gaspa-graf-1-2

Gli dico che continuando ad interpretare la curva come nella figura e dovessero anche migliorare potrebbero non arrivare mai all’après ski che solitamente è in fondo alla pista perché girano all’insù! Ci son sempre vantaggi. Diventando campioni delle curve in su potrebbero comprare una sola risalita e non una giornaliera. Risparmierebbero, ma in effetti quante energie sprecano?
Sciare è una metafora della vita e come nella vita siamo delle marionette. Nello sci il marionettista sta in fondo alla montagna. Siamo collegati a lui da migliaia di fili. Tramite quelli ci tira verso il basso. Sta a noi concedergli la libertà di tirare la parte di noi e della nostra attrezzatura che più ci conviene.
A inizio curva lascio loro tirare i fili collegati alla punta degli sci così che girino verso valle. A metà curva, il vigliacco tirerà tutti i fili. Mi farà accelerare. Crederà di avermela fatta. “Ora lo tiro giù del tutto e lo ammazzo!” Non ce la farà perché gli sci hanno cambiato spigoli e allora basta pensare di lasciargli tirare solo i fili legati alle code e gli sci correranno verso C, il fine curva.
Si mangerà le unghie. A fine curva riproverà a metterci in crisi e tirerà tutti i fili ma così, se lo so e lo accetto, non farà che farmi “derapare”. Magra soddisfazione la sua. Utile a noi perché ogni derapata è una frenata e ciò mi fa sentire sotto controllo e perdo un po’ di dislivello. A furia di considerare la vostra discesa una serie di curve eseguite come descritto qui sopra arriverete in fondo e potreste iniziare a litigare.
No, non fatelo! Ringraziatelo invece perché senza di lui non potreste fare sci di discesa.

Prior Glacier

A proposito mi son scordato di dire che il teatrino si chiama Teatro Montagna, il burattinaio si chiama Sir Gravità e voi telemarker o snowboarder o sciatori di alpino, le marionette!

Trent’anni fa iniziai a volare in parapendio. La vita a Livigno sembrava svolgersi in un parco giochi. Iniziai d’inverno – aria fredda, pesante che scende sempre a valle – perdente anche lì. Erano anni stupendi. Ogni momento libero tra una lezione e l’altra era occasione per correre in cima alla montagna per una planata, una spirale, uno stallo, per fare le orecchie. Insomma esercitarsi ad avere dimestichezza con le manovre.
A un certo punto eravamo parecchi a colorare il cielo di Livigno. Ricordo ancora quando Fabio portò in volo con sè un manichino e sopra il solarium della Scuola Sci lo sganciò. Si sollevò un urlo generale tra i vacanzieri. Pensarono a un incidente e al morto. Lo scherzo, anche se un po’ macabro ebbe sicuramente effetto. Era il periodo di Carnevale!
Volare d’estate a Livigno era tutta un’altra storia. Le turbolenze in alta montagna sono terribili e si faceva o il volo del secolo oppure si moriva di paura. Se era la giornata giusta si riusciva a fare distanza, guadagno di quota e libertà di scendere quando più o meno si voleva. Più spesso però sembrava di essere in una lavatrice. Sballottati, squassati, con la vela che si chiudeva, l’altimetro che continuava con il suo BIP a dire che le termiche ci spingevano sempre in sù. Alcuni voli erano un’agonia. Da farsela sotto.
Ricordo un giorno in cui stanco e stressato da paura, chiusura della vela, con il terribile BIP-BIP nella orecchie facevo tutto per scendere e invece salivo e basta. Pensavo che se fossi arrivato in atterraggio avrei perso la vela e l’avrei gettata nel cassonetto. Se sono qui a scrivere è perché alla fine giunsi in atterraggio, ma beccando una discendenza mostruosa. Feci 200 metri di dislivello verticalmente senza un metro in avanti con una potente linea di alta tensione sotto di me. Dio mio quanto mi mancava la possibilità di derapare verso valle e arrivare sotto controllo alla fine dell’agonia!

Lo sci quando derapa perde dislivello. Allenare lo slittamento laterale significa abituare il proprio corpo alla dimensione di scivolamento laterale che combinandosi con l’avanzamento dello sci dà luogo alla curva.
In una curva lo sci corre in avanti e sbanda. Se non lo lascio correre faccio solamente slittamento laterale. Se non lo lascio derapare correrà solo avanti e non curverà (lasciamo perdere la conduzione e la sciancratura che reputo sci/spazzatura se non l’inizio della morte dello sciare).
Pat Morrow
Sono in Norvegia a casa di Morten Aass. Siamo Giorgio, Jannika, Leonardo, Toffa, Manolo ed io. Da Oslo a Hemsdal passiamo sotto una montagna con un bel canale incastrato tra le rocce. E’ largo e ha uno sviluppo a forma di esse.
Morten: “Domani andiamo a farlo!”
“Sto Morten è un genio mi dico”.
Ma la serata diventa notte bevendo birre, troppe birre. La sveglia è alle 12. Tutti soffriamo dei postumi della serata. Ma si parte lo stesso. Alle 15.30 siamo in cima.
Come metto gli sci dentro il canalone mi accorgo che sta entrando nell’ombra. La neve molle del pomeriggio sta rigelando e inizia a formarsi una preoccupante crosta superficiale.
Morten da bravo norvegese aveva bevuto più degli altri e a sorpresa toglie gli sci e scende con i ramponi.
“Capperi anche gli dei patiscono l’alcool!”
“Ok caro Luca fino a una settimana fa facevi lezione e proclamavi la superiorità del telemark e i vantaggi del derapage. Vai!”
“Si…ma sti capperi di sci sciancrati” (uno dei primi modelli larghi e sciancrati) “di far derapage non ne vogliono sapere. Ogni volta che accenno lo slittamento la punta aggancia, lo sci invece di traslare verso valle parallelo a se stesso gira in su. Il tallone si stacca e l’ansia cresce. Ho un bel dirmi di credere in ciò che professo. Mi viene in mente la canzone di Madonna “Papa don’t preach…”
Insomma con un po’ di scaletta, di derapage, d’arte e mestiere sono arrivato a metà dove la crosta terminava e tirando un sospiro di sollievo ho iniziato a sciare.
Ah, scordavo di dire che là dove smisi d’arrancare seduto su una roccia c’era il burattinaio e sghignazzava. L’ho odiato anche perché aveva una birra in mano.
Finché si scia in campo aperto, non si fanno gare o non ci si concentra sulla conduzione, considerarsi dei perdenti – verso valle – aiuta ad imparare e ridurre l’ansia e la fatica.
Conviene anche domandarsi se sia solo oro che luccica la sciancratura degli sci o un limite!

SCI E SCARPONI

Gli sci e gli scarponi possono essere intesi come gli attrezzi dell’artista sciatore ma non dobbiamo scordare che sono anche il nostro veicolo quando siamo sulla neve. Quindi provo a dirvi la mia opinione. Nella struttura meccanica dello sciatore io considero lo sci come un utensile. Un utensile come potrebbe essere un coltello. Con il coltello possiamo tagliare, grattare, spalmare e pure accarezzare se si vuole. Il corpo dello sciatore è il manico dell’utensile. Il manico è più o meno lungo. Può essere tutto il corpo e così è per il principiante; possono essere solo gli arti inferiori, per lo sciatore bravo. Lo scarpone è la parte che mette in comunicazione l’utensile con il manico. C’è poi la testa dove ci sono le volontà, da dove partono gli impulsi, dove c’è l’estro artistico. Questi quattro elementi hanno importanza e valore diversi nel gioco del curvare. Testa e corpo (testa e manico) 50%, scarpone 30%, sci 20%. Non credo sia sorprendente il minimo valore dell’utensile. Manolo può scalare benissimo con un paio di scarpacce. Leonardo disegnare in maniera sublime con un mozzicone di matita. Un intagliatore di legno con un temperino. La testa e il corpo creano l’opera. Lo scarpone è fondamentale perché se Manolo non allaccia le stringhe neppure lui andrà lontano. L’intagliatore se non blocca lama e manico farà sgorbi. Leonardo con una matita dal fusto elastico rischia anch’egli degli sgorbi. Più si è agli inizi e più si usano gesti grezzi.
Gaspa.scarponi
Pieni di movimenti parassiti e superflui. Ecco perché un telemarker principiante spinge avanti il piede, il ginocchio, l’anca, la spalla e va inesorabilmente in rotazione perdendo il controllo dell’equilibrio. Più tardi imparerà a limitare i movimenti e a combinarli. Ricordo quando in prima elementare il primo giorno ci fecero fare le aste. Erano tutte storte, incerte e non faccio fatica a pensare avessi i crampi in tutto il braccio e il sudore alla fronte quando giunsi in fondo alla pagina. Poi col tempo e l’esercizio divennero sempre più dritte e a costi energetici inferiori. Più ci si impratichisce più si diventa efficaci e precisi. Più il telemarker – ma così anche lo sciatore alpino e lo snowboarder – cresce e più i movimenti diventano fini e per assurdo potenti ed efficaci. Le tecniche italiane che riguardano le tre specialità sono a mio parere tutte troppo sopraffine sin dalle prime proposte tecniche. Quando insegno preferisco partire da proposte grezze, grosse poi ridurre. Ma torniamo all’esempio del coltello e semplifichiamo ancor di più. Parliamo di mano. Lo chiedo spesso ai miei allievi. “Con la mano, posata sul mio braccio, immagina di tagliarmi, ora di grattarmi con il lato che prima tagliava e ora accarezzarmi!” Tutti lo fanno ignari di quali muscoli e articolazioni hanno usato. Voi provate a sciare sentendo quando tagliate (durante la diagonale), accarezzate (la prima metà della curva), grattate (la seconda). Provate a realizzare le tre sensazioni facendo spazzaneve – l’esercizio sciistico equiparabile alle aste. Non rifiutatevi di tornare allo spazzaneve. Non è un disonore farlo ed esercitarlo. Là troverete molte risposte ai dubbi e alle difficoltà che potreste vivere e patire al vostro livello. Non pensate a quale articolazione usare, ai pesi. Sostituite a “cosa fare” il concetto “che sensazione devo ottenere”. Parliamo un po’ delle curiose caratteristiche che ha il veicolo sci, specie se lo consideriamo in curva. Domanda rivolta ai miei allievi: “La bici, andando piano, gira grazie alla ruota davanti o dietro? E l’auto?” Cento per cento di risposte: “Davanti” “E gli sci?” Risposta “Idem”. Non è vero! Lo sci si comporta diversamente. Nella prima metà della curva gira di punta (ruote davanti) nella seconda metà grazie alla coda (le ruote dietro). Sì, sì lo so sapientoni che direte “Non è vero” “Gira per la sua interezza”. Ma parlo per chi sta imparando e deve e vuole migliorare – OK?

L’INDUSTRIA DELLO SCI

E’ tempo che mi liberi di un cruccio e mi permetta una critica al mondo dell’industria. Consideriamo la condizione in cui si trova lo sciatore e immaginiamo, per dar più peso a questa condizione, che si tratti di uno sciatore principiante. Fa freddo. Gli scarponi scivolano dappertutto camminando dall’albergo agli impianti. In più deve portare sci e racchette. Non solo i suoi, magari pure quelli del figlio e tenerlo per di più per mano. Sia per motivi di sicurezza e perché anche lui ha gli stessi problemi di deambulazione. Sul volto del bambino si può già leggere il dubbio: “Ma come? Mi avevi raccontato che era bello e facile!”
Non riesce a camminare con questi stivali da palombaro. Pesanti una tonnellata. Se potesse verbalizzare la sua condizione forse direbbe: “Papà abbiamo dimenticato le caviglie in albergo!” Infatti non ci sono più. Azzerate negli scarponi. Gli sci poi pesano una tonnellata. Le maledette piastre per consentire “la conduzione” sugli spigoli, i sistemi di regolazione veloce che facilitano la vita del noleggiatore e complicano quella del facchino-sciatore: papà o mamma. Pesi aggiunti che trascineranno a velocità eccessiva il povero principiante verso valle. Mica male per entusiasmare la gente. I futuri clienti e consumatori!
Ogni anno ci prendono in giro cambiando i colori degli sci e degli scarponi. Ai primi aggiungeranno quel millimetro in punta che abbiamo letto essere la rivoluzione. Idem per gli scarponi.
“Quelli nuovi – sono di quest’anno perché sono di colore diverso o hanno un adesivo nuovo – sono molto migliorati” così ci dicono e abbiamo letto sulle riviste specializzate.
L’industria dello sci si dimentica che gli sport che attraggono sempre più appassionati sono quelli che alleggeriscono e tolgono dall’attrezzatura.
Lo sci no! Aggiunge peso, larghezza, rigidità e decine se non centinaia di euro ogni anno. Ma è tutto sempre più performante, facilitante, in una parola rivoluzionario. Così dicono. Personalmente di miglioramenti ne vedo sempre meno e mai così eclatanti.
“Papà perché non torniamo a fare sci di fondo? Si fa’ meno fatica! Oppure mettimi seduta sull’altalena. Con questi scarponi scommetto che riesco a dare una spinta forte e posso fare finalmente il giro completo!” La voce dell’innocenza.
Non siete un po’ stanchi di questo circolo vizioso? Se esiste è anche perché lo alimentiamo facendoci conquistare da messaggi che poco hanno di vero.
Immaginiamo un’industria così. Un paio di sci dalla stessa serigrafia che rimane uguale nelle stagioni. Li compro lunghi 100 cm per mia figlia. Si trova bene e vedo che sono buoni. L’anno dopo cresce e li compro lunghi 120 cm e così via fino a che sviluppata passerò a un nuovo modello adeguato alle sue nuove capacità. Un paio di scarponi che abbiano la suola in Vibram, così non scivola, il soffietto come quelli da telemark, così cammina facilmente quando non scia. Leggeri e caldi. Non inclinati in avanti. Un paio d’attacchi leggeri e senza piastre.
Forse c’è già tutto: Che sia la più semplice attrezzatura da telemark!

GEOMETRIA

1) L’altalena
Nel racconto precedente la bambina parlava dell’altalena. Oscillare in altalena è bellissimo tanto vero che anche noi adulti lo facciamo alla prima occasione. A tutti piace andare in altalena. È ritmico. C’è azione lungo l’oscillazione. C’è compressione sul seggiolino durante l’ascesa. Un rallentare e una pausa lassù in alto. Poi un ricadere all’ingiù e una nuova accelerazione e da capo. Curvare sulla neve con gli sci è la riproduzione di quelle oscillazioni sia in termini di meccanica sia geometria. Il tutto è solo traslato. Guardate le figure qui sotto
FIG. 6

Gaspa-1-altalena

FIG. 7

Gaspa-1-curva1

Potete farvi spingere, ma quando imparate a spingere il gioco altalenante diventa più bello. Più ricco di sensazioni e di conquiste. Più in alto. Più lontano e aereo! Potete fare lo stesso con gli sci. Arriva il momento quando si spingono gli sci in curva per non aspettare la compressione, ma per ricercarla. La sciata diventa più attiva, più aerea.

2) Le creste delle montagne
Le creste hanno attratto tutti gli scalatori e spesso sulle creste state aperte le prime vie per raggiungerne le cime. Indicano la via, non bisogna cercarle basta seguirle. Sembrano logiche strade che conducono in alto. Le si può percorrere anche con un piede di qua e uno di là. A cavalcioni.
Per chi ha percorso una cresta, affilata e di neve dura magari con i ramponi, quanto cercherò di descrivere ora, risulterà più facile da capire. Gli altri con uno sforzo di immaginazione possono capirlo egualmente e spesso immaginare aiuta a comprendere più efficacemente.
Siamo su una cresta di neve affilata, ai nostri fianchi un gran vuoto. Spesso in questo caso la si percorre con un piede di qui e uno di là, e ci si sente sicuri. Camminare così è un camminare impacciati. Meglio scegliere il fianco destro o il sinistro. Se i ramponi tengono ci si muove meglio.
La massima pendenza in una curva è come quella cresta. A inizio curva sono di qua, passo l’apice della cresta (la Massima Pendenza) e sono di là. Fermarsi a cavalcioni, un piede di qua e l’altro di là, blocca, impedisce e rende goffi.
Lo spazzaneve, come tutto nella vita, ha grandi pregi e almeno un difetto. Spingendo i piedi lateralmente si finisce a tenere un piede di qui e uno di là dell’ipotetica cresta, e così si prosegue inesorabilmente diritti.
Quando immagino o sento che uno sci ha passato la massima pendenza (lo spigolo dello sci me lo fa sentire) quello è il momento di affidarsi a quello soltanto e scavalcare volontariamente la massima pendenza anche con l’altro sci. Se non lo faccio continuo a trovarmi con un piede (sci) su un versante e l’altro sull’altra faccia della cresta.
Imparate a considerare la Massima Pendenza come una cresta e osate passare di qua e di là con tutti e due gli sci. Non avete ramponi? Non preoccupatevi avete le lamine e una o l’altra è già pronta a sostenervi (geometria 3)

FIG. 8
Gaspa-cresta

VANTAGGI E PREGI DALLA POSIZIONE TELEMARK E SUA ASSUNZIONE. Vd. Inginocchiamento

Premetto che secondo il mio modesto parere l’attrezzatura da telemark permette di fare tutto: fondo, salto, discesa, sci-alpinismo, pista e fuoripista, finché non si affrontano situazioni estreme.
Se voglio essere efficiente e coprire la distanza della Vasaloppet meglio gli sci da fondo; per il salto dai trampolini di Holmekollen sono migliori quelli per il salto; se faccio velocità in pista meglio lo sci alpino e stessa attrezzatura se scio sul ghiaccio. Nella neve molto profonda consiglio lo snowboard. Per correre il Mezzalama non c’è di meglio che attacchini e scarponi in carbonio.
Potrei sintetizzare con: “Telemark molto bene per tutto finchè le voci che compongono il tutto non sono classificabili con l’aggettivo molto.”
Ma il gesto telemark ha delle sue uniche peculiarità e vantaggi rispetto allo sci alpino. Sicuramente fà usare tutto il corpo quindi è meno logorante. Permette di conoscere e scoprire il proprio corpo.
Ma ha anche dei pregi estranei alle altre discipline di scivolamento, pregi tecnici e meccanici. Vediamoli.

Il primo: inginocchiarsi crea propulsione, permette di essere attivi quando nelle altre specialità si è passivi.
L’apertura a telemark permette di far raggiungere prima al piede esterno – quello avanzato – la mitica, magica linea di Massima Pendenza. La curva inizia spingendo lo sci/piede verso la direzione scelta.
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Il piede permette allo sci di raggiungere un punto che può essere vicino alla massima pendenza e grazie all’inginocchiamento si riesce a spingere quel “po’ più in là”, impossibile allo sci alpino, necessario a raggiungerla e così trovare appoggio sulla lamina al di là della “Cresta” di cui parlavo prima. Questa propulsione in più permette di sciare in neve profonda a bassa velocità. Il telemark non necessita e dipende così tanto dalla velocità come invece l’alpino e lo snowboard.
Il secondo: facilita il mantenimento della presa di spigolo dello sci esterno quando si esegue una curva.

Questo è un argomento un po’ tecnico. Consideriamo una “virata elementare” quella curva caratterizzata da una prima metà a spazzaneve e una seconda metà dove gli sci si riavvicinano in parallelo. Ebbene scaricare lo sci interno per riavvicinarlo all’esterno è un’azione motoria che meccanicamente tende a far perdere la presa di spigolo dell’esterno. Giungere a quel punto dove vogliamo riavvicinare – che è variabile per scelta o per condizionamento di velocità, pendio e neve – l’inginocchiamento permette allo sci interno di avvicinarsi lasciando che l’esterno rimanga in presa di spigolo.

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Il terzo: l’inginocchiamento permette di reclinare il corpo verso l’interno della curva modulando l’inclinazione in funzione di quanto giudichiamo necessario per rimanere in equilibrio e far tenere lo spigolo all’esterno.
Sicuramente tutto quanto scritto potrebbe non aver interessato chi non è telemarker ma per gli sciatori inginocchiati mi sento di proporre questa mia conclusione: sostenere che la posizione telemark raggiunta grazie all’inginocchiamento consenta solo stabilità antero posteriore è riduttivo e un po’ offensivo per il telemark!

SI TRATTA DI PAURA O SOLO DI UN DISTURBO?

Perché sciando, a volte, abbiamo paura. perché usiamo l’appellativo paura? Vi domando: è paura o timore o forse è semplicemente qualcosa che ci disturba.
Ecco cosa personalmente mi disturba e a un certo livello mi blocca.

Mi disturba il vento.
Non lo sopporto specie se faccio lezione anche se ho visto espressioni del vento bellissime. Una durante una salita con le pelli. In prossimità di un dosso, sopra me, ho visto una fila di funghetti (No! Non era allucinazione nè da consumo degli stessi né da mancanza di ossigeno). Nella notte immagino fosse passata una volpe. Il suo peso doveva aver compresso la neve là dove aveva appoggiato le zampe. Poi si deve essere alzata una brezza non sufficientemente forte da spazzare tutto ma forte abbastanza da per erodere la neve sotto le impronte. Il risultato erano quei piccoli funghetti e tutta quella fila. Era rimasta così la traccia in positivo della sua scorribanda.

Mi disturba anche l’eccessiva velocità.
Lo scorso inverno un allievo israeliano (ancora!?) aveva una di quelle applicazioni nel telefono che registra la velocità. Rimasi sorpreso per primo sentendolo dire quante volte avevamo corso a 90 Km/h. Il tutto su piste facili. Andare a quella velocità in auto è normalità ma è già un livello in cui iniziamo a stare abbastanza attenti a dove andiamo. Mi domando se lo stesso livello d’attenzione lo mettiamo sugli sci.
Lo stesso allievo quando mi chiese di trovargli un pendio dove superare i 100 … esplose! Non solo era israeliano ma poco più che principiante e aveva poca esperienza. Non si accorse di uno sci che era finito a bordo pista in neve fresca! Quello rallentò mentre l’altro continuava a correre a cento all’ora e lui in mezzo catapultato per aria.
Mi disturba il ghiaccio e la neve dura.
È una di quelle condizioni che definivo “molto”. Molto meglio un paio di pattini da ghiaccio o ramponi. Preferisco andare a far altro. Il ghiaccio, la velocità non mi permettono di immergermi in quel mondo di sensazioni che ho cercato di spiegare e descrivere precedentemente e che proverò a descrivere anche più avanti.
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Mi disturbano la folla, le risa sguaiate in fondo a ogni tratto sciato.
Sono tutti disturbi, fattori esterni, oggettivi. Mi piace scegliere la soglia entro la quale sciare e trovare piacere e dove non farlo. Sciamo per piacere, inutile insistere a porsi in condizioni che ci stressano. Tanto vale rimanere a casa in città.
Mi sembra che la moderna proposta turistica dello sci sia la riproduzione della vita in città. File, chiasso, musica a tutto volume. Velocità in ogni occasione, sugli sci così come a entrare in cabinovia, nel mettere gli sci. A correre in fondo per risalire al più presto, scontri, discussioni, performance richieste da modelli che sono quelli della vita in città e della sua quotidianità. Così saremo adeguati ma non credo torneremo in città a fine week end più sereni e corroborati da due giorni in “ambiente diverso”!
Vi sembro eccessivamente negativo? Può essere ma conosco il bello della risalita, della lentezza in discesa, del sentire la neve, del silenzio, del sorriso di quelli con cui scio, l’osservare e contemplare contro la pura e semplice azione. Preferisco la mia performance a quella richiesta.
Troppi sciatori hanno saltato delle tappe nel processo d’apprendimento e si portanto dentro dei dubbi, delle paure, dei ricordi negativi che non permettono loro né di migliorare e forse neppure godere di quel che fanno. Vengo spesso frainteso quando faccio i complimenti ai miei allievi e loro pensano li voglia semplicemente adulare. In effetti vedo dei miglioramenti che non sono ancora consapevolezze, ma vedo gli indizi di un nuovo percorso che con l’esercizio li porterà al piacere di sciare rilassati. Non mi credono perché sono totalmente focalizzati sul concetto di resa, di performance e loro non si “vedono” sciare come il modello esterno – quello dello sci moderno e della vita cittadina – impone e inculca. Peccato.

BAMBU’

C’è un altro elemento che mi disturba tantissimo, o meglio mi disturbò una volta ma in modo notevole. I boschetti di bambù. Quando ci son finito dentro con gli sci è stata una delle esperienze più claustrofobiche della mia vita in generale. Attenzione che non è un ipotesi così remota specie se avrete la fortuna di andare a sciare in Sud America o in Himalaya o in Giappone.
A me capitò a Bariloche, Argentina. Era il mio primo viaggio laggiù. Raggiunsi gli amici Jacob e Conny che erano a Bariloche già da alcune settimane. Lui è danese, lei austriaca. Abitano a St. Anton e gestiscono un lodge e vi consiglio di andare a star da loro se vi recate a sciare in quella Mecca della neve profonda. Quella volta mi aspettavano alla Bolsa del Deporte, un lodge confortevole e accogliente che assomiglia alle case degli Hobbit.
Con Jacob e Conny sciammo un po’ dappertutto.
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Lungo i fuoripista della stazione Cerro Catedral, il vulcano Lanin e un giorno decidemmo per una cima poco lontana dalla città. Lasciata l’auto seguimmo il fondovalle, lungo il fiume.
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Jacob mi raccontava della bellezza di pescare a mosca in Argentina e guardando le acque del torrente era facile comprendere il piacere di una giornata in quella natura muniti di una canna da pesca. I fianchi della valle erano coperti di una fitta vegetazione. Per riuscire a guadagnare i campi di neve al di sopra del limite arboreo ci toccò fare un po’ di arbo-alpinismo lungo una forra, aggrappandoci a rocce, rami e tronchi. In non molto tempo, ma a costo di molto sudore, raggiungemmo la neve e i pendii aperti che portavano alla cima. Messe le pelli e mossi i primi passi, ricordo che mi fermai per fotografare Conny in salita. La caratteristica della foto era data da due inusuali fragili e sottili fusti di bambù che sbucavano dalla superficie nevosa. Nel mio immaginario i bambù sono legati ai ricordi delle estati al mare. Alle scorribande lungo il fiume Magra. Vederli lì nella neve era curioso e fuori dagli schemi. La fragilità e le sottili foglie mosse dal vento mi spingevano a evitarli e scansarli per non romperli. Da lì a poche ore li avrei odiati, in una lotta dove la sensazione fu spesso quella di rimanere sconfitto.
Raggiunta la cima ci si offrì il classico e grandioso panorama della Patagonia del nord. Monti, creste, pendii, laghi e più lontano la Pampas. Tranne la scarpinata nella forra era stata una salita breve e non faticosa.
Pronti a partire Jacob disse: “Speriamo di non finire nei bambù!” Pensai fosse un giusto avvertimento ma non diedi importanza alla cosa inesperto coem’ero.
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Tutti e tre a telemark iniziammo la discesa che chiaramente si spinse più che poteva verso valle cercando d’utilizzare le lingue di neve che si spingevano più in basso nella foresta. Su una cresta ci fermammo e Jacob disse sconsolato: “Eccoci fregati. Guarda quanto bambù ci aspetta.” Anche se il loro tipico verde chiaro indicava una fetta di bosco piuttosto ampia io ricordavo solo la loro fragilità e grazia.
Come spesso accade, scordandoci che il gruppo fa la forza e spinti dall’orgoglio di pretendere d’aver più naso dell’altro nel trovare la via migliore, ci dividemmo. Loro a destra, lungo una rotta che mi sembrava allontanarli dal fiume, io a sinistra. “Li frego e poi quegli stuzzicadenti….che vuoi che siano?” In realtà mi aspettavano due ore di guerriglia.
Entrai in quel boschetto come si attraversano quelle tende a filamenti tipiche dei negozi di mare. La scosti e sei di là. Nello spazio aperto. Iniziai a scostare la prima tenda di bambù e mi trovai tra mille altre tende. Ovunque. Tutt’intorno. Non c’era verso di trovare spazio. Come posso dire? Immaginatevi uno spazzolino da denti con le sue setole e voi ci siete dentro in miniatura. I problemi materiali sono moltissimi quando ci si trova dentro. Sono fittissimi, per di più non crescono tutti diritti. Molti sono inclinati quindi è esattamente come essere presi in una ragnatela.
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Vedevo uno spazio in basso, mi chinavo per intrufolarmi e in alto le punte degli sci, fissati sui fianchi dello zaino, si impigliavano e mi trovavo ribaltato all’indietro. Si aprivano in alto e mi lanciavano verso quell’ipotesi di spazio e loro si incrociavano in basso così lo scarpone veniva bloccato come in uno sgambetto e cadevo come un vitello in un rodeo. Dopo un po’ mi sembrò di essere in Vietnam e mi vedevo come “marine” cadere su un vecchio spunzone di bambù. Da lì a un attimo mi spettavo di vedere la fiammata del napalm.
Gli sci sui fianchi dello zaino erano un problema. Pensai di slegarli e messi sotto braccio pensai di usarli come un ariete. Speravo di fendere la cortina o eventualmente abbatterla. Oramai era una guerra, dovevo aprirmi un varco con gli sci. Ma non funzionava. Erano così fitti che spesso le punte ne centravano uno e così dovevo pure districarli. Avevo un paio di Pocket Rocket. Gran sci sulla neve, ma disastrosi tra i bambù! Erano a doppia punta e quindi non potevo girarli e usare le code come sistema per scostarli.
Per fortuna quel maledetto bosco declinava ancora e anche se in modo lieve mi si offriva un’idea di massima pendenza da seguire. Sì, perché immersi dentro non si vedeva neppure in alto. Dentro quella selva non si hanno più punti di riferimento. Tutto quanto si ha intorno è assolutamente uguale, ovunque si giri lo sguardo. Seguendo il pendio sapevo di proseguire in direzione del fiume. Fino a quel momento era come se fossi ancora provvisto di bussola.
Più di una volta mi prese un senso di claustrofobia. Dopo un passo, tutt’intorno, il bosco si chiudeva e non si vedeva nessuna nuova ipotesi di uscita. Bisognava ripetere o il disboscamento o la carica in avanti. Abbattuto lo strato davanti speravo di scoprire un minimo di spazio tra i seguenti ma era una delusione. Di nuovo stecchi verdi e nerastri. Coperti di foglie nuove o marce. Più volte sperai di intravedere una linea seppur labile di spazio libero. E’ stata la massa di materia più fitta e uniforme entro la quale mi sia mai trovato. Debbo dire che ci si mise pure la stanchezza. Un passo avanti e due indietro. Rialzati. Strappa lo zaino e gli sci impigliati da quei legacci che arrivavano quando meno me lo aspettavo e nei modi più subdoli. Da un certo punto in avanti non mi rimase che cercare di abbattere con tutto me stesso quella cortina apparentemente fragile ma compattissima.
Un avanzare fatto di pochi passi e poi arrestarsi a ritrovare l’equilibrio, a districare sci, racchette e scarponi da quella rete da pesca dentro la quale ero finito.
Unica consolazione era l’essere da solo e non avere la responsabilità di clienti, figlie o amici. Se ci fossero stai avrebbero percepito la mia ansia d’essere perduto.
A un certo punto sbucai in una palude, ma almeno lì c’erano tratti un po’ più aperti. Senza malefici bambù. L’apertura deviava verso sinistra allontanandomi dal fiume. La seguii tenendo d’occhio se a destra vedevo un cedimento nella nuova cortina di bambù che riprendevano a serrare lo spazio in un corridoio sempre più stretto. La novità era che questa apertura era dove iniziava il piano. Quando avessi deciso di buttarmi a destra avrei dovuto procedere come un bulldozer. Dovevo abbattere quanti più bambù potessi e mantenere una linea retta. Il rischio era finire in una sorta di dedalo.
Dopo almeno due ore sbucai sul sentiero a pochi metri dal fiume. Lercio di fango, foglie, pezzetti di legno.
Ero libero, ma la sensazione di essere avvolto come una mosca nella ragnatela mi portò a non fermarmi neppure per pulirmi un po’. A passo spedito proseguii sul sentiero fino all’auto, quasi come temessi che i bambù potessero rincorrermi e riavvolgermi.
L’unica soddisfazione fu aver preceduto Jacob e Conny di una buona mezz’ora. Quando arrivarono non ci furono molte parole, lo strato di sporcizia, fango e sudore parlavano da soli. Forse le uniche due parole che uscirono dalle bocche furono: “Fucking Bambù!!”

Dolores LaChapelle

Qualcuno potrà definire questo libro pesante, cupo e magari negativo.
Qualcuno dirà: “Ma come, sciare è così bello e qui sono rari se non quasi inesistenti i racconti dove emerge il divertimento!”
Personalmente la mia ambizione è descrivere il piacere di sciare, offrire dei suggerimenti o trucchi tecnici e didattici, raccontare le mie esperienze ma anche andare al di là della semplice risposta che sciare è bello e divertente e lo si fa per piacere.dolores2 Sono più vicino a quanto scrive Dolores LaChapelle in Polvere Profonda: “perché salgo per ore in nome di una manciata di curve su un pendio senza tracce? perché subito dopo sorrido e ballo? perché il “voglio” farlo diventa poi un “bisogno”? perché “divertimento” è un’anemica risposta a tutto questo”? Sempre dal libro: “Sciare e in particolare sciare nella polvere fornisce l’esperienza estrema della dinamica e complessa interrelazione tra i membri del gruppo umano, la gravità terreste e la neve del cielo. Uniformarsi alla via della Natura non è come uniformarsi a una legge arbitraria fatta dall’uomo bensì è più simile a un gruppo di esperti sciatori che sciano un pendio di neve polverosa… Obbedire alla terra si risolve nella perfetta libertà”. Troppo difficile? Impegnativo? Per me la banalità di risate, fotografie, Internet è offesa a un’attività che ha significati e valori assai più importanti, profondi, interessanti e intriganti. Questo non significa che non lo faccia anche per divertimento, per una risata. Sta a voi decidere se chiudere questo libro e regalarlo al vostro … peggior nemico o chiuderlo e gettarlo e aprire Facebook.
Leggete “Polvere profonda” di Dolores e vi troverete risposte vere. Le meno banali, quelle più durature.
Chi è Dolores LaChapelle ? Dolores è stato uno dei piaceri del mio sciare.dolores-lachapelle
Era primavera, per l’esattezza il 1° di maggio ed ero a Chamonix con Paolo, John e non ricordo più chi altri per la chiusura della stagione. Quel week-end a Chamonix è stato sci a tutta birra. E anche tanta birra. Tanta musica e penso non ci si possa definire sciatori completi se non si è vissuto quella festa e momento della comunità sciistica.
Durante il week end c’è tantissima gente, ottimi sciatori e allegria. Ma ricordo la sarcastica spiegazione del perché di quell’allegria di Gary Bigham. Gary, per chi non lo conoscesse, oltre che essere un ottimo sciatore è un artista della chitarra, della foto, ma soprattutto dell’estrosità e trasgressività. Ebbene mi disse Gary: “Certo sono tutti felici e sai perché? perché è l’ultimo giorno, da domani finalmente non soffriranno più il freddo, la pena d’indossare quelle macchine da dolore che sono gli scarponi. La sveglia all’alba per essere primi in coda al Gran Montet. Felici perché la gran tortura finisce. Liberi. Hai mai visto qualcuno così felice il primo giorno della stagione?”
Sarcastico ed esagerato. Ma così è Gary e la sua risposta ha della verità intrinseca.
Ma torniamo al mio primo incontro con Dolores. Eravamo ospiti di un’amica. Facendo colazione mi scappa l’occhio su dei libri appoggiati sul tavolino. Ne vedo uno piccolino e bruttino ma il titolo è attraente. “Deep Powder”. Lo prendo e Sarah, l’amica, mi dice: “Dovresti leggerlo, Luca. E’ interessante.”
Trituriamo il fuori pista per due giorni ma anche le nostre ginocchia. La sera riparto per Milano e strada facendo mi domando perché in Italia nessuna stazione offra l’equivalente di Chamonix a fine stagione. Mancanza di fantasia? Gli operatori italiani non hanno mai vissuto in prima persona quel week-end e hai voglia spiegargli il tutto? Ma la verità la capisco al primo autogrill dopo Aosta. Scendo dall’auto e bang! Qui fa’ caldo. Siamo a sud delle Alpi, la gente è già al mare!
Ordino il libro tramite Amazon e dopo una settimana è nelle mie mani. Nei due giorni seguenti la cronologia degli avvenimenti è questa: lo leggo; mi innamoro del libro; decido di tradurlo; contatto amici americani perché mi trovino indirizzo o telefono di Dolores, devo chiedere l’autorizzazione alla traduzione e sicuramente pagare i diritti. Decido anche che lo voglio pubblicare personalmente. Non intendo offrire a nessuna casa editrice (anche se mi sembra starebbe benissimo nella collana Adelphi. Affiancato a “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.”) questo capolavoro. Gasato decido per una tiratura di 1500 copie (furono per errore 3000 alla fine. Tragico errore!!). Sono convinto che non ci sarà telemarker che non comprerà una copia e forse anche sciatori alpini e snowboarder e concludo che Sarah è un po’ sciocca. Quel libro non è interessante, è il libro dei libri sullo sciare in neve profonda.

Sicuramente mi colpì la visione, anche filosofica, del perché sia così unico sciare in neve profonda. Indubbiamente sono incline a farmi prendere da argomenti sciistici, tecnici, storici e filosofici. Incontrare Dolores e il suo pensiero mi spinse ad acquistare un altro suo libro (non di sci) e lì scoprii l’ecologia profonda. Scoprii il norvegese Arne Naes e tante altre cose. Insomma la singola attività di sciare, la polvere, divenne motivo di un accrescimento culturale. Che mi sembra più interessante che scoprire nuove marche di grappa o birra.
È inutile cerchi di riassumere quanto Dolores spiega, vi invito a leggere il libro. Posso dirvi che lo hanno apprezzato moltissimo personaggi quali insegnanti di educazione fisica, scrittori, Manolo, Alessandro Gogna, molti snowboarder, qualche “alpino”. I telemarker ? Beh lasciamo perdere. Più che una mezza delusione. Forse erano troppo presi a divertirsi, ma accetto i diversi punti di vista e motivi per cui si scia.

Dolores era considerata la più elegante sciatrice di neve profonda del mondo nel periodo seguente la Seconda Guerra Mondiale. Eleganza? E’ un termine che ha ancora significato, oggi nel mondo dello sci e del telemark ? Ho seri dubbi. Oggi al massimo si dice: “Stiloso”. L’eleganza si è persa e non alberga certo nell’orto del telemark!
Ci sono due foto nel libro una di Dolores che scia. E lì è bella. La seconda è un suo primo piano. E in questo caso dovrei scrivere che lì è brutta. perché Dolores non era bella ma era affascinante. Con uno stuolo di corteggiatori. Come affascinante è il suo libro. Ancora una volta non è l’apparenza che fa la differenza.

Dolores al telefono.
Finalmente ho il numero del telefono di Dolores. La chiamo e spero non cada la comunicazione. Il telefono trilla libero e confesso di aver avuto il cuore che batteva a mille. Neanche stessi chiamando la prima morosa della mia vita.
“Hallo! Dolores LaChapelle?” “Yes” “Buongiorno sono Luca Gasparini. Ho letto il suo libro e mi ha affascinato. Pensavo di tradurlo e pubblicarlo in italiano.”
Dolores credete abbia risposto da filosofa? “Sa che deve pagarmi i diritti, vero?” domandò.
Ci siamo accordati per 2.000.000 di Lire.

Nel 1999 ho l’opportunità di andare in America e dopo gli impegni lavorativi mi reco a Silverton, Colorado, dove abita Dolores. Mi sono annunciato. Porto con me i soldi. Arrivo al suo indirizzo. Busso e mi viene ad aprire.dolores3
Una vera e propria strega. “Ciao ti aspettavo, ma ora devo uscire per la mia lezione di Tai Chi” “Mettiti lì e leggi un po’ questi documenti.” E uscì. Tornò. Incassò i soldi. Mi offrì una grama cena e mi spedì a letto. Non che mi aspettassi granchè, ma una chiacchierata, raccontarsi l’uno dell’altro. Niente. Il mattino dopo decisi di ripartire. Le dissi che volevo andare a visitare il Parco degli Archi, Utah. Nel sentirmi notai che l’espressione del volto si addolcì e mi consigliò d’andare a visitarne uno in particolare. Era quello dove più le piaceva fare Tai Chi. Però mi abbracciò! E di quell’abbraccio serbo una preziosa memoria.

Qui forse riuscirò a farvi sorridere. “Polvere Profonda” era il secondo libro che traducevo. Il primo era stato “Non solo telemark” di Paul Parker. L’edizione era del Centro di Documentazione della Montagna e con loro decidemmo di stampare 3000 copie. La metà la distribuivano loro e l’altra metà ci pensava The White Planet (in pratica io!). La cifra 3000 mi fregò. Infatti ordinai la stessa tiratura anche per Polvere Profonda scordandomi che neppure una metà sarebbe stata porposta nelle librerie e tutte erano a mio carico! Quando vidi arrivare un bancale di libri quasi mi prese una sincope. Ma avere tra le mani un libro che si è scritto o tradotto è così emozionante che sopravvissi. Anche Dolores, quando ricevette le dieci copie che le dovevo come da contratto, mi scrisse per dirmi quanto bella fosse l’edizione italiana. Lei stessa dichiarò esserlo immensamente più dell’originale americana. Ma tutte quelle 3000 copie mi facevano sentire a disagio – le parcheggiai in un armadio in casa di mio padre a Livigno. Preferivo non vedere l’errore fatto e immaginarmi lo sforzo sovrumano di venderle.
Debbo riconoscere a molti d’avermi aiutato. Tra i primi Claudio Biancani che aveva scritto una bella prefazione. Poi tutti quelli che ne acquistarono una o più copie e fecero pubblicità. Molti li ho venduti e altrettanti regalati. L’anno scorso ho traslocato in una nuova casa e per i lavori di ristrutturazione l’ho dovuta svuotare. Quando sono arrivato all’armadio ne ho trovate ancora 500 copie! Oggi ne sono rimaste solo cinquanta copie, le ultime. Non è che in un botto solo ne abbia vendute 450. Stanco di vedere quell’errore le ho mandate al macero. Giocando a nascondino si dice: “Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è”, per Polvere Profonda si dice e presto si dirà: “Chi l’ha l’ha e chi non l’ha non l’ha”.

La parte editoriale della mia vita di telemarker è una delle parti più sofferte. Ricca di delusioni pratiche, ma piena di soddisfazioni personali. Paul Parker quando fece la seconda edizione del suo libro non mi avvisò neppure della novità e neppure mi inviò una copia. Quando lo incontrai all’ISPO quell’inverno mi chiese se volevo tradurla!?
I mille telemarker che mi illusi avrebbero acquistato Polvere Profonda non comparvero e contavo molto su quegli sciatori che almeno allora si definivano i veri sciatori. Quelli delle sensazioni, del sublime, quelli oltre la banalità e semplicità del salire e scendere in skilift. Polvere Profonda richiedeva tempo e interesse da vero lettore.
Il terzo libro è stato quello di maggior successo “I 101 trucchi per migliorare il proprio telemark” e il meno pesante per me anche perché sbolognai l’edizione a Giovanni Peretti titolare delle edizioni Alpinia. Grazie Giovanni!
Dopo tre traduzioni ho deciso di non farne più e di provare a scrivere io. Ora dovrò cercare un editore e fargli presente che negli armadi di casa non ho assolutamente posto!

IL GIOCO DIAGONALE ALLO SPONDA

Cosa rende una persona più portata di altre a una determinata pratica sportiva?
Genetica, esperienze motorie, particolari attività ludiche, contesto familiare e sociale?
Sicuramente è l’insieme di cose, ma altrettanto sicuramente non si sa o non si può definire.
Alle olimpiadi di Sidney hanno fatto un’indagine tra tutti i vincitori di medaglie d’oro. L’unico tratto comune o quantomeno più frequente è stato notare che chi aveva vinto l’oro aveva trascorso più tempo a gattonare della media.
Un ex campionessa svizzera, olimpionica anche lei conosciuta casualmente, chiestole quali fossero le tendenze odierne per fare di un giovane un valido e più poliedrico atleta mi ha risposto: “Grandi e tante rotazioni su tutti gli assi!” Se devo fare l’analisi su me stesso, ammesso sia un atleta dello sci e un buon telemarker, individuo sicuramente tre situazioni.
La prima è quella di essere stato introdotto dai miei genitori a sport nella natura e con la natura. Sci, vela, kayak, alpinismo, parapendio.
La seconda le tante esperienze di scivolamento. Ricordo ancora quando da piccoli mio padre ci tirava, lungo i fianchi di un boschetto a Livigno, mio cugino, mia sorella e io seduti su un vecchio telo militare. Sempre a Livigno il gioco di scivolare seduti sui cartoni dopo il taglio dei prati. Le ore trascorse a giocare con mio cugino lungo il corridoio di casa a Milano. Si doveva prendere velocità correndo e poi in posizione – non lo sapevano allora! – telemark, far scivolare le calze di lana sulla cera delle piastrelle. Vinceva chi iniziava la scivolata prima e a frenare più vicino al fondo del corridoio.
Ad alimentare e comporre il tutto arrivò poi la passione di sciare in neve fresca e da ultimo il telemark ma anche tanti “giochi” che mi inventai.

Un inverno ne avevo inventato uno allo Sponda a Livigno. In quegli anni lo Sponda era uno skilift ed era l’ultimo impianto a destra sul versante del Mottolino. Quello skilift allora, con le sue due piste e molto fuoripista ai loro lati, bastava per 15 giorni per tutte le vacanze di Natale. Non c’era mai una sensazione di ripetitività, di noia. Sarà stata la lentezza a salire, la lentezza dello scendere, l’impegno a migliorare serpentine e scodinzoli, la ricerca dell’eleganza. Insomma su e giù per 15 giorni. E quando il fuoripista era triturato? Gobbe, gobbe e da capo a ricercare eleganza su quella superficie. Ma un anno mi inventai un gioco diverso. Consisteva nel provare a percorrere la diagonale più lunga possibile lungo i fianchi dello ski lift dello Sponda, allontanandomi quanto più potevo dalla pista. Il gioco era di valutare quando fosse il momento di terminare la diagonale e ritornare verso lo skilift. Se esageravo dovevo togliere gli sci e risalire a piedi lungo la strada. Se giravo troppo presto arrivavo “alto” sopra la stazione di partenza. Ambedue gli errori erano disonorevoli. In quei diagonali mi sono lentamente imbevuto di tecnica, di sensibilità. Inconsapevolmente facevo una ricerca spazio/temporale forse equiparabile al gattonare. C’era anche l’aspetto estetico, paesaggistico e naturalistico. I cristalli di neve che scintillavano in modo diverso, andassi in là oppure ritornassi. Le ombreggiature della neve là dove un lieve avvallamento indicava che la diversa incidenza dei raggi solari ne aveva modificato le caratteristiche. Là bisognava un po’ arretrare il peso. I galli cedroni che saltavano dalla neve quando mi sentivano arrivare. Le pernici, gli scoiattoli. Una sonda meteorologica ed il suo paracadute che trovai un giorno! E soprattutto il silenzio quando mi fermavo e pure il fruscio degli sci mentre fendono la polvere.
Le prime volte in fondo alla diagonale cambiavo direzione grazie a un dietro front. Poi provai con una curva spazzaneve. Finii con l’azzardare una curva a sci paralleli. E così via fino a imparare. Dell’esperienza accumulata lungo quelle diagonali ne faccio largo uso sicuramente ogni volta che scio nella polvere. Ricordo anche quella volta che dovetti portare mia sorella sulle spalle perché s’era fatta male a un ginocchio giocando lo stesso gioco della diagonale. Guarda caso non mi ha mai disturbato più di tanto sciare a telemark in Himalaya con un grosso zaino sulle spalle.
Scoprì che se acceleravo troppo bastava spingere gli sci verso il basso affondandoli, e così un po’ rallentavano. Bisognava eseguire queste affondate ritmicamente. Attendere che gli sci risalissero in distensione, quasi estrarli dalla neve così d’avere più spinta all’ingiù la volta seguente. Scoprì così la spinta e l’aiuto della neve. La terza dimensione dello sciare in neve profonda.

Quello che imparai mi fu concesso da attrezzature particolari, quelle di una volta. Sci stretti che naturalmente affondano, scarponi morbidi che lasciano usare le caviglie. Oggi gli sci larghi e gli scarponi duri non permettono di imparare così facilmente, magari permettono d’eseguire più efficacemente quanto si è imparato. Ma chi ha la pazienza di provarci e esercitarsi? Gli sci larghi volano sulla neve non ci sciano dentro come una volta. L’anacronismo è che poi si vola fino in Giappone, Canada, Alaska perché lì c’è tanta neve profonda. Per far che? Per surfarci sopra? Allora ne bastano 30 centimetri!
Quest’inverno, vedendomi sciare in neve fresca, una ragazza della Latvia mi ha fermato e chiesto se potevo farle un’ora. Ci provava dal mattino, ma non faceva altro che cadere. In un’ora si fa poco le ho detto. Ma era motivatissima. Ho cercato di spiegarle quanto più potevo. Mi son limitato a due concetti. “Se vuoi girare, non devi girare, devi spingere la neve lateralmente con gli sci. A destra e poi a sinistra, usando la velocità e il tuo corpo per ottenere la spinta necessaria. Spingi la neve con gli sci e loro gireranno per te!” Ha funzionato, ma rimaneva rigida. Alta.
Le ho chiesto: “Ti piace il cioccolato ?” “Si, molto” “Se ne avessi una vasca non ti piacerebbe buttarti dentro e iniziare a mangiarlo?” “Un po’ appiccicoso ma sarebbe bello!” “E allora quando gli sci stanno finendo la curva abbassati in giù come se quella neve/cioccolato la volessi mangiare”. È decollata! Credo non la vedrò mai più. Spero si ricordi della sua lezione in neve fresca, di mangiar cioccolata e di Livigno!

LA ZATTERA IN MEZZO AL MARE

Siete in piedi su una zattera in mezzo al mare, la superficie dell’acqua è calma e piatta. A gambe larghe rimanete eretti. Sulla vostra destra sfreccia un motoscafo. Guardate le onde lasciate dalla sua scia muoversi verso la vostra zattera e raggiungerla. La zattera inizia a oscillare, sentite la spinta verso l’alto dell’onda che passa da destra a sinistra. La zattera ha compiuto un’intera oscillazione. Ampia all’inizio, via via minore quando le onde l’hanno fatta oscillare sempre meno.

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Come siete rimasti in equilibrio? Piegando una gamba e tenendo l’altra distesa. Poi le avete ridistese entrambe e avete piegato l’altra in sincronia con l’onda e la nuova oscillazione. Su quella zattera state usando le gambe esattamente come quando curvate sciando. La zattera oscilla per via dell’onda e così la superficie d’appoggio. Sugli sci, in curva siamo noi che facciamo oscillare la superficie d’appoggio.
Siete su un pendio con la valle a sinistra e la montagna a destra. Per poter rimanere in equilibrio la gamba a monte è “più corta” di quella a valle. Decidete di curvare. A metà curva la superficie è equivalente a un piano. Passata la massima pendenza la valle è dal lato dove precedentemente c’era il monte. In pratica l’onda è passata sotto i vostri piedi e rimanete in equilibrio perché avete accorciato la gamba distesa e poi disteso quella che era piegata. Nello sci alpino la gamba a monte si “accorcia” scaricando il peso, nel telemark la gamba si accorcia grazie all’inginocchiamento.

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Gli snowboarder sono più fortunati perché non hanno gamba a valle e a monte. Le hanno sullo stesso livello e caso mai il loro problema è sulla massima pendenza.

Indicazioni

1) Sulla zattera iniziamo a piegare la gamba quando sentiamo la spinta dell’onda trasferirsi alla zattera ai nostri piedi. Sciando questa spinta non si sente. Si tratta di anticipare il nuovo orientamento della superficie. Questa è la difficoltà che richiede lo sciare. Ma capirlo anche solo visualizzando il concetto potrebbe aiutarvi moltissimo. Con l’esercizio svilupperete la sensibilità che vi permetterà di essere in sincronia con l’oscillazione della montagna.

2) Sulla zattera piegavate molto una gamba quando l’oscillazione era molto pronunciata, e poi sempre meno per via delle onde sempre più piccole.
Domanda: Scendere a telemark totalmente ed esageratamente inginocchiati a bassa velocità e su una pista azzurra è dare valore al telemark? È solo il modo migliore per sentire i quadricipiti esplodere, farsi fare delle foto da far vedere a casa, mettersi in mostra pretendendo d’essere telemarker e schiantare gli scarponi. Se così fosse, forse c’è da rivedere qualcosa. Finché farete così sarete “naufraghi” sulla zattera.

AIUTI PER IL LETTORE, PER IL TELEMARKER E PER ME

Sto leggendo un saggio, pesante, complicato ma interessante, il Cigno Nero di Nassim Taleb. Attingo ad alcuni concetti descritti per aiutare i tre soggetti in ballo: il lettore, il telemarker e me.
Nel libro ci sono racconti di vita e spiegazioni di argomenti di economia. Il binomio che Taleb propone e le sue idee le utilizzo per delle spiegazioni – del mio punto di vista e di sentire – al lettore-sciatore e al telemarker-/sciatore.

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Lettore: tutto quello che vi propongo è vero, perché non è vero!
Cosa voglio intendere? Leggete e capite ma subito dubitate. Solo una vostra analisi del concetto e la sua prova vi diranno se è vero. Il processo è: vediamo se tale concetto o proposta tecnica è vera partendo dal presupposto non che lo sia.
Questo vi terrà lontano da un sacco di trappole. Vi farà risparmiare tempo, soldi (in lezioni) vi renderà soggetti attivi nel processo dell’apprendimento. Deve essere un modo mentale, non un atteggiamento polemico. Sfuggite dalla trappola di volerlo discutere, obbiettare. La discussione deve avvenire dentro di voi. Il processo dell’apprendimento è lungo e richiede, oltre al tempo, la vostra disponibilità.
Far lezione da “Tizio”, il guru (parola che odio) vi offrirà un enorme piacere lì per lì, ma l’eventuale valore delle sue proposte è equivalente a zero se non vi concedete un margine di dubbio.
Le deduzioni tecniche a cui sono arrivato sono forse merito di una personale attitudine mentale (educazione?,lettura? etc.?) a sottoporre ciò che mi veniva proposto sciisticamente e non solo a questa verifica del: “vediamo se non è vero per capire se è vero.”
Per i telemarker:
Prendiamo l’attuale “successo” tecnico dell’imprinting proposto da Telemark Snow Events. Il successo promozionale è un altra faccenda e non la discuto, anzi la reputo una risorsa per il telemark perché l’iniziativa e l’energia messa da queste persone avvicina gli sciatori al telemark. Discuto la proposta tecnica in quanto essere una proposta non vera!
Assolutamente non sta in piedi.
Eticamente disonesta e diseducatrice.

Lo schema didattico è basato su quattro esercizi. Il primo è camminare in piano, il secondo eseguire delle diagonali a sci paralleli sentendo il peso appoggiato allo sci a monte; il terzo sta nel fare altre diagonali sentendo il peso a monte ma in posizione telemark; il quarto è eseguire un passo da una posizione telemark all’altra per curvare.
Vediamo un po’.
Gli esercizi uno, due e tre sono semplici esercizi allenanti e va bene, ma il quarto “Il passo in curva” – che fa girare è un po’ come dire ad un bambino: “Alzati e cammina”. Ma la vera prova che non sia valido la danno le stesse persone che la propongono e conducono l’imprinting.

Ho assistito a una dimostrazione del metodo e poi ne ho osservate e ascoltate altre proposte dai promoter. Tutte le volte chi le conduce termina dicendo una delle seguenti frasi:
– Sei un telemarker!
– Hai fatto una curva a telemark!
– Sai fare telemark!
In effetti non lo dicono agli allievi, ma bensì a loro stessi per convincersi di essere loro stessi dei telemarker. Lo sono in parte per via dell’attrezzatura che usano, ma non essendo tecnicamente preparati non sanno di cosa parlano. In più non sapendo sciare a telemark – basta guardarli quando sciano – uniformano verso il basso, il loro, il livello di chi prova ed è entusiasta in quel momento.
Dopo una camminata in piano, due diagonali in posizione telemark passano alla proposta di camminare in curva e “bingo”: “Sei un telemarker”.
La curva è assai più complessa e non è il prodotto di voler curvare.
Lorenz * Konrad Zacharias Lorenz (Vienna, 7 novembre 1903 – Altenberg, 27 febbraio 1989), l’etologo che per primo ha utilizzato la parola imprinting aveva notato che affiancandosi a degli anatroccoli appena nati in acqua e a cui erano stata tolta la madre, gli anatroccoli la sostituivano e prendevano lui come immagine della madre. Non imparavano a nuotare. Lorenz nuotava a rana e loro non iniziavano a nuotare a rana. Si limitavano a seguirlo.
L’imprinting tecnico non esiste. Se Lorenz immaginiamo zoppicasse gli anatroccoli uscendo dall’acqua e camminando non si sarebbero messi a zoppicare.
Il problema dell’imprinting TSE è che chi lo dimostra zoppica e chi lo impara così impara a zoppicare.
La prova? Da alcuni anni il livello stilistico e tecnico dei telemarker è calato. Una volta c’era uno stile più naturale e fluido, oggi ci sono tanti anatroccoli zoppicanti. Rotazioni infinite, appoggi precari. Sempre e solo curve larghe e lunghe e sempre più fatica (vedi più avanti perché il telemark non contagia). La riprova? Ha fatto scalpore una “serpentina” eseguita in sincrono da due Istruttori Nazionali e visibile su YouTube. Ha fatto scalpore perché molti motivi:
1) perché non si vede quasi nessuno far serpentine;
2) perché è fatta con stile ed efficacia;
3) Più importante. Lo scalpore è legato all’eleganza di quella serpentina. Un modello che non si vede più e men che meno tra i promoter di TSE.
Ha colpito l’originalità di una serie di curve strette che rarissimamente si vede ma che soprattutto iniziando con l’imprinting (mi scusi Lorenz) diverrà difficilissimo fare anche in futuro. Spero che quel filmato abbia saputo far dubitare chi lo ha visto delle proprie capacità così come quelle di chi li ha introdotti al telemark. Spero che se ciò è stato percepito anche solo a livello d’inconsapevolezza possa diventare invece anche consapevolezza.
Pensare che in quattro passaggi si impari è ridicolo. Asserire che l’imprinting di TSE funzioni è subdolo intellettualmente e insulta chi fa telemark da tempo e ha appreso col tempo, chi lo insegna come lavoro e diseduca chi lo approccia così!
L’azione di TSE basata sull’imprinting ha “successo” perché è l’unica azione promozionale di questo sport che peraltro ha zero ribalta.
Ma quest’unica ribalta è uno dei tanti motivi per cui il telemark non cresce.

A dimostrare questa tesi mi viene in soccorso ancora una volta il saggio di cui dicevo. Nel libro a un certo punto si dimostra e sostiene che una categoria per essere contagiosa deve andare d’accordo con la nostra natura.
Nella nostra natura moderna oggi ciò che contagia è velocità, risparmio forze (non far fatica), immagine moderna. Diciamo anche che l’epoca moderna è avversa a stile ed etica.
Allora proviamo a considerare il telemark alla luce di queste caratteristiche.
È veloce? No!
Fa risparmiare forze? No, se ci atteniamo alla sciata più recente!
È alternativo? Oggi no. L’originalità che poteva essere un valore la si è bruciata nelle feste folcloristiche.
Ma aggiungo che noi stessi non ci crediamo in termini di categoria contagiosa, perché abbiamo sostenuto (o molti hanno sostenuto a lungo) che è libero. Che si fa come si vuole, come viene. Questo sottintendeva che non bisognava avvicinarsi a un modello stilistico e/o a un’etica e oggi grazie a TSE neppure una tecnica.
Tutti noi eravamo convinti della superiorità del telemark perché tecnica libera. perché si fa ognuno come gli viene.
Questo valore iniziale è divenuto un disvalore.
Oggi il telemark non è contagioso oltre vuoi perché non c’è il campione, perché l’opinione comune è che sia faticoso e tanti altri motivi, ma io metterei come prima causa perché è libero. Se è libero ognuno lo fa, insegna, propone diversamente.
Tutto è consentito. Il che sarebbe positivo se si vedessero dei risultati positivi. In altre parole sciatori eleganti ed efficaci. Cosa che non corrisponde alla realtà.
L’imprinting di TSE contribuisce al non decollo del telemark stesso. L’imprinting è come l’asilo nel percorso scolastico di un ragazzino. Purtroppo fa credere che dopo l’asilo non ci siano neppure le elementari.
Come dice De Andrè in “La canzone di Maggio “…anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”! E lo ricordo pure a me stesso.

ANALISI-PARALISI

Nonostante qualcuno ci abbia provato e forse ci sia riuscito, è praticamente impossibile imparare a sciare leggendo un libro. Oggi capita di imbattersi in sciatori che non hanno mai provato, ma che dichiarano di aver visionato molti film su YouTube e quindi non sono definibili come principianti! Farà ridere ma è vero, mi è capitato facendo il maestro di sci. Ma non scordiamoci che non c’è niente di meglio di una lezione sulla neve. Anzi, un corso, perché in una lezione c’è troppo poco tempo per introdurre tutti gli argomenti ed esercitarli. Se mai qualcosa di questo libro vi colpirà o vi interesserà, uscite da soli e provate, ma considerate un argomento alla volta. Provate quell’argomento inserendolo nella vostra sciata. Non potete stravolgere ma è possibile modificare ciò che fate.
Quando faccio lezione parlo troppo. Descrivo troppo. Ma so che l’allievo non potrà riuscire dicendosi “Ora questo, adesso questo e poi ancora questo?” Leggete Dolores. Non si può sciare con la logica. Bisogna utilizzare altre vie. Quelle delle sensazioni. Ciò è tanto vero che posso portarvi una testimonianza personale, anzi due.

Giappone 2012

Una personale in quanto sciatore, una in quanto maestro! Ottobre Rosso allo Stelvio, un week-end d’incontro tra telemarker per aprire la stagione, organizzato da The White Planet. Anche per me è la prima sciata dell’anno.
Ebbene scio sempre meglio quel giorno che l’ultimo della stagione. A fine stagione sono così abituato ad avere la testa piena di particolari tecnici o difetti che ho osservato negli allievi e conseguentemente trucchi tecnici e pratici per aiutarli a correggersi, che anch’io scio con la logica. La prima discesa dell’anno non mi ricordo nulla. So solo che devo cambiare gli spigoli e appoggiarmici. E poi c’è tanta voglia di scivolare e questo fa la differenza.

Giappone 2012

Il secondo episodio è accaduto l’inverno scorso. Ero riuscito a spiegare come fare e cosa sentire a una signora svedese che aveva molta paura di sciare. Ma le piaceva l’idea di farlo. Insomma un bel personaggio per chi insegna. In ogni caso, per fortuna o per corretta comunicazione scendeva sempre meglio. Controllava l’equilibrio. Si concentrava sugli appoggi, era lei che decideva di appoggiarsi allo sci destro o sinistro e così…io la vedevo girare e lei spalancava gli occhi sentendo e provando piacere a scoprire che poteva scegliere il piede destro o sinistro e non cadere. Sentire equilibrio, controllare la velocità e girare.
Durante una discesa, io davanti a lei a marcia indietro e lei in avanti poco lontano, a un certo punto ho cambiato involontariamente la comunicazione. Invece di continuare a dirle appoggiati di qui, indicarle il piede e di accentuare con il mio corpo il movimento laterale, ho iniziato a dirle: “Scegli il piede destro e ora il sinistro” Mi ha subito sgridato: “No, no, nè destra nè sinistra, non ci capisco più niente. Lasciami fare come prima. Lasciami scegliere sentendo!” E ha continuato da sola.
Non scordiamoci: “Analisi Paralisi”

E’ PIÙ DIFFICILE INSEGNARE O APPRENDERE?

Inutile dire l’uno o l’altro, rischierei di cadere nella assoluzione di chi lo insegna e quindi me stesso.
Ciò che accomuna le due parti e le uniforma è il fattore tempo, modestia e capacità critica.
Apprendere richiede tempo. Tanto per chi vuole imparare a sciare, tanto per chi vuole imparare a insegnare. Ambedue le parti debbono avere la modestia di privilegiare l’ascolto e quella criticità interna e personale che, fatto lo sforzo, facilita l’apprendimento. Così, secondo me si può veramente imparare.
Venti minuti di imprinting. Un’ora di lezione. Due milioni di minuti d’imprinting, due milioni di ore di scuola non sono così efficaci quanto una considerazione della necessità di tempo e una considerazione della propria capacità critica e analitica.

YETI AL MONTE DELLA NEVE

Quando percorro le piste livignasche dello Sponda, del Monte della Neve della Valfin mi vien facile ricordare com’erano quei luoghi e i paesaggi prima che ci costruissero gli skilift e le seggiovie. È bello perché significa aver avuto la possibilità di esserci prima, è brutto perché significa che sto diventando vecchio.
Ma non smemorato, tant’è che riesco ancora, nonostante le piste battute, a individuare quelle forme e quei paesaggi intonsi che vidi da piccolo.

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Avevo più o meno 10 anni e mio padre decise di portarmi in cima al Monte della Neve partendo dal passo d’Eira. Esistevano le pelli di foca ed erano di vera foca, ma non c’era ancora la colla autoadesiva. Si usavano i laccioli laterali o una colla nera vischiosissima, puzzolentissima, difficile da stendere e quasi impossibile da togliere una volta in cima.
Fu l’anno in cui inventarono il marsupio da allacciare in vita. Lo ricordo perché ne avevamo acquistato uno e lo indossai io. Quel giorno conteneva una bresaola, quelle piccole di cervo che avevano un sapore oggi introvabile.
Sarà accaduto a Natale o durante uno dei tanti week-end dell’inverno. Mio padre era veramente appassionato. Partivamo da Milano il sabato finita la scuola – non esistevano i fine settimana – per sciare la domenica. Un viaggione. Ricordo che la strada iniziava a richiedere allerta e attenzione da Colico. Era da lì che si poteva trovare la neve sulla strada. Oggi forse dopo Bormio! Le catene per le ruote erano tenute da laccioli di cuoio che erano o tesi perfetti o laschi o rotti e quindi quei ricordi sono di rumori, suoni, materia neve, rischi!
Il tratto tra Bormio e Livigno era percorso tra due muraglioni di neve. Immagino fossero alti 3 metri ma potevano essere anche di più. Il ricordo ingigantisce le cose e a me sembra di ricordare 5-6 metri di neve. Poi ci si poteva mettere il vento e la tormenta che si incanalava in quella trincea di neve a ridurre, se non precludere, la visibilità. Gran parte della strada era fiancheggiata dai vecchi tunnel di legno dove ancora prima – nel 1954 aprirono la strada durante l’inverno – chi voleva recarsi a Livigno ci si infilava vuoi per avere un riferimento o una protezione dal vento e neve ma ancor più importante dalle valanghe spontanee. Tanta era la neve allora che scendevano da sole: non c’era bisogno di sciatori a provocarle.

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Giusto per descrivere quei tempi e le loro dimensioni vi racconto della prima volta che mia madre sciò in assoluto. Lei non aveva mai inforcato gli sci ma mio padre la invitò, d’inverno, a salire a Livigno in villeggiatura. I viaggiatori arrivavano a Bormio in corriera e poi con carrozza trainata da cavalli fino a Arnoga. Da lì l’unico modo per scollinare prima il Passo Foscagno e poi l’Eira era calzare gli sci. La prima sciata di mia madre fu Arnoga Livigno. Oggi diremmo 3.000 metri di dislivello negativo, 20 chilometri di sviluppo e 1500 metri di dislivello positivo, quest’ultimo aggettivo è dovuto al fatto siano quelli in discesa. Non ho mai chiesto a mia madre se li considerò positivamente!
I miei primi transiti sulla statale del Foscagno avvennero in auto, immersi nella bufera, tra due muraglioni di neve alti metri e metri. Viaggiare in trincea e sentire quei racconti faceva sentire mia sorella e me non privilegiati ma sicuramente più comodi e sicuri.
Quando salii al Monte della Neve con mio padre era l’anno in cui parlarono per la prima volta dello Yeti. L’abominevole uomo delle nevi. Capite bene che allora la notizia fece scalpore e per chi come me andava in montagna interessava ancor più che ad altri. L’informazione ti rimane sempre un po’ dentro e finché la consideri davanti alla televisione è un conto, quando poi la consideri in mezzo alla neve, tra le montagne e per di più a dieci anni, le cose cambiano. Si trattava dell’abominevole uomo delle nevi! Mi iniziavo a domandare: “Se c’è in Himalaya chi ti dice che non possa vivere anche qui nelle Alpi”. Insomma sciavo, mi guardavo intorno e sicuramente a volte provavo a vedere se c’erano delle tracce un po’ strane o altro. Se oggi provate a partire dal Passo d’Eira con l’intento di salire con le pelli fino in cima al Monte della Neve, rimarrete sorpresi dalla sproporzione tra tempi di salita e discesa. Percorriamo la pista azzurra in pochissimo tempo ma se provate a risalirla il tempo e il sudore necessario è non equiparabile. Quel giorno immagino impiegai più tempo di quanto possa oggi. Ero proprio piccolo. Cammina e cammina arrivammo là dove oggi la pista che scende dalla cima devia a sinistra per dirigersi verso la partenza della seggiovia dello Sponda. In quel punto dichiarai a mio padre d’essere stanco. Volevo fermarmi. Lui mi propose di lasciarlo proseguire fino in cima e di aspettarlo. Subdolamente pensavo che se lasciato solo avrei potuto iniziare a mangiare un po’ di slinzega. Partì e subito scomparve alla mia vista. Lì la montagna è ricca di dossi, e onde di neve accumulate dal vento. Sono le dolci forme della montagna quando è ricoperta di neve. Ero in un bel avvallamento. Protetto dal vento mi sedetti e aprii il marsupio. Col mio bel coltellino rosso iniziai a tagliare. Tex Willer sciatore. Poi come tante altre volte mi è capitato trovandomi da solo in montagna iniziò a far capolino un senso d’incertezza, d’insicurezza. È studiato e descritto il fenomeno in molti libri. Quando l’essere umano non vede più segni lasciati dai suoi simili inizia a sentirsi insicuro. Una manifestazione di tutto questo sono le croci, gli ometti che lasciamo in cima alle montagne o lo sguardo che subito corre al fondo valle alla ricerca di strade, case, insomma di segni umani. Ma quel giorno oltre a non sapere tutto questo avevo a che fare con l’informazione Yeti! “E se oggi è qui a Livigno? Se salta fuori e mi corre incontro? Che cosa faccio?” Immagino trascorsi il tempo in attesa del ritorno di mio padre in equilibrio tra piacere di non faticare più, mangiar slinzega e il timore che apparisse lo Yeti. Alla fine chi si inferocì fu mio padre quando seppe che di slinzega non ce n’era più. L’avevo mangiata tutta io.
Ancor oggi quando passo da quei posti li riconosco e rivedo il film di quel giorno. Ma mentre al cinema vero si sgranocchiano pop corn a me torna in mente il sapore di quella slinzega.
Non hanno ancora deciso se gli Yeti ci siano o no in Himalaya, ma vi assicuro che ci sono a Livigno e al Monte della Neve.
Non sono grossissimi ma abbastanza simili a noi umani. Sono velocissimi però. Sono tutti quegli sciatori che sfrecciano a velocità folle senza controllo. Forse sono più pericolosi degli Yeti!

EMMA INIZIA A FAR FONDO

Emma ormai ha 4 anni. È sana, una fortuna! È curiosa, agile e come tutti i bambini ha il desiderio di autonomia e cerca di raggiungerla per tentativi, errori, esperienze.

Emma tele

Ha imparato a gattonare, alzarsi in piedi sorreggendosi a oggetti o mani premurose. Ha elevato la sua autonomia nel muoversi imparando prima a mettere un piede avanti e poi caricarlo per sganciare l’altro e spostarlo a sua volta.
Noi diciamo che ha imparato a camminare, a lei interessava muoversi. Muoversi come gli adulti intorno a lei. Ha imparato una serie innumerevole di movimenti, appoggi, sbilanciamenti, dinamismi, arresti, tempismi che formano la “scienza del camminare”.
Ma se ne faceva un baffo! A lei interessava MUOVERSI in autonomia.
Poi ha imparato a correre in linea retta e poi in curva. L’ho seguita accuratamente in questo percorso. Come padre, ma anche come maestro di sci. Ho cercato di “rubarle” l’esperienza che viveva per tradurla in idee in grado di aiutarmi a insegnare a sciare.
Una giornata particolarmente importante per lei e per me è stata quando decidemmo di andare a provare a fare “sci di fondo”.

Ha gli sci calzati e questi all’interno dei binari della pista di sci di fondo per la tecnica classica. Traballa. Ridiamo noi adulti per l’impaccio, lei per la novità. Immagino si goda della nuova situazione dove i piedi non stanno fermi, perché le solette di plastica degli sci non si vincolano col terreno come solitamente le suole delle scarpe hanno fatto fino ad allora con la terra o l’asfalto o altro materiale non sdrucciolevole. Ma rimane in piedi.
Calzati gli sci mamma e papà le dicono: “Andiamo!” Nessuno si è sognato di chiederle di piegare una caviglia, far questo o quello.
Già interessante: per me!
Cerca di conservar quanto meglio l’equilibrio. Spinge avanti un piede (sci) e patatrac cade aprendosi in una spaccata permessa solo a chi è così giovane ed elastico. Per sdrammatizzare cadiamo anche noi adulti. Ridiamo tutti, ma lì per lì Emma non aveva un’espressione allegra. Continuammo e ci divertimmo, Emma più di tutti. Non la pagai, così come fanno i miei allievi, ma avrei dovuto farlo. Mi aveva spiegato molto di ciò che inconsapevolmente facevo sciando ma non conoscevo e quindi non consideravo come importante per insegnare.

Cosa mi insegnò quanto vidi.
Quando Emma spinse avanti lo sci, per quel che era la lunghezza della sua titubante falcata, il piede (sci) non si arrestò. Continuò a scivolare avanti non vincolandosi e cadde. Rialzata riprovò. Accorciò la falcata e “trattenne” il piede che avanzava.
Quanti telemarker lo sanno fare volontariamente e quanti invece lasciano che lo spoiler posteriore dei moderni scarponi di plastica indichi il limite della spinta in avanti del piede? La seconda categoria è la più popolosa!
Cosa c’è di male? Il male sta nel fatto che il piede si trova troppo avanzato. La caviglia è troppo aperta e perde la sua funzione dinamica. Non sarà in grado di contribuire a un efficace appoggio del piede avanzato e men che meno contribuirà a un volontario riavvicinamento dei piedi nel passare da una posizione telemrk all’altra.
Questa capacità di “limitare” o arrestare al punto giusto la scivolata in avanti del piede è patrimonio di chi ha iniziato a far telemark con gli scarponi di cuoio. Scarponi che non sorreggono all’indietro (dato il basso colletto posteriore) e che obbligano a “contenere” il passo in avanti. Scientificamente quest’azione di limitare i movimenti è definita essere la “chiusura della catena cinetica”.
Scarponi di plastica alti di spoiler posteriori bloccati in avanti in modalità “SKI” non rendono intelligente lo sciatore. Il consiglio è quindi di imparare da principianti a far telemark con il meccanismo in posizione “WALK” mentre per i medio/alti sciatori è consigliabile esercitarsi a sciare quanto più spesso nella stessa modalità.
L’obbiettivo è di avere il piede avanti in “quel posto perfetto” che permette allo sciatore di usarlo per l’equilibrio e per l’esecuzione di un futuro dinamismo. Per esempio il richiamare i piedi tra di loro per passare da una posizione telemark all’altra?
Questo argomento di non delegare la “chiusura delle catene cinetiche” all’attrezzatura è particolarmente facile da capire se si considera il piede arretrato del telemarker. Quello che si dovrebbe mantenere in appoggio sull’avampiede. Piede e scarpone che nel principiante finisce spesso, per eccesso di libertà da parte del tallone non bloccato dalla talloniera a finire in punta di piedi o nel caso di buoni sciatori viene delegato ai cavi e alle molle nel 75 mm. o a piastre, secondi talloni e molle nel NTN. In tutti i casi descritti qui sopra benchè aiutati dall’attrezzatura quel piede si troverà in luoghi e posizioni non morfologicamente ideali ai nostri scopi.
Personalmente ho scelto scarponi che mi concedono libertà e mi limitino nei movimenti (così da sostenermi in caso di imprevisti) oltre il punto funzionale. Mi sostengono quando già ho perso la sensazione di equilibrio e possibilità di produrre un dinamismo. Per gli attacchi preferisco attacchi senza cavi o molle sia che si consideri il 75 mm. sia NTN.
L’assenza di una parte meccanica che limita l’alzata del tallone mi ha forse reso più “intelligente” nel posizionare il piede arretrato nel posto giusto. Per averlo nel posto giusto ho imparato a “sentire” se l’avampiede è troppo indietro o avanti, se il femore è nel posto giusto, così come l’anca, la spalla, il braccio.
Se quel giorno Emma avesse avuto un paio di scarpe da fondo con uno spoiler posteriore alto e duro avrebbe iniziato a percorrere un percorso d’apprendimento più “stupido”, magari facilitato, ma poco educativo per sé e per me.
Durante le mie lezioni cerco da quel giorno di spiegare all’allievo che deve eseguire dei movimenti ma che deve anche imparare a limitarli al momento giusto.

Carlotta, Alessandra ed Emma sulla neve. Parlerò più avanti delle donne conosciute sulla neve. Quelle importanti per me e i luoghi, situazioni dove le ho incontrate. Ma qui voglio descrivere aneddoti legati alle mie “piccole” donne. Le mie figlie.
Sono tre. La terza assai più piccola che le sorelle, Emma sette anni, Carlotta e Alessandra oltre i 25.
Tutte hanno in comune, sciisticamente, l’aver iniziato a muoversi sulla neve con gli sci da fondo intorno ai quattro anni. Un’attrezzatura leggera che permette movimenti vicinissimi al camminare. Una tecnica, quella dello sci di fondo, faticosa se si vuol andare veloci ma non altrettanto se si intende giocare. Il po’ di fatica che si fa in ogni caso aiuta a scaldarsi e a Livigno fa sempre piuttosto freddo. Come avete letto osservando Emma il suo primo giorno di sci di fondo ho imparato molto sul telemark. Quel giorno capii il valore di alcuni fattori trascurati o assolutamente non considerati e da lì recuperarli nell’insegnamento.
Uno dei ricordi più belli di Emma sulla neve è relativo a un giorno di Dicembre. La settimana precedente aveva nevicato e Livigno aveva indossato l’abito invernale. Poi aveva fatto caldo e la superficie della neve si era indurita al ritorno del gelo. Andammo a far fondo e lei su quella crosta rigelata ci scorreva leggera mentre noi adulti affondavamo. Il suo privilegio era di avere tutta la piana libera e percorribile. La libertà assoluta. Era l’inizio dell’Inverno e sulla neve del fondovalle il vento aveva posato le foglie ingiallite delle poche latifoglie che sopravvivono a Livigno. Si inventò da sola il gioco di rincorrerle se erano spinte dal vento e girargli intorno se rimanevano ferme.
Immagino le furono utili le ore trascorse nei binari dei giorni prima, ma una volta autonoma il richiamo della libertà di muoversi sull’intonso manto di neve la stimolarono al gioco della libertà.
Giocò così a lungo che terminò ben dopo il calar del sole e dopo il momento di avvisare che doveva far pipì. Un gran bel gioco direi.
Anche lei è poi passata allo sci alpino. Avrei sicuramente preferito offrirle un’attrezzatura simile a quella dello sci di fondo: materiali da telemark. Ancora i talloni liberi, più pesantezza rispetto al fondo, ma meno che l’attrezzatura alpina. Purtroppo come sappiamo scarponi di taglia così piccola non si trovano. O meglio non li producono. Gioco forza passare allo sci alpino.
Però decisi di cercarle l’attrezzatura giusta. Un paio di scarponi che le permettessero di piegare le caviglie e un paio di sci dritti come due binari – nessuna sciancratura. Gli scarponi erano introvabili e allora segai pezzi finchè si sbloccarono. Per gi sci fu più facile. Iniziai a guardare nei cassonetti dei rifiuti finchè trovai un paio dritti come li volevo. Tutti direbbero “vecchi” ma in effetti erano nuovi. La mamma, maestra di sci storse il naso ma le chiesi di credermi e aver pazienza. E di pazienza ne ebbi molta quando iniziai un curioso metodo per insegnarle a sciare.
La portai subito su una pista “rossa” e collegati da un mio bastoncino, lei a monte e io a valle e raccontandole lunghe storie iniziammo a fare lunghi diagonali. Iniziava sempre appoggiata al piede a monte e teneva quello a valle in aria. Cercava un piano d’appoggio che lì non poteva esserci visto che eravamo sul pendio e in diagonale. Dopo 30 – 40 metri però si arrendeva e accorciando la gamba a monte raggiungeva la neve con il piede a valle e trovava i due appoggi.
In fondo alla diagonale fermandoci la giravo, mi rimettevo a valle, le porgevo il bastoncino, iniziavo una nuova storia e da capo in diagonale con un piede appoggiato e l’altro in aria. Ma come precedentemente dopo un po’ accorciava una gamba e si appoggiava. A furia di diagonali e storie, a un certo punto affrontando una nuova diagonale appoggiò subito tutti e due i piedi.
Il giorno dopo andammo su una pista azzurra e le dissi che i suoi sci avevano un nome come il suo. Uno si chiamava Gigino e l’altro Gigetto e che per farli girare bastava gridare: “Gigino gira e poi Gigetto gira” e loro lo avrebbero fatto. E in effetti si mise a girare. Quando cadeva le insegnai a rimproverare o l’uno o l’altro e così si continuò a ridere tutto il giorno. Il secondo giorno scese tutta l’azzurra dalla cima del Monte delle Neve fino al Passo d’Eira da sola.
L’inverno terminò lì. Rimise gli sci a ottobre allo Stelvio e dopo un’oretta di richiami su Gigino e Gigetto si fece tutta la pista del Cristallo da sola e curvando a sci paralleli. Io morivo di paura perché se fosse caduta a quella velocità sarebbe esplosa ma lei rideva e mi chiedeva che le raccontassi storie.
Lo scorso inverno ha spiegato alla sua mamma che per girare basta girare i piedi! Sul ripido derapa senza problemi chiacchierando o cantando. I suoi maestri di sci svizzeri le consigliano di cambiare sci. La mamma è della stessa opinione, ma a lei piacciono così tanto quelli che ha che spero li tenga anche l’anno prossimo. Tanto erano più alti di lei e dovrebbero andar bene anche il prossimo inverno.
Ha provato a far snowboard e si muove senza problemi, ma sulla pista dice che si fa fatica! Non credo sia vero, ma sicuro è che non ho trovato il modo giusto per proporglielo. E’ tempo vada con un maestro di snowboard. Ne sceglierò uno che la sappia far giocare e che conosca tante storie!

Carlotta. Lei è particolarmente dolce. Dolce come certa neve può essere. Abitavamo ai pedi del Carosello 3000 di Livigno. In una bellissima Tea nel bosco e un giorno di fine aprile andammo in cima alla cabinovia. C’era pochissima gente a sciare e due giorni prima aveva nevicato. Tutta la montagna era tornata a essere tonda, tutte le sue forme erano tornate intonse. Dove il pendio si fece più dolce abbandonai la pista e sciai sulla neve Semeda. Scesi un gran tratto vuoi per mio godimento ma anche per portarmi abbastanza a valle così poter osservare Carlotta e Alessandra sciare per la prima volta quella neve.
Mi fermai e le vidi sciare leggere e con un’espressione stupita. Immagino non credessero la neve potesse essere diventata una superficie portante e sciabile ovunque.
Quando Carlotta mi arrivò vicina fece l’ultima curva e con mia sorpresa alla fine si lasciò cadere. Mi chiesi cosa fosse quella neve e nello stesso momento avvicinò il viso alla neve e la toccò con la guancia. “Che bella morbida” disse. La cosa più bella fu che associò quella dolcezza della neve con la sua guancia. Quasi che toccarla con mano fosse improprio.

Alessandra. Un giorno Carlotta e Alessandra decisero che se era vero che fossi così bravo ad insegnare telemark, forse era il caso di approfittare e mi chiesero se potessi fargli un paio di ore.
Si unirono a un allievo che avevo quel giorno e sbrodolai la mia scienza a tutti e tre. Alla fine mi salutarono e andarono a casa con gli sci. Abitavamo sulle piste e avevano la fortuna di poter partire da casa e ritornarci sciando.
La sera quando ritornai mi avvicinarono e scusandosi mi raccontarono che quando erano arrivate in cima e si accingevano a sciare verso casa si erano chieste se si ricordassero qualcosa di ciò che avevo detto. La risposta era che nessuna ricordava niente e allora decisero di sciare come sapevano e facevano!
Ci rimasi male, ma ero sicuro che qualche movimento lo avevano capito e lo eseguivano anche se inconsciamente.
Un mese dopo le vidi sciare fuori pista. Le raggiunsi e andammo a fare una discesa insieme. Le proposi di alzare il braccio interno quando entravano in posizione telemark. Quel gesto le avrebbe sorrette più efficacemente. Le mostrai e le lasciai.
Nel pomeriggio le incrociai e Alessandra gridò che il trucco del braccio funzionava a meraviglia e proseguì nella sua discesa alzando il braccio quasi a salutarmi. O salutava il maestro per sempre?

UN OLIMPIONICO DI GINNASTICA ARTISTICA SULLA NEVE

Due brevi premesse. Ricordo ancora quando molto piccolo mio nonno, cercando di divertirmi, mi fece battere una zuccata terribile facendo una piroetta tra le sue gambe. Che sia il motivo per cui non riesca a fare i “salti mortali”? La seconda è legata all’ambizione di ogni padre nei confronti dei figli. Il mio sperava diventassi uno scienziato e un atleta dei tuffi dal trampolino. La sua prima ambizione fu delusa quando abbandonai la facoltà di fisica per lettere e la seconda quando dopo due anni di tuffi lasciai anche quella pratica. Ero bravino dal trampolino ma quando arrivavano i salti mortali era una comica. Rimanevo il punta al trampolino per minuti e minuti e quando l’allenatore si alzava dalla panca per venire a spingermi giù, saltavo ma ogni volta invece che abbracciare le ginocchia al petto io portavo le mani sulla nuca.

A Livigno abbiamo avuto per degli anni una Scuola Sci Estiva. Andavamo a sciare al Diavolezza e quel piccolo ghiacciaio era tutto per noi. Un’estate mi capitò in classe un ex olimpionico di ginnastica artistica. Voleva imparare a sciare e immaginavo fosse cosa facile per lui e per me insegnargli. Non fu così. Imparò, ma nonostante provasse e riprovasse era sempre legnoso. Era troppo abituato a “fare il tutto” contando solo sulla sua agilità e la sua forza. Non c’era modo di aprirlo a sentire le forze che agiscono sul corpo dello sciatore. Il suo sport non era mai stato un equilibrio tra atleta e forze esterne come è lo sci e così gli veniva a mancare quella capacità di misurarsi e “giocare” con forze esterne quali gravità, velocità indotta, forza centrifuga tipiche dello sciare. Interpretava tutto con una forza straordinaria, ma i tempismi non c’erano e così la scioltezza.
A metà settimana per sdrammatizzare gli raccontai della mia incapacità a eseguire i salti mortali. Rispose che era facile e lo dimostrò sul piazzale del parcheggio del Diavolezza. Sull’asfalto eseguì una diagonale con flic flac, ruote e concluse con un mortale all’indietro. Fermatosi mi diede appuntamento nel pomeriggio alla Scuola Sci dicendomi che avrei fatto con lui i salti mortali. Pensai fosse un illuso. Non riuscivo nell’acqua e lui pensava potessi farlo sull’erba!
Debbo dire che si trattava di una persona deliziosa, disponibilissima e modesta e in più aveva due occhi di un azzurro così chiaro che sembrava di vedergli dentro quando parlava.
Il pomeriggio ci si incontrò e mi disse: “Salti, porti il capo all’indietro, le ginocchia al petto e – udite, udite sciatori che prendete lezione – non potrai che ritrovarti in piedi! In mezzo ci sarà il salto mortale. Ti farò assistenza ma non ne avrai bisogno”.

ginnasta

Per farla breve riuscii sul prato a fare ciò che non riuscivo in acqua. Partì a fine settimana e non lo incontrai più così come non mi son mai più azzardato a farlo da solo!
Ma perché ho richiamato l’attenzione degli sciatori sulle sue parole? perché a volte si è fuorviati nell’esecuzione di un’azione. Quel giorno dovevo sì fare una rotazione completa – il salto mortale – ma la priorità era ritornare, ritrovarsi, sui piedi e quindi in equilibrio e interpretato così il gesto lo eseguivo.
Sugli sci se si vuole fare una curva l’obbiettivo è girare e cambiare direzione, ma il fine è ritrovare gli sci (i piedi) appoggiati sulle lamine per ricreare l’equilibrio.
Quando mi abituai a sapere che i piedi sarebbero ritornati sull’erba tutto ciò che stava in mezzo era il salto mortale. Non dovevo pensarci e veniva. Così è per la curva. Dovete apprendere i vari movimenti, ma il giusto modo per eseguirla è sapere dove sono i piedi, gli sci, le lamine all’inizio e come fare per ritrovarle da un certo punto della curva in avanti. Lamina, lamina. All’interno ci sta la curva.
Non morite nella curva, apritevi a ciò che c’è prima e dopo. Due equilibri, simili, ma ambedue basati sugli appoggi. Sull’equilibrio.
Forse una curva sciistica è l’opposto della distillazione della grappa. In una curva sono più importanti l’inizio e la fine – la testa e la coda della grappa – Ciò che sta in mezzo è il prodotto distillato e godibile non solo al palato.

CAMMINARE LATERALMENTE UGUALE SCIARE

Se mai questo libro avrà un valore sarà quando avrà saputo incuriosire qualche lettore. Di sicuro questo racconto, ma più che racconto dissertazione, è la parte più importante e forse la più difficile da scrivere.

Sempre più spesso mi trovo ad associare l’apprendere il sciare – che sia telemark, sci alpino, snowboard – all’apprendimento del gesto di camminare. Più analizzo, scopro e propongo, sempre più sono colpito e stupefatto di quanto bravi e coraggiosi siamo stati l’apprendere a muoverci camminando.
Partiamo da qui.
Muoverci è un dono che scopriamo avere e lo tramutiamo in un’ambizione che ci spinge prima a gattonare, poi a erigerci e camminare.
Come già detto altrove, le medaglie d’oro delle Olimpiadi di Sidney – per tutte le discipline – avevano in comune solo e però non sempre – un maggior periodo di tempo trascorso a gattonare rispetto alla media degli esseri comuni.
Mi domando allora se non si debba dar maggior valore al periodo del “gattonare” dello sciatore? E con ciò intendo camminare sul pendio, sulla neve, far fondo, slittino, scivolare con un sacchetto di plastica sotto il sedere.
Un bambino gattona perché incapace di far altro e il bambino vive e si accontenta di farlo nel presente mentre l’adulto, memore di ciò che già sa fare, tende a bruciare le tappe legate al presente e sottovaluta i passaggi necessari a essere pronto a smettere di gattonare (sciare nel piano) e iniziare a muoversi (sciare sul pendio eseguendo curve) proiettando troppo sè stesso nel futuro. Ci vorrebbe più pazienza, concedersi più tempo. Quel tempo che il bambino ha trascorso gattonando. Pazienza da ambo e due le parti: allievo e maestro. Aiuterebbe se le lezioni costassero meno e i maestri avessero un programma didattico più definito.
Una volta si faceva la scaletta per delle ore. Ora si è in cima alla prima discesina grazie ai tappetini. Piuttosto che divieti di velocità, obbligo dei caschi dovrebbero vietare i tappetini meccanici per la risalita. Ma forse noi maestri per primi ci opporremmo. Troppa fatica.
Torniamo al gattonare, alzarci in piedi e camminare.
A un certo punto il bambino si alza e cerca ti mantenere la stazione eretta. Grande motivazione nel provarci e grande realizzazione nel farlo. Noi sciatori siamo già in grado di stare eretti, ma farlo sul pendio con i piedi (sci) che scivolano non è facile. Se sorridete pensando parli di sciocchezze vi invito, sperando non lo abbiate mai fatto, a considerare di scendere lo stesso pendio di un principiante su uno skate board su una strada asfaltata. Non è facile mantenere l’equilibrio, specie le prime volte. E’ il timore di cadere, di farsi male oggi o il riemergere del ricordo di quanto ci abbia fatto male, nel fisico e nell’orgoglio, cadere quando imparammo a camminare da piccoli? Per riuscire in skate board ci vuole motivazione, coraggio e abilità motorie. Proveremmo a spingere lo skate sul piano prima di provare in discesa. Seguire un percorso simile a quando imparammo a camminare ci potrebbe aiutare. Questo percorso ha come vantaggi principali d’essere innato in un certo senso e così sarebbe democraticamente patrimonio di tutti.
D’ora in avanti a ogni descrizione del gesto “camminare” cercherò d’associare il gesto sciistico. Premetto che per me e per capire quanto cercherò di descrivere immagino che a un passo a piedi corrisponda una curva in sci.

Il bambino si è alzato reggendosi a una sedia o altro. Ora vorrebbe mollare la presa ma non ha esperienze sulla solidità della sua struttura in una situazione futura quale staccarsi e muovere il primo passo. Oscilla e noi genitori sorridiamo della sua goffaggine. Forse lui è impaurito. I nostri sorrisi e incitamenti sdrammatizzano e lui parte. Come molla la sedia e cammina alza le braccia (riflesso paracadute). Lo stesso si deve fare quando gli sci partono durante la prima discesa. Su le braccia, all’altezza delle spalle. Stessa cosa per i forti in situazione di difficoltà. Affrontatele considerano le braccia come parti stabilizzatrici.
Il bambino, capace di stare eretto da fermo prova a eseguire il passo – Noi la prima curva.
Il bimbo deve stabilizzarsi su un solo piede per svincolare l’altro e portarlo avanti. Ancora immenso coraggio. Il piede scarico nel tragitto, prima di postarsi sul terreno, offre una sensazione di “vuoto”. Credo che tutti si sia vissuto un momento di panico quel giorno. A questo punto ci sono tre possibilità: lo riporta indietro e si ristabilizza; seconda cade e noi stupidamente diciamo che non si è fatto male perché sono di gomma a quella età. In effetti penso lo si sia vissuto in modo diverso altrimenti non avremmo così timore di cadere sciando. La terza ipotesi è che si avventuri nel vuoto e porti avanti il piede su cui ritrovare l’equilibrio. Tutto quanto descritto è una dinamica di equilibri diversi rispetto a rimanere fermi su due piedi paralleli e simmetrici. Quanti muscoli deve imparare a contrarre per stare su un piede o su due uno avanti e uno dietro.
Esistono innumerevoli trattati sul “Ciclo del passo”. Minuziosi e dettagliati, così dettagliati che se letti annoiano e rischiano di portare fuori strada. Forse perché spiegano solo i passaggi ma non descrivono e non possono farlo le sensazioni, anche perché queste esulano dal trattato scientifico.
Provo a riempire i vuoti dei trattati.
a) Stazione eretta sui due piedi. Sensazione di sicurezza. Stabilità
Sciatore: è la prima discesa sulla massima pendenza a piedi uniti
b) Stabilizzazione su un piede per svincolare l’altro e portarlo in avanti. Il piede si posiziona in avanti in funzione della lunghezza dell’arto gamba e si arresta per volontà e vincolo tra tallone e piano d’appoggio. Quel piede staccato da terra offre una sensazione di vuoto e credo ci abbia spaventato a lungo perché troppe volte al vuoto è seguita la caduta che seppur non dolorosa deve essere corrisposta a una cocente delusione.
I bambini e i vecchi hanno tutti un’ampiezza del passo più breve che nel periodo di mezzo della vita e una frequenza di passi assai più alta. Immagino sia facile a tutti comprendere il perché. Stabilizzarsi a lungo – la lunghezza normale del proprio passo – per un periodo “lungo” è difficile e richiede reattività sconosciuta al bambino e rischiosa per l’ottuagenario. Incute una sensazione di “non controllo” eccessiva a livello emotivo.
Sciatore. La similitudine sta nel far partire gli impulsi da uno sci ricercando l’equilibrio sull’altro. Anche per lo sciatore si tratta di imparare o gli deve essere spiegato che nella curva tra una lamina in appoggio e la prossima ci sarà un vuoto. Lo stesso vuoto del passo.
Qui debbo distinguere tra sciatori alpini e telemarker e mi rivolgo soprattutto ai secondi aggiungendo delle note importanti per loro.
Nel camminare il tallone si arresta perché si viene a creare un vincolo tra tallone e terreno. Nello sci questo non avviene, perché lo sci spinto in avanti tende a scivolare e non si arresta. Quindi nell’eseguire delle inversioni di posizione telemark sulla massima pendenza è importante fare dei passi brevi. Farlo volontariamente si tramuta nell’eseguire quei passi brevi tipici del bambino o del vecchio e diviene anche capacità e conoscenza di quali muscoli utilizzare per “chiudere la catena cinetica”. Chiusura di cui abbiamo bisogno perché i piedi scivolano e non si arrestano. Ricordo che stiamo parlando di scivolate sulla massima pendenza e non ancora di curve. Esagerare nella falcata significa eseguire movimenti troppo ampi che sono poco produttivi e stancano.
Ritorniamo alle sensazioni del camminare. Stabilizzazione, vuoto, ristabilizzazione. Altrimenti: controllo, fuori controllo, controllo.
Ora affrontiamo la curva, ma concedetemi un’altra importante premessa. Ahimè un po’ lunga da spiegare.
Noi esercitiamo il camminare in avanti per muoverci. Non esercitiamo il camminare per camminare. Per curvare sugli sci dobbiamo imparare i gesti che ci faranno girare ma non moriamo a esercitare quei gesti e non pensiate sia il loro miglioramento che vi farà curvare meglio. Dovrete focalizzare la vostra attenzione sul curvare come prodotto dei movimenti. Il prodotto finale è l’obbiettivo ed è un buon prodotto quando vi ritrovate nel nuovo equilibrio rivolti nella nuova direzione. Non accanitevi a voler girare, sono gli sci che fanno la curva così come sono i piedi che appoggiandosi ci fanno muovere. Se il bambino volesse solo muoversi continuerebbe a cadere. Deve imparare cosa fare con piedi, gambe etc.
Madre natura ci ha fatto al meglio per muoverci in avanti. Lo sciatore non ha bisogno di creare l’impulso a muoversi in avanti perché quello è delegato allo scivolare degli sci sulla neve. Lo sciatore deve solo imparare a camminare lateralmente. Quando avrà imparato a camminare – uguale curvare a bassa velocità sciando – lateralmente passerà a un’interpretazione del gesto assimilabile al concetto di correre lateralmente.
Torniamo allo sciatore che vuole girare.
Ogni volta che uno sciatore sposta lateralmente uno sci, questo scivola fino a “prendere di spigolo”.
Mettetevi su un piano sci ai piedi. Ogni vota che lo fate scivolare lateralmente da piatto che era sotto la sua anca termina sullo spigolo interno. Scivolate il destro verso l’esterno. La gamba non sarà più perpendicolare al terreno, lo sci prima piatto e appoggiato sulla soletta ora va sempre più inclinandosi rispetto la neve e così lo sci bascula sulla lamina. Lo sci in pratica sta iniziando a creare un vincolo con la neve. (Sappiamo tutti che c’è un limite allo spingerlo lateralmente, infatti spinto molto lontano va così tanto di spigolo che diviene impossibile spingerlo di più. È il concetto per cui possiamo spingere gli sci lateralmente quanto volgiamo nel fare spazzaneve senza timore di trovarci in una spaccata sedere a terra. Gli sci per quanto spinga si mettono così tanto di spigolo che non possono allargarsi di più).
Dal momento in cui lo muovo al momento del vincolo/lamina/neve abbiamo vissuto la stessa situazione di vuoto provati ai primi passi. Se l’abbiamo accettato e imparato camminando, premio il muoversi, faremo lo stesso nello sci e come premio otterremo di curvare.

Telemark.
Parto dalla massima pendenza con gli sci. Allontano il piede destro verso destra e lui scivola in avanti e lateralmente. Accetto il suo scivolare come vuoto sotto il piede, come fase di instabilità, e attendo la percezione dell’arrivo dello spigolo (un’aumentata resistenza a scivolare lateralmente) e solo a quel punto mi ci appoggio così come quando il piede ha trovato il vincolo col terreno e lo uso come appoggio. Quel piede che ho imparato a portare in avanti fino a vincolarsi e mi ha premesso di muovermi camminando in avanti se imparo a spostarlo lateralmente permette allo sci destro di farmi girare verso sinistra. Come il piede destro si appoggia a terra e solo allora svincolo il sinistro anche nello sci quando sento il vincolo del destro sulla lamina ciò indica che posso iniziare a fare a meno del sinistro o almeno devo dargli un significato diverso.
Il problema d’imparare a curvare è legato all’imparare a convincerci che dobbiamo fare dei movimenti laterali dei piedi, che dobbiamo voler curvare sempre meno. Il curvare è delegato agli sci e a quanto abbiamo eseguito.

Non scordate: da piccoli i passi sono brevi, quindi in quanto sciatori cerchiamo di eseguire piccoli cambi di direzione grazie ai piccoli movimenti che oseremo eseguire. Quindi anche se non soprattutto impariamo a farlo su piste dolci se non dolcissime.

Ci sono moltissime altre analogie tra imparare a camminare e curvare sugli sci, ma c’è una notevole differenza e mi sembra giusto terminare questa parte relativa al “camminare lateralmente” descrivendo l’aspetto tecnico e le sensazioni che divergono completamente dal camminare.
Nell’analisi del passo è descritto e studiato un fatto importante. Portato avanti un piede lo si usa come nuovo punto d’appoggio e lo si carica. È stabilito che nel camminare quel piede viene caricato del proprio peso più o meno di un 10% in più. È l’attrazione gravitazionale che crea quell’aumento. Durante i primi passi quel “extra peso” ci ha forse spaventati fino a farci tornare indietro o forse siamo caduti per mancanza di reattività muscolare o eccesso della stessa.
Muovendo lo sci lateralmente e curvando grazie a quel piede-sci ci sentiamo sicuramente più pesanti su quel piede anche se andiamo a cercare rifugio sull’altro. Non siamo noi che lo carichiamo, sono le forze dello sciare che lo caricano maggiormente. E’ il richiamo laterale della forza di gravità e forza centrifuga. Non lo abbiamo caricato volontariamente ma ci troviamo appoggiati più pesantemente.

Ora abbiamo imparato a camminare. Vogliamo correre. L’interpretazione dinamica del passo cambia, ma soprattutto si abbrevia il tempo che intercorre tra l’appoggio di un piede e l’altro. Sembra quasi che i piedi tocchino per terra contemporaneamente o che siano ambedue in aria.
Altresì è aumentata la nostra padronanza in quanto sciatori e vogliamo sciare più veloci e in modo più efficace quindi a sci paralleli. Ebbene, dobbiamo imparare a spostare ambedue i piedi contemporaneamente da destra verso sinistra rispetto alle anche o al centro di massa. Piedi-sci a destra e curvano a sinistra, sento il vincolo degli spigoli mi ci lascio appoggiare come conseguenza di forza di gravità e centrifuga. Gli sci curvano, mi ci appoggio sopra e con un’azione simile a un balzo della corsa scivolo verso sinistra fino risentire gli spigoli. In mezzo c’è il vuoto, la sospensione della corsa tra due battute. Quel vuoto, quella sospensione è la fase più bella della corsa e della curva.
Così interpretata, la curva verrà sempre con minor impegno di forze dello sciatore e sempre più grazie a forze e meccanismi esterni. Diviene sempre più bello. Facile. Esilarante.
Diviene etereo quando non sposto più gli sci lateralmente alla ricerca degli spigoli, ma bensì mi lascio cadere all’interno della curva per trovarmi i piedi lontani lateralmente e quindi ancora ma in modo diverso sugli spigoli.
L’ordine dei fattori cambia, ma il prodotto è lo stesso: gli sci girano e lo fanno sempre più da soli e per me. Giro senza più pensare a cosa fare. Penso solo a come, dove e quando appoggiarmi ai miei piedi-sci-spigoli.
Giro perché cammino o salto lateralmente!

DUBBI

Il mio dubbio di maestro di sci è costante e relativo a come insegnare tutto quanto esposto in questo libro.
Noi impariamo a camminare col tempo e per tentativi, correggendo gli errori che si sono manifestati attraverso cadute e sensazioni negative. Nessuno ci ha insegnato a camminare. È un processo personale che richiede tempo.
Come insegnare allora?
Quando imparai da piccolo si usava un metodo e forse i maestri non si domandavano neppure se ce ne fossero altri. Allora il metodo era impositivo. “Piegati. Distenditi. Troppo poco, ancora di più!” E non si capiva il perché. O forse loro lo sapevano ma non si dilungavano in spiegazioni. Quel metodo richiedeva molto tempo e si basava sull’interesse dell’allievo a voler far meglio e per meglio si intendeva non solo l’efficacia ma anche lo stile.
Oggi si è passati a un metodo più umanistico. Fai così perché ti sentirai meglio e tante altre cose. Ma forse questo metodo è troppo ricco e la sua valenza, credo di poter dire dopo migliaia di ore di lezioni, è solo per una certa categoria di sciatori. Indicativamente posso dire siano gli sciatori a metà della loro vita, tecnicamente parlando e sicuramente molto motivati.
Anche se mi è difficile ridurre a categorie credo che la ricetta debba essere di questo tipo:
Principiante: fai così, ti correggo e se non vedo fartelo fare abbastanza ti chiederò di farne di più. Punto e basta.
Sciatore intermedio. Correzioni e un po’ di spiegazioni sul perché e i vantaggi.
Sciatore di alto livello: parliamone e discutiamo, se vuoi.

Ho imparato per imposizioni e poi lungo la mia carriera di maestro di sci e poi Istruttore Nazionale di telemark mi sono trovato affascinato dal metodo umanistico, ma mi sembra di poter dire che in quello mi son un po’ perso e con me anche i miei allievi.
A tutti noi, maestri e allievi, rimane il compito di trovare la sintesi tra i due e così riuscire a progredire.

DERAPAGE

Scodinzolo, serpentina, christiania, stem, derapage. Tutti termini d’altri tempi e, confesso, a me cari; non solo i tempi ma anche i termini.
Oggi sono sostituiti da arco di curva breve/medio/largo, cambiamento di direzione verso monte, slide e così via. Cambiano i nomi ma non la sostanza. Cambia invece lo stimolo. Poter dire di essere in grado di fare una serpentina stretta era indice di grande abilità. Era quella serie di curve ben precisa. Oggi dire di essere in grado di eseguire una serie di curve ad arco stretto dice tutto e dice nulla.
Il nebuloso della terminologia attuale è un definito sterile. Il fascino dei termini di una volta era e rimane per me assai maggiore. Quel nebuloso si colorava di terminologia sciistica – di derivazione straniera – oltre che di un po’ di mistero.
Tutto ciò che facciamo lo dobbiamo riempire con la nostra immaginazione. Un derapage è più affascinante di uno slittamento.
Derapage era anche per noi un termine misterioso. Il bello era scoprire e riempire il mistero imparando a farlo. Secondo me è l’esercizio più importante della tecnica sciistica.
Ritorniamo al camminare. Nella descrizione del ciclo del passo, a un certo punto si parla di “heel stride” in pratica in momento in cui il tallone entra in contatto con la superficie d’appoggio.
È un momento importantissimo fatto d’azioni – il portare avanti il piede che arriva in contatto col tallone per via dell’oscillazione del piede – e di recupero informazioni. Ho trovato terra, asfalto, sabbia, neve o ghiaccio. In base a quella sensazione tutto quanto avverrà dopo quel nano secondo quando si crea il contatto verrà interpretato diversamente.
Quando il tallone tocca terra non è ancora carico, c’è una fase di microsecondi in cui si decide cosa fare. È un momento ricco di sensazioni.
Quando scio, camminando o correndo lateralmente, riproduco l’heel stride sotto forma di – concedetemelo esperti – di “edge stride”. Debbo imparare a sentire la lamina, la sua reazione con la neve. Una sensazione che all’inizio della curva corrisponde alla sensazione di una carezza che si tramuta gradualmente, via via che la curva prosegue e le forze della curva appaiono, in una sensazione di grattata.
La presa di spigolo se non ricercata come fine, vedi il carving e la conduzione, ha moltissime similitudini sensoriali all’heel stride.
Qual è allora l’esercizio migliore per apprendere e migliorare queso contatto tra lamina e neve se non il derapage?
E di esercizi basati sul derapage ce ne sono molti. Derapage con riprese di spigoli, sapere quindi arrestare a proprio piacimento ciò che si faceva prima. O se volete solidificare, vincolare i piedi/sci a nostro piacimento. Questa capacità e conoscenza è la micro regolazione necessaria in curva. Gli sciatori eleganti, ma anche gli atleti più forti, lo fanno in continuazione a ogni curva e spesso grazie a queste micro regolazioni posso salvare sbilanciamenti e continuare nell’azione.
Se non siete ben ferrati nel derapage e le sue varianti sarà difficile che corriate lateralmente con scioltezza. Probabilmente continuerete solo a camminare o anche andaste veloci lo farete con modalità lente e non sufficientemente rapide quali la velocità d’avanzamento richiede.
Quando un maestro vi mostra quella bella curva, elegante e magari lenta che vi affascina sappiate che di questa microregolazione ne usa tantissima.
Parlo di diverse varianti, ma ce ne sono due che sono macroscopiche. Il derapage che definisco passivo e quello attivo. Vediamoli.
Passivo. Da fermi in diagonale o scivolando in diagonale si riduce la presa di spigolo e ci si lascia “tirare” verso valle dalla forza di gravità.
Attivo. Dalla stessa situazione di prima si diminuisce la presa di spigolo e si forza la derapata, la scivolata laterale degli sci.
Imparati i due sistemi ci si può esercitare a inserire questa derapata nella curva. Non si vincerà la Coppa del Mondo, ma spero che anche voi sciate per divertirvi, non per stressarvi. L’arte sarà utilizzare la forza centrifuga come si è usata quella di gravità per derapare in curva grazie a forze esterne.
Sapere usare queste forze che dall’interno spingono all’esterno permette di sciare con un gran risparmio d’energie.
Derapage a foglia d’albero. Un’altra variante troppo lunga da descrivere.
Derapage passando da una posizione telemark alta a una bassa. Derapage a telemark con piede a monte arretrato e a valle avanzato. Derapage con i piedi al contrario e sempre cercando posizioni alte e basse. Sono tutte varianti che se provate, imparate e interiorizzate affioreranno come abilità durante le discese e permetteranno di continuare nell’azione desiderata.

CORNO DELLE CAPRE

Un racconto per i telemarker

Il Corno delle Capre è una delle più belle cime della valle di Livigno e di quel gioiello che è la Valle delle Mine. È seconda solo al Monte Vago che sbarra a Sud la valle di Livigno. Il Vago è come un grande Budda seduto. In basso è largo e grosso. A metà questa forma panciuta si raccoglie e le sue forme iniziano a prendere slancio verso l’alto.
Il Corno delle Capre è più slanciato e nella parte alta, guardano da Livigno, essendo rivolto a Nord ha ancora un ghiacciaio che permette alla neve di rimanere anche a inizio estate. È la montagna da cartolina. Verde in basso, marrone per il bosco a metà. Roccia nera più in alto, fino alla vetta e poco sotto il lenzuolo di neve e ghiaccio bianchi.
Come detto appartiene alla Val delle Mine, ma la sua spalla Nord Ovest scende fino a Livigno divenendo il monte del Boncurato.
Lungo questa spalla individuai un itinerario e ci portai a fare una passeggiata la famiglia. Carlotta e Alessandra non potevano avere più di 7/8 anni e in modo un po’ sconsiderato riuscimmo a camminare e arrampicare per 6 ore fino ad arrivare in cima.
In montagna mi è sempre piaciuto tornare da una via diversa da quella di salita e così dalla cima scendemmo lungo il ghiacciaio fino al laghetto a metà montagna e poi giù per le strette e incassate vallette che sono caratteristiche della base del Corno delle Capre.

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Il trucco per riuscire a far camminare per così tante ore Carlotta e Alessandra oltre che camminare lentamente era raccontarle lunghissime storie. In discesa tutto diviene meno faticoso e allora si può passare a giocare. Infatti, raggiunta la neve ed essendo anche sciatrici, proposi loro di scivolare sulla neve sulle suole degli scarponi immaginando d’essere con gli sci. È un bell’esercizio, perché sono sci immaginari ed estremamente corti e così si allena la centralità. Da delle semplici scivolate rettilinee si passò subito alle curve. Inutile dire che spessissimo finivamo tutti sul sedere. Chi cadeva per primo aveva perso.
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Erano i miei primi anni di telemark e quando le ragazze furono a loro agio iniziai a cercare di fare le curve a telemark, ma era difficile. Direi che non ci riuscivo o almeno non avevo una sensazione di fluidità.
Il problema era che non trovavo sincronismo tra il piede anteriore e quello posteriore. Un piede girava e l’altro troppo poco o troppo tardi e a ogni fine curva ero sbilanciato. Mi sembrava che il piede arretrato, quello interno, iniziasse a girare sempre troppo tardi. Prova e riprova trovai la soluzione imponendomi di far girare prima il piede che a inizio curva è davanti e poi diviene arretrato. L’istinto è di far girare quello che spingiamo avanti, ma così l’interno era sempre in ritardo e non mi offriva una sufficiente solidità.
Interpretando la curva in modo diverso, iniziandola con il piede avanzato, il sincronismo apparve da sè e tutto si fuse in una curva perfetta.

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Lo allenai e memorizzai l’enorme vantaggio.
Anche se ogni inizio inverno non ricordo più molti dei trucchi che ho scoperto o inventato la stagione precedente, questo dell’iniziare la curva con il piede avanzato non lo scordo più. O quantomeno affiora subito quando alle prime curve sulla neve mi sento non sincronizzato sui piedi.
Provate, se potete, prima sulla neve senza sci. Dovrete cercare un pendio abbastanza ripido e con neve dura dato che con le nostre suole di Vibram scivoliamo meno che quelle degli scarponi da sci alpino. Se volete potete anche provare l’errore. Ciò che intendo dire è d’iniziare la curva con il piede che portate avanti. Le due diverse interpretazioni descritte qui sopra, vi faranno sentire delle enormi differenze. La curva utilizzando il piede avanzato vi conferirà un più facile equilibrio lungo la seconda parte di curva. Più facile uguale minor sforzo. Maggior fluidità e maggior eleganza.

BODE MILLER

E all’improvviso comparve sulla scena Bode! bm1-cu
Tutto scomposto nella parte superiore del corpo. Un assurdo sciistico dissero. Tutti, dai frequentatori dei bar ai maestri di sci e agli allenatori sorridevano e scommettevano a quale porta sarebbe saltato. I peggiori, i più ignoranti, erano i commentatori televisivi che enfatizzavano quei gesti come degli errori. Secondo me l’analisi o il commento dovrebbe essere diverso specie se quell’atleta vince. Quando un atleta propone una nuova soluzione che si rivela redditizia, quell’atleta diviene inventore se non artista.
La caratteristica di Bode era che usava le braccia in modo inusuale. Sembrava una mancanza di controllo, ma in effetti in quelle braccia c’era azione, energia che contribuivano a far correre gli sci più veloci che gli altri.
Da telemarker che può sentire quanto sia efficace usare un braccio, la testa in un modo piuttosto che un altro, in occasione di una telecronaca azzardai la mia opinione sull’utilità di usare le braccia in quel modo e lo feci con un allenatore dello Sci Club di Livigno. Sostenevo e sostengo che usare delle catene muscolari lunghe sia più efficace che usarne di brevi. Bode secondo me alzava un braccio per ottenere maggior pressione sullo sci opposto. Il concetto è quello di togliere il tappo a una bottiglia di vino usando solo la forza del braccio o quella di braccio, spalla e muscoli della schiena. Lo facciamo tutti quando il maledetto sughero non vuole arrendersi. Altrettanto quando proviamo ad alzare una valigia che ci pareva leggera mentre non lo era. Immediatamente riusciamo, ma solo perché utilizziamo braccio, spalla e muscoli della schiena.
La risposta dell’esperto fu che fossi un ignorante di sci agonistico e quindi la mia idea fosse falsa. La cosa non mi turbò. Ero convinto di quanto dicessi perché sentito facendo telemark non perché fosse solo analisi al tavolo … del bar!

bmDebbo confessare che alcuni anni dopo lo stesso allenatore mi avvicinò e umilmente mi disse che quanto avevo ipotizzato quel giorno e che lui aveva bocciato, avevano scoperto fosse vero. Da quella stagione i luminari dello sci agonistico insistevano sull’utilità ed efficacia di quanto ho descritto sopra. Se la volta precedente il suo commento non mi aveva turbato, mi colpì invece la modestia di ritornare a … Canossa e ammettere la chiusura mentale d’allora.
Nel mentre Bode era diventato campione e in piccolo il Picasso o il Bob Dylan delle piste, quanti ragazzi che facevano gare avevano perso tempo? Gli “sgorbi” di Bode erano diventati una tendenza artistico/atletica.
Oggi la star è un altro americano: Ted Ligety.
Tutti, dai commentatori agli allenatori, non sanno dire altro che lui è il più bravo ad arrivare sulla porta con gli sci già alla fine della curva. Nessuno però che spiega come faccia ad arrivare lì, in quel preciso momento, prima di tutti gli altri.
Io, grazie al telemark, penso di saperlo, ma non vorrei sentirmi dare di nuovo dell’ignorante e allora la mia teoria la tengo per me e se l’ho già elargita l’ho fatto col contagocce e solo a sciatori mentalmente aperti.

DA UN’ALTRA PROSPETTIVA

Posso dirvi una cosa? Voi sciatori siete una razza di logorroici egoisti! Sempre a parlare di voi, di cosa sentite, mai che vi ricordiate di noi: scarponi e sci. Giusto solo qualche volta. Poi qualcuno di questi sciatori si mette a scrivere, ora è questo Luca Gasparini e gli sembra essere bravo tanto quanto a sciare. E tutto quanto abbiamo scritto noi per lui e per voi? Ve lo scordate?! Vi sembra sufficiente fermarvi in fondo al pendio e guardare le tracce? E ricordatevelo bene: quelle le abbiamo fatte e scritte noi. Non voi. Provate a essere così belli precisi e tondi senza di noi! Persi, sareste persi. E per di più con uno zero in calligrafia. Bocciati, neanche rimandati. E tenete presente che noi vi parliamo, vi sussurriamo sempre.
Il problema è come al mare – chi è in acqua sente le voci provenienti dalla spiaggia, chi è in spiaggia non sente chi magari sta gridando dall’acqua. Oh dio si può sentire ma bisogna concentrarsi e drizzare le orecchie. La prossima volta provate a sentire cosa vi diciamo da lì sotto. Attenzione che quel che diciamo è più “tra le righe” che nelle righe. Un po’ come fate anche voi.
Cercherò d’approfittare dell’occasione che mi si presta tramite questo psicopatico che è il mio sciatore e lo uso per portarvi un po’ di noi nella vostra vita.
Inizio, mi chiamo Sci, perché sono il più alto e grande, poi se ci sarà tempo lascerò la voce ai miei amici Scarponi.
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Anch’io sono nato e ho vissuto la prima parte della mia vita in città, perché mi costruiscono in città. Poi come voi sono andato in montagna. Ma io ci sono andato dentro un pacco di cartone. Ero stretto e affiancato a dei miei simili. Proprio come voi in metropolitana. Chi ci costruisce è un bacchettone e timorato di Dio e dato che può capitare ti trovi a fianco a un altro bel paio di sci – tutti belli colorati, profumati di colle, lacche e scioline e onde evitare incontrollabili pulsioni sessuali e dare alla luce “piccoli bastardini” ci avvolge in una pellicola di plastica. Come la chiamate voi lassù: preservativo? Dopo ore e ore e sballottamenti di ogni tipo – ogni tanto ne approfitto per toccare la sciancratura della vicina – sono arrivato a Livigno. Mi hanno liberato da quelle scatole di sardine in cui avevo viaggiato e ho iniziato a respirare e a guardarmi in giro. “Guarda che belli! È un nuovo modello”. “Certo che è il nuovo modello! Scemo. Hai mai aperto un pacco di sci per trovarne di vecchi?” uno dei tanti commenti tra commessi.
I primi tempi ti mettono verticali. È un po’ il vostro gattonare. Voi poi vi alzate e camminate. Noi ci sdraiamo e scivoliamo.
Da piccoli, anche con noi, insistono sull’ordine. Quindi “In fondo i più alti e poi via via i più bassi” Così mentre si aspetta arrivi la prima neve ognuno di noi ha la possibilità di guardarsi in giro. Certo che vediamo! Non lo sapevate?.
Cosa credete sia quel buco in punta? Per le pelli di foca? No, è per permetterci di vedere.
Io di cognome faccio Kastle e ho due begli occhi azzurri e capigliatura nera che scende fino ai piedi. I miei di capelli, tonto di uno scrittore! Non i tuoi, che poi neppure li hai! Qui oggi si parla di me o noi visto che siamo in due. Spezzo una lancia per i figli unici, gli snowboard, si perché loro sono figli unici e sappiamo che tutti i figli unici hanno dei problemi. Ma sono fatti loro! La mia famiglia, la Kastle, è numerosa. Siamo tutti uguali infatti, tutti abbiamo forme snelle e sciancrate, ma siamo tutti diversi. C’è chi ha gli occhi rosa, verdi, arancioni e capelli di colori diversi.
Le mie prime settimane mi sono state molto utili per vedere che tipo di clienti sciatori aveva il negozio dove ero finito. Lo sapete che non siete voi che ci scegliete. Siamo noi! Ci son sci che scelgono i fighetti perché anche loro lo sono. Altri non si accontentano solo dell’apparenza ma cercano di farsi un idea del tipo di sciatore. Il modo come parla, come si muove in negozio, che intenzioni ha. Ma la cosa che ci aiuta di più sono i pettegolezzi del negoziante e dei commessi quando il cliente lascia il negozio! In quella fase della nostra vita siamo un po’ delle portinaie.
Debbo essere sincero io ho preferito la sostanza all’arroganza e vi spiego.
Era ancora caldo e si sa, la temperatura non scatena gli enzimi sciatori. Entrava sto’ tipo non molto alto, vecchietto, un po’ gobbo. Parlava, rideva e scherzava, ma spesso gli chiedevano consigli su come fissare gli attacchi e altro. Poi un giorno che fu uscito dal negozio, sentii dei clienti che erano in negozio dirsi: “Ma sai chi era quello?” “No!” “È GasGas!” “GasGas?” “Potevamo chiedergli un parere.”
Come si sparse la voce fra di noi che quel tipo era l’elegante GasGas ci fu la corsa a chi se lo prendesse. Appena chiuso il negozio tutti i modelli più vanesi corsero a lucidarsi e farsi belli.
Il mattino dopo tornò. Dopo le chiacchiere del gorno prima lo guardai con un occhio diverso e, come dite voi? Un brivido mi percorse! È un po’ una scemata ma rende il senso! Ma anche lui quel giorno mi guardava con un’attenzione diversa. Dopo un po’ mi ha preso. Ci ha presi tutti e due, devo dire. Ci ha girati, lisciati per far via un po’ di polvere. Quasi quasi arrossivo perché ci guardava come voi guardate le belle sciatrici o quei bei sciatori che spesso si vedono. Quando ti guardano e senti che osservano le tue forme … insomma è un po’ “osè”! Quello poi ci ha preso tra le mani, ci toccava, lisciava e da maleducato ha iniziato a dire che pesavamo troppo! Obeso sarai tu, sciatore del piffero. Noi siamo in peso forma. In ogni caso si gode a essere maneggiato così, toccati, lisciati. E’ un momento godurioso, ma finisce presto. Infatti anche quella volta, ma lo avevo già visto fare ad altri fratelli, mi a preso per il naso. Mi ha bloccato col piede la coda e con l’altra mano: Sbeng! Una schiacciata al centro che mi ha fatto vedere le stelle. Una stirata, un male! E non una sola volta, due, tre. Il dolore era sempre un po’ meno ma come si può iniziare a convivere e volersi bene se si inizia così. Stavo ancora riprendendomi dal male e dallo shock che ha detto: “Sono i miei!” “Ti porto gli attacchi e me li monti.” Ok, va bene tutto ma parlarne anche con me”?
Ora dovete sapere che gli attacchi sono un po’ come gli apparecchi che voi mettete sui denti. Non ci abbelliscono, ma è per essere più belli da grandi. Voi farete dei bei sorrisi, noi delle belle curve! L’altro verso della medaglia è che è un po’ come andare dal dentista per voi. All’improvviso appaiono trapani, colle, viti. Noi, sotto i ferri soffriamo ma per voi c’è la parcella da pagare e così dividiamo il dolore. Sì, è tutta una storia di condivisione la vita degli sci e sciatore. Gioie e dolori. Mal comune mezzo gaudio.
Dal momento in cui abbiamo gli attacchi inizia il vero rapporto. Lo chiamate matrimonio, credo.
Lui dice di noi meraviglie. Che siamo proprio buoni, ma il trattamento a cui ci sottopone, il più del tempo, starebbe a indicare il contrario. Un esempio? Appena alzati dalla sedia del dentista, ci prende ci avvicina, noi due fratellini e cerca di strangolarci con un lacciolo di velcro! Per favore tirate poco la prossima volta. Poi sembra tornare gentile. Ci porta al sole. Fuori da quel negozio dove si sente soprattutto parlare di soldi. Forse che inizi il bello della vita? Macché. Lui entra al caldo dell’auto. Noi ci lascia fuori al freddo sul portasci, per di più con gli occhi indietro così che quando l’auto parte non vediamo più dove andiamo e ci aspettiamo solo disgrazie. Lui si allaccia la cintura di sicurezza e noi non ci lega neppure al porta sci!
Va’ al bar si beve un caffè e noi sempre al freddo.
Dal bar in avanti i destini tra paia diverse di sci prendono strade diverse. Ho sentito di paia subito chiuse in ripostigli bui e umidi. A noi è andata meglio. Ci ha portato subito sulla neve. Finalmente eravamo adulti, da verticali eravamo finalmente orizzontali e sulla neve. Si un po’ freddo ma la neve lo è meno che l’aria e poi scorrendo, per attrito, ci si scalda!
Per quanto si sia gemellini ognuno vuol fare il di più e così alla prima discesa proviamo ad andare per strade diverse o sbattiamo l’uno contro l’altro. Sbattere tra noi non è gradevolissimo, ma è meno doloroso di quando ci è montato sopra la prima volta. La giornata era iniziata maluccio perché invece di stenderci dolcemente nella neve ci aveva fatto cadere. Bang!! Come se voi prendeste una sberla. Eravamo così seccati e offesi che approfittando della discesina avevamo deciso di scivolargli via. Questa volta neanche una sberla, ma una pedata. Si perché ci ha fermati schiacciandoci le code con gli scarponi. Se vi schiacciano un piede sentite male? Immaginate di veder schiacciare la coda a un cane. Vi piacerebbe essere al loro posto?
Ma il momento in cui capisci che lo sciatore è svitato e che sarà un rapporto difficile è quando inizia – solo il Cielo lo sa perché – a sbattere lo scarpone sull’apparecchio dei denti! Ti è costato un sacco di soldi e tu inizi a prenderlo a pedate?
Fortuna vuole, per tutti noi sci nati nel 2013, ci sia stata tanta neve naturale. Su quella artificiale iniziano a farti lavorare di spigolo e non potete capire, ma è un po’ come se favoriste la moltiplicazione di “smagliature” sulla pelle. Avete presente signore sciatrici? Neve morbida, zero sassi uguale dolcezza. Lamine che si usano poco, i nostri gioielli. Solette, la nostra pelle, liscia e morbida. Durante gli inverni poveri di neve, sarà per la neve dura artificiale o per i sassi non fanno che portarti dall’estetista. Loro li chiamano Service. Sempre per le signore e sciatori/ciclisti/edonisti: avete presente la ceretta per i peli e manicure alle unghie ogni settimana? Un male! Strack e tirano via i peli e voi soffrite. Poi ti infilano in una macchina che ti stringe i fianchi, che ti trascina in una specie di lavatrice, asciugacapelli dove neppure la GoPro più sofisticata può farvi vedere cosa succede. E c’è sempre un tipo, chi lo conosce mai, che ti guada. Ma che guardi? Spegni tutto e salvaci piuttosto. Qui dentro si soffre. Poi esci da questo finimondo e “scratch” ti tolgono la sciolina. La sensazione è quella di quando fate la ceretta. Poi ti danno una spazzolatina per lucidarti ma cambia poco, le sofferenza appena provate sono ancora lì. Si, c’è il solletico finale quando ti lucidano la soletta, ma oramai è tardi. Non sembra ma il nostro cuore sanguina ancora.
Tutto è più bello in neve naturale e fresca, ma sappiate che ci sono anche dei lati negativi. Mentre sopra la neve voi inanellando curve gioite, noi, sotto la neve ci divertiamo, ma non sempre sono solo rose e fiori per noi. Cerco di spiegarvi. Avete presente quando andate a fare attività subacquea. Noi, ci immergono nella neve fresca e lì ci restiamo tutto il giorno. Voi al sole, noi all’umido. “Che gran giornata” sentiamo dire. “Si, prova a prendere il nostro posto! “Guarda come è blu il cielo, oggi”, “Un fico secco! Qui è tutto bianco. Non si vede un accidente.”
Ricordo un giorno sul tetto dell’auto, stavamo andando da Livigno a Verbier. Per fortuna per i viaggi lunghi ci allaccia le cinture di sicurezza. Transitando da Milano, un gran nebbione. Bestemmie dall’abitacolo. “Non si vede un fico. Dobbiamo andare come lumache. Non arriveremo mai!” Bravo e non hai mai pensato che quando ci porti fuori pista è la stessa cosa per noi? Per di più tu guidi piano e invece quando scii ci fai volare. Bella coerenza. Una speranza è che ho sentito dire metteranno lo Ski-Velox! Abbiamo dei fratelloni – quelli sci larghi che vanno di moda oggigiorno che non soffrono così tanto. Loro surfano sulla neve e riescono a vedere il cielo, ma noi che ci teniamo alla forma e siamo sottili scivoliamo nella neve. Siamo sempre nella nebbia.
La prima schiacciata che ci diede in negozio diventa poi quotidianità quando sciamo fuori pista. E allora sono dolori. Dolori ovunque. Infatti fuori pista a metà curva il bellimbusto schiaccia in giù. Debbo dire che è un po’ anche colpa del mio amico scarpone ma cerchiamo di farci coraggio vicendevolmente; mal comune mezzo… curvato. Bhè è come vi spezzassero o cercassero di spaccarvi la schiena. Da dove credete che arrivi quel parolone: SCI…atalgia ! Ci schiantate. Subito dopo quelle spinte ci lascia risalire un po’ all’aria fresca. Un’occhiata al blu del cielo, e subito ci risbatte giù. Giusto il tempo di una boccata d’aria e giù nella nebbia.
Non vi sto a dire quando poi decide di sciare tra le gobbe!
Finché ci scivoliamo intorno amen. Noi gridiamo di non fermarsi tra due gobbe! Ma sembra farlo apposta si ferma e appoggia le punte su una gobba e le code su un’altra. Noi rimaniamo sospesi per aria. E il deficiente inizia un su e giù che gli ricorda l’altalena, ma noi rischiamo la morte. Pazzesco. Ogni volta parliamo di chiamare il Telefono Bianco – l’equivalente del vostro Azzurro – per denunciare le malversazioni.
Potrei andare avanti per chissà quanto, ma non voglio togliere spazio agli amici Scarponi. Concludo solo col dirvi che siete degli schifosi ingrati. Dopo un inverno da fedeli servitori, dopo avervi fatto milioni di curve che cosa raccogliamo? Sei, sette lunghi mesi messi al buio in cantina! Ma via almeno appoggiarci a una parete di casa. Di fianco a un bel quadro. Non disturberemmo. Vi faremmo compagnia e magari guardandoci sognereste veri sogni e ci guadagnerebbero anche i vostri occhi. Si perché se al sogno sostituite i video guardati al PC non solo smettereste di far finta di sognare, ma vi si arrossirebbero meno gli occhi. Già con l’abbronzatura dell’inverno assomigliate a degli orsetti lavatori in negativo, ma con gli occhi rossi ci fate vergognare della vostra espressione allucinata. Che poi cosa ci fate col PC? Guardoni che non siete altro ! Guardate con chi tradirci già alla prossima stagione! L’anno prossimo se solo mi darai ancora una discesa mi metto d’accordo con l’apparecchio dei denti e scarpone e ti spezzo una gamba!
“Cosa mi dici Scarpone? Si fa’”?
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Cosa vuoi che ti dica mio caro fratello Sci, ci starei ma la mia storia, anche se molto simile alla tua per spregi ricevuti e dolori provati è un po’ diversa. Io sto con lui da almeno 5 anni. È un po’ più fedele con noi che con voi Sci. Oddio anche noi non vediamo l’ora di andare in pensione, ma la pensione degli scarponi è un brutto posto. O ti gettano o ti svendono a un principiante e lì è un disastro. Almeno l’attuale sciatore ci sa fare! Poi sai, io un po’ di rivincite nei suoi confronti me le son tolte. Qualche volta gli ho fatto male. Se mi trattava male usavo un modo di propormi come dire, freddo. Così che soffrisse. Altre volte se mi faceva fare straordinari, tipo all’après-ski e beveva come un otre, scordava che il giorno dopo sarebbe stato gonfio d’alcool e mettendomi d’accordo con i suoi piedi loro si gonfiavano così che il giorno dopo gli potessimo fare un male cane. Se poi era stato particolarmente maleducato ci mettevamo d’accordo per la punizione peggiore: le vesciche!
La soddisfazione maggiore è quando mi porta in tenda o in rifugio per diversi giorni. Lì è dura. E su con le Pelli (quei brutti tipi attaccaticci che tu conosci meglio di me visto che te le attaccano a te) e poi giù per discese e camminar sui sassi e strisciarci contro le rocce e alla fine? Arrivati in tenda o rifugio ci sbatte in un angolo – quasi sempre freddo – e porta dentro solo le Scarpette. Allora mi metto d’accordo con le Scarpette e mi faccio promettere di puzzare e puzzare sempre più. Ma d’un odore così schifoso che a volte rischiamo il pensionamento anticipato.
L’idea di spezzargli una gamba era venuta anche a me l’anno scorso. Lo scimunito, saccente come sempre, aveva letto delle attrici che facevano il lifting e così aveva deciso che non andavamo più bene! Non eravamo più belli e alla sua altezza. Manco fosse Apollo. Anzi proprio il contrario. Per farla breve ci portò alla clinica estetica. Ci ha fatto il lifting. Aveva saputo di un luminare della chirurgia plastica, il professor Zoller, altra mente bacata. È stato un day hospital, per fortuna, ma non ti dico.

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Sto Zoller prima m’ha sbullonato e separato dal mio amato Gambetto, poi ha iniziato a tagliarci qui e là. Diceva agli assistenti, si perché c’è sempre uno stuolo di studenti intorno al professore: “Qui tagliamo, qui buttiamo, qui i tessuti sono oramai molli e la cancrena avanza… quindi via! Ti venisse a te un cancher maledetto Zoller. E poi il trapano! Buchi ovunque – “Così va’ bene!” La tua vacca della malga, va bene”! Si perché il professore si diletta di zootecnia nel tempo libero. Non va bene nulla. Rimane solo un gran male perché il tutto è fatto senza neppure l’anestesia. Che poi alla fine quando alle sciatrici le porgono lo specchio per vedere il risultato una certa soddisfazione l’hanno. Ma noi? Noi rimaniamo uguali. Anzi, qualche lima o taglierino sfuggito di mano all’esimio professore (inizia a essere vecchietto e il polso non è più quello di una volta) ci lascia brutte cicatrici. Dice che ora andremo, funzioneremo meglio, ma per noi rimane solo il dolore provato.
Ora siamo un po’ invidiosi perché abbiamo sentito che forse voi sci vi mette in casa. Abbiamo sentito dire che ha letto un vecchio racconto di sci alpinismo, dove il protagonista, un vero signore ci sentiamo di poter dire, i suoi sci li teneva appoggiati in casa di fianco alla libreria per tutta l’estate. Così l’ipocrita adesso pensa di far lo stesso con voi. Noi scarponi dallo scaffale dove ci tiene in prigione per sei mesi durante l’estate vi abbiamo visto spesso piangere ma ora sembra che per voi arrivino tempi migliori. Ma per noi…?
“Non disperare, magari porta anche voi in casa”!
Sei proprio gentile, ma non credo. Tutto torna indietro nella vita. Questa primavera, sentendolo dire che forse mi cambiava, ho scatenato con la complicità di scarpetta interna una guerra batteriologica pestilenziale. Puzziamo in modo indecente, quasi vomitiamo noi stessi. Ora dobbiamo decidere: portiamo la guerra agli estremi o cerchiamo di tornare a puzzare meno. Forse potrebbe metterci di fianco a voi in casa. Ma crediamo sia più una chimera che una speranza.
“Ma aspetta lo sento dire qualcosa”.
“Buone notizie”?
”Né buone né cattive. Niente pensionamento e riciclo. Noi scafi ci mette sul balcone e ci semina dei fiori così che sembriamo la Regina d’Inghilterra alle gare ippiche di Ascot. Che triste fine assomigliare a una vecchia col cappellino ornato di fiori e considerare il futuro utilizzo delle scarpette interne nel mondo delle derattizzazione!

SGUAINA LA SPADA (telemark)

E’ un esercizio di coordinazione e bisogna capire la sequenza di movimenti ed eseguirla in modo corretto. Due cose non facili. Ma ancor più difficile è avere la sensibilità per tramutare lo sfoderare la spada in una spinta sui piedi.
Quando lo propongo agli allievi il più delle volte o si perdono nella ricerca della coordinazione o non lo tramutano in spinta sui piedi e alla fine mi sembra immaginino gli stia solo facendo perdere del tempo.
Qualcuno riesce e anche se poi la sequenza e le logica se ne vanno il corpo lo ricorda e quel telemarker mostra subito un miglioramento sia in termini di eleganza sia in termini di energia utilizzata. Se un corpo o i suoi muscoli scoprono come fare meno fatica, quel corpo non lo scorderà. Anzi ci ricorrerà il più volte possibile.
In fondo perché sciamo? Per divertirci e provare piacere e che piacere c’è quando si fa troppa fatica e i quadricipiti urlano. Come possiamo incuriosire gli sciatori al telemark se noi per primi dichiariamo essere faticoso?

Giappone 2010

Ma com’è quest’esercizio? Ce lo spieghi? Ci provo ma è più semplice veniate a provarlo da me.
Parto dalla diagonale con una racchetta, una sola, tenuta con la mano a valle abbassata e la mano a monte alta. A inizio curva faccio scivolare la mano a monte fino a raggiungere quella a valle e nel frattempo sotto eseguo tutto quanto so: inversione di posizione e così inizio la curva indirizzandomi verso la massima pendenza. A metà curva mi trovo con le mani vicine. La racchetta che è alta verso l’esterno della curva e le mani vicine all’interno della curva. A questo punto la mano che era a valle – interna alla curva – “sfila” la racchetta da quella che era a monte. La sfila facendola scivolare nella mano esterna, proprio come fosse il fodero della spada. La mano interna si alza all’interno della curva (riflesso paracadute).
Questo lavoro delle braccia se capito e coordinato si tramuta in spinte sui piedi. Il vantaggio è che non uso solo le gambe e i loro muscoli, ma una catena muscolare che va da una spalla al piede opposto. Così facendo utilizzo la catena muscolare più potente che abbiamo, quella che in diagonale, lungo la schiena, va dalle dita di una mano alle dita del piede opposto. La catena che usano arrampicando, che usiamo per stappare la bottiglia.

UN PROGRAMMA PER PC E VELEGGIARE

Per diversi anni ho avuto a Livigno un ufficio dove grazie a un pc e una stampante formidabile facevo lavori di grafica. Per questi usavo un programma chiamato Coral Drew. La ripetitività dei lavori e quindi dei comandi da usare mi aveva reso molto rapido nel sapere quali voci del menù usare. La cosa più bella che produssi furono i giornalini per la Skieda. Ogni sera inventavo articoli, li scrivevo, li stampavo e poi il mattino dopo distribuivo questo “gazzettino della Skieda” negli alberghi. Un’iniziativa che la nuova organizzazione abbandonò forse perché richiedeva troppo tempo e impegno.
Dopo alcuni anni vendetti l’attività e smisi di usare tutti i programmi di grafica e impaginazione.
In quel periodo insieme a Giorgio Daidola, John Falkiner, Morten Aass e Manolo creammo il gruppo The White Planet. Dopo alcuni mesi dalla vendita dell’attività di stampatore iniziai a lavorare alla creazione del sito Internet del gruppo e un giorno dovevo modificare un disegno. Forse era il logo o altro. Tranquillo aprii Coral Drew e … mi inchiodai. Pochi mesi e avevo dimenticato cosa e come fare. Ciò che era così intuitivo poco prima era diventato laboriosissimo. Ma alla fine ci riuscii.
Passarono pochi altri mesi ed ebbi l’opportunità di recarmi nell’isola di Maiorca per scrivere una articolo di arrampicata e barca a vela con Manolo e John.
Erano anni che non andavo in barca a vela e l’Ente del Turismo ci offrì un Bavaria di 13 metri! Per di più nuovo di zecca. Debbo dire che quando lo vidi alla marina rimasi un po’ preoccupato.
Il primo giorno che uscimmo in mare, appena le vele furono issate, sentii subito il vento riempirle e le forze generate dalle vele. Lo scafo reagì e la mano sulla ruota del timone seppe subito cosa fare. Contrastava, assecondava in nome del sentire la barca attiva e non sotto sforzo, lo scafo che scivolava sull’onda.
Pensai improvvisamente a Coral Drew. La banalità, la ripetitività e l’astrusità di quei comandi erano scomparsi nel volgere di pochi mesi.
Il vento, la sua energia, la velocità dello scafo, il suo sbandamento scivolavano lungo la ruota del timone alle mani e colpivano l’emotività e tutto riaffiorava. Come fossi sceso da una barca il giorno prima!
Se sciando non si sente o non si impara a sentire tutto ciò che c’è intorno a noi sciatori, a ogni nuova stagione avremo dimenticato tutto.
Sarebbe un peccato e un sacco di tempo perso.

FINO A QUANDO RIUSCIRÒ A SCIARE?

Che stia invecchiando lo dice la mia carta d’identità. La controprova è l’annuale slalom gigante di Livigno a primavera. Lo affronto sempre convinto della mia sciata, ma già alla quarta, quinta porta le cose cambiano. Mancanza di colpo d’occhio, troppa velocità, la schiena che inizia a dolere e tagliato il traguardo l’inesorabile sentenza del cronometro! Molto più lento dei giovani. Ma la domanda finale e non mi coglie solo il giorno della gara è: “Fino a quando riuscirò a sciare?” Potrei dire fino a ottant’anni, ma per me sciare è questione di eleganza, fluidità ed efficacia e non so se siano qualità mantenibili fino ad ottant’anni. La speranza è di riuscire a conservarle e per farlo è questione di sciare e sciare. Per fortuna o per dovere professionale trascorro ancora tantissime ore sulla neve con gli sci e per il momento mi alleno a non perderle.
Un altro momento scoraggiante è l’appuntamento triennale con il corso di aggiornamento obbligatorio per maestri di sci. I gruppi sono composti secondo il criterio dell’età e li ci si specchia negli altri e ci si vede riflessi. Vecchi, legnosi e impacciati e soprattutto anacronistici secondo le nuove tendenze tecniche fatte tutte di spigoli, velocità, forza bruta.
In ogni caso spero e confido in un paio di briscole che credo avere tra le mani per allungare la mia carriera di sciatore. Non di maestro di sci.
La prima, come dicevo, è che posso sciare tanto e così un certo livello di sensibilità dovrebbe essere garantita.
La seconda è il telemark. Il corpo mi dice quanto posso fare e questo mi richiama a limitarmi a far ciò che posso.
La terza briscola è la neve fresca. Ci scio quanto più posso. In neve fresca non si può far finta di saper sciare. Lì o fai bene o cadi in continuazione. Solo se sei fluido e in armonia con tutto ti sentirai bene ed efficace.
Sapendo che la forza è una qualità che si perde col passare degli anni mi alleno, divertendomi a mantenere alta la sensibilità. E anche per questo ringrazio il telemark.
Altro punto di forza del telemark è che non necessita di velocità e so che più gli anni cresceranno e meno confidenza avrò, ma neppure la ricerco, con la velocità.
Un’altra briscola è legata al mio passato sciistico quando quella curva metà a spazzaneve e metà a sci paralleli si chiamava stem christiania. È una delle curve che più amo. Consente di controllare la velocità, garantisce tantissimo equilibrio ed è piena di su e giù. Di armonia. Riprenderò a smerlettare le piste con sci dai fianchi paralleli – anzi devo iniziare a cercarne e salvarne un paio – e poi con quelli farò serpentine e scodinzoli e se in difficoltà ricorrerò alla briscola stem christiania. Mi farò sempre più prendere dalle sbandate. Deraperò. Mi vedo già, o meglio sento già quando gli sci accarezzeranno la neve – sempre se ce ne sarà ancora di naturale – con le lamine.
Avevo uno zio che sciò elegantemente fino a 85 anni. Poi il figlio gli proibì di continuare più per la presenza degli altri sciatori che per sua incapacità.
Due stagioni fa ho ammirato per giorni una coppia di sciatori anziani, marito e moglie, che con sci diritti e stretti si godevano la neve di Livigno sciando a sci unitissimi.
Mi rifugerò lì, nella lentezza, negli sci appiccicati, nello stem. Ritornerò sempre più nella speranza di quell’eleganza di altri tempi quando imparai a sciare.
C’è un’alternativa. Smettere all’improvviso. Quando? Magari dopo una discesa memorabile. E questo pensiero l’ho già fatto.
Tre inverni fa ebbi la fortuna, privilegio, gioia di discendere il versante Nord del vulcano Yotei in Giappone. Milleottocento metri di dislivello con la neve alle ginocchia. La magia di quel giorno fu la luce stupenda che stava intorno al vulcano, a noi. Neve e aria, dato il sole sfavillante, sembrava d’oro.
Quella lunga e bellissima discesa terminava in un campo delimitato a valle da una fila di pini. Dopo mille curve si trattava solo di scivolare diritti fin dietro i pini dove iniziava la strada. La bassa quota del Giappone e il sole di quel giorno avevano trasformato la neve da soffice e profonda in una superficie più portante. Mi fermai all’inizio di quel campo e lasciai che gli altri andassero avanti. Volevo rimanere da solo e mi chiesi se quel capolavoro di giornata non fosse quella giusta per dire: “Basta! Non scio più”!
A posteriori mi sono accorto che quel particolare luogo assomigliava tremendamente al paesaggio della mia prima sciata. Quella in Val Formazza di cinquantanni prima. Il cerchio poteva chiudersi lì. Sarebbe stato bello.
Non ho smesso e qualche altra bella giornata e sciata è arrivata, ma oramai mi rimangono da giocare solo le mie ultime briscole.

SONO ARRIVATO ALLA TESTA

Con l’amico Paolo Zoller, fine conoscitore della tecnica telemark e grande artigiano della modifica di attrezzature, da alcuni anni intratteniamo un sottile e stimolante dialogo-sfida. O è un gioco? Lui mi telefona e annuncia una nuova modifica ai suoi scarponi che solo a inizio inverno mi mostrerà. Lo provoco e ricambio rivelandogli la scoperta di un nuovo trucco che è come sempre fondamentale se non il più importante di sempre.
Il gioco si chiude al primo incontro, quando lui sfoggia i suoi ultimi scarponi e io dichiaro la natura dell’ultimo trucco.
Anche lo scorso autunno la pantomima è andata in scena. I suoi scarponi da telemark T2 presentavano degli inserti Dynafit e il mio trucco era controllare la testa.
Avevo pensato che se la catena muscolare trasversale al corpo era efficace, questa catena non nasceva dalla spalla ma probabilmente dalla testa e dai muscoli del collo. In pratica si tratta, da metà curva in avanti, di mantenere la testa rivolta verso valle lasciando che gli sci vadano a destra o sinistra. Ancora una volta mi sembrava che la mia sciata ne beneficiasse, e sembrava beneficarne anche Paolo. Ma il gioco continuava e lui sosteneva fosse merito dei nuovi scarponi, io del mio trucco.
Molte volte ci accompagna l’unico telemarker italiano che è telemarker anche nel cognome: Giovanni Calcagno. L’unico che può dire di far sci a calcagno libero. La sua presenza è espressione di amicizia, curiosità di provare le mie elucubrazioni e la nuova tecnologia di Paolo. Ma ciò che lo stimola è la ricerca di adattamenti volti a realizzare una sciata bella ed efficace.
L’idea dell’anno scorso, e ora divenuta convinzione profonda, era di cercare di coinvolgere i muscoli del collo nella creazione della catena muscolare.

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Dall’inizio della curva fino a metà della stessa la testa può ruotare a cercare la direzione dove si vuole andare ma da metà alla fine della curva quando gli sci sono in appoggio sulle lamine li si lascia dirigere dove voluto, ma la testa rimane ferma come a guardare l’esterno della curva. Personalmente mi sorprende la solidità che si acquisisce, mentre quando provo, volendo ricercare l’errore, di seguire gli sci con la testa vengo colto da un’instabilità che posso risolvere solo con grosse contrazioni e affaticamento muscolare.
Tutto quanto propongo trova in Paolo la cavia a inizio stagione, ma poi trasporto i concetti al mio insegnamento a clienti così che possa verificare non essere solo l’intelligenza motoria di Paolo, ma bensì una qualità del trucco che si tramuta in beneficio di tutti.
La prova provata del trucco della testa l’ho avuta a un corso di aggiornamento per Istruttori Nazionali di telemark, quando l’ho proposto a un ottimo Istruttore che nelle serpentine strette da un lato ricorreva sempre al doppio appoggio del bastoncino mentre dall’altro lato no.

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Dal lato del doppio appoggio la sue testa ruotava. Dove appoggiava un solo bastone la testa era ferma.
L’Istruttore era consapevole di questa diversità di appoggio dei bastoncini ma non sapeva porre rimedio. Quando gli ho suggerito di tenere la testa ferma il doppio appoggio è magicamente scomparso. Incredibile come la correzione di un errore manifestato da una parte del corpo stia da tutt’altra parte.
Dove finisce la ricerca nel telemark? L’anno scorso dicevo che forse potrebbe finire alla testa. Dopo non c’è più nulla? Forse scoprirò qualcos’altro. Le unghie dei piedi? Non posso smettere di inventare anche perché Paolo non sarà stato con le mani in mano! E Giovanni vuole sapere.

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Nota.
Il doppio appoggio dei bastoncini a inizio curva è un particolare trucco che permette di ritrovare l’equilibrio quando qualcosa è andato storto. Un doppio appoggio continuo e costante è indice di approssimazione tecnica e, suonerà vecchio, ma bisogna imparare a farne a meno. Lo usano anche gli atleti in gara, ma sempre e solo in situazioni di recupero. È espressione di instabilità, di un’insicurezza. Un errore e non è bello da vedersi.

DELUSIONI

Nella vita di uno sciatore professionista capita di vivere delle delusioni. Pensate a un campione che investe un’intera stagione per una gara e poi cade. L’amatore, rimarrà deluso da una pista decantata dai più ma che non gli dice nulla o da un week end o settimana bianca piagata dal brutto tempo.
Quando lo sci lo si pratica anche e soprattutto per professione, quando la propria traccia incrocia quella delle istituzioni o delle aziende allora… nascono delle delusioni.
Le mie più grosse delusioni le ho vissute da telemarker.
Prendiamo la Fisi, la Federazione dello Sci che per statuto dovrebbe promuovere le discipline di scivolamento. Quante relazioni, documenti, proposte ho inviato di mia spontanea volontà o perché mi erano richieste. Ho perso il conto. Tutte senza risposte, senza riscontri. Alla fine, sapendo che probabilmente non erano neppure lette, mi limitavo a fare copia e incolla.
Tempo, energie ed entusiasmo che era meglio indirizzare e investire in valori, situazioni e ruoli assi più importanti.
Da almeno 20 anni chiedo ai responsabili della mia Regione di introdurre il telemark ai corsi di formazione di maestro di sci alpino. Sembra che da 20 anni non possano trovare tempi e spazi per il telemark all’interno dei quei corsi.
Dopo altrettanti anni la Fisi, grazie ad un’educata lettera di protesta di un telemarker che intendeva fare gare, lettera indirizzata al Presidente del Coni si è decisa a formare una “quasi” squadra agonistica.
Ma le delusioni con la d maiuscola sono quelle vissute a contatto con l’industria. Delusioni molto profonde che hanno sicuramente modificato la mia personalità e disponibilità anche nei confronti della gente comune.
Ho lavorato per un lustro per un produttore di scarponi. Molte delle mie idee sono state utilizzate e oggi molti telemarker usano scarponi nati da mie idee. Scarponi di successo a livello mondiale quindi, per più tipi di mercati. Oggi però non si investe più, neppure il più piccolo intervento è preso in considerazione nel nome di facilitare la vita ai praticanti. Una delle risposte più comuni è sentirsi dire che gli americani la pensano diversamente. Salvo poi, una stagione dopo, sentirli chiedere come mai quelle determinate modifiche di cui si era parlato non erano state applicate.

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Da quattro anni quell’azienda ha in un cassetto una mia idea, brevettata chiaramente perché deve essere loro o almeno non la devono avere i loro concorrenti, che permetterebbe al sistema NTN di funzionare molto meglio. Ma non la applicano. La cosa mi fa imbufalire perché oltre alla perdita economica per l’azienda e per me, la vita dei praticanti è resa più difficile di quanto potrebbe essere.
Ma ciò che deprime è vedere la propria correttezza non essere ripagata.
Tutto il mondo dice che gli scarponi da sci li sanno fare meglio in Italia, ma sembra che in Italia non ci sia nessuno che abbia idee nuove, da provare, da trasformare in prodotto. Dobbiamo sempre dipendere dai “mercati” maggiori.
Per il telemark sono Usa e, in parte, anche se sempre meno, la Scandinavia. Ebbene vi posso dire che con gli americani è impossibile ragionare. Hanno l’idea che solo loro conoscono la verità assoluta. Con i norvegesi non se ne viene a capo perché sono “semplici”. Se fanno un errore si chiudono, non hanno elasticità a modificare la loro attitudine e così anche lì non vai lontano.
C’è da dire che a questa situazione di non apprezzamento delle risorse italiane ci si arriva anche per la buona disponibilità di mille persone, sciatori comuni o maestri di sci che nelle occasioni più disparate trasmettono suggerimenti, molte volte validissimi, alle aziende che le rubano e le fanno loro. Bisognerebbe che tutti si stesse più zitti e le aziende dovrebbero assoldare, pagandoli fior di soldi, dei tecnici che oggi, in parte, sono gli appassionati.
In quel mondo ho provato a cercare una mia dimensione umana e professionale ma ho preso solo schiaffoni.
Un leader del mondo del telemark ha percepito stipendi d’oro da aziende italiane in quanto consulente e inesorabilmente ha contribuito a far saltare quelle aziende. Ma di soldi ne ha presi tanti. Ma aveva una caratteristica vincente: era americano! Chi come me e tanti altri ha dimostrato di voler aiutare le aziende a risparmiare, nel momento in cui ha chiesto gli fossero riconosciuti i propri meriti, sia coprendo ruoli più consoni al valore dimostrato o attraverso un adeguamento economico, si è sempre sentito rispondere picche. In parte, ripeto, ciò è dovuto alla schiera di appassionati che regalano idee, speso validissime, giusto per entusiasmo.
Credo che le vie del mitico Nord Est italiano siano lastricate di cadaveri. Quelli di chi ha lavorato con passione e altruismo e poi è stato messo di fianco. E quando ti trovi di fianco sei già fuori dal giro e la “carriera” è finita.
La stessa cosa è successa con la Skieda, intendo con l’istituzione Skieda. Idee, impegno, disponibilità nei confronti di tutti, ma alla fine mi veniva solo chiesto di continuare a farlo senza un pur piccolo compenso economico. Proprio mentre gli altri organizzatori continuavano a incassare con i loro negozi o alberghi. Anche lì, come con le aziende, mi posero nella condizione di dover rinunciare.
Da tempo, se non da sempre, sono convinto convenga essere solo appassionato o organizzatore di eventi e avere un’altra professione. Vendi lavatrici durante la settimana e il tempo libero lo dedichi alla tua passione.
Quando invece vendi curve il tempo che dedichi al telemark è sottratto alla tua professione e anche se vali o valgono le tue idee forse gli altri presumono tu le debba regalare.
Se le industrie che producono attrezzature da telemark mi hanno deluso debbo confessare che anche la comunità dei telemark mi ha deluso.

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Qualcuno mi ha detto di lasciarli fare, che sciano per divertimento. Di non arrovellarmi se non comprano o apprezzano “Neve Profonda” o se non chiedono di fare lezione. La delusione è di aver creduto con loro di far parte della “crema” degli sciatori. Quelli che hanno capito il vero senso dello sciare, ma alla fine anche loro, mi sembra siano dei consumatori del facile: la risata, la birra, il ritrovo, il nuovo paio di sci.
Come mai Manolo, Gogna, Messner e altri hanno fatto i complimenti al libro “Neve Profonda” e me ne hanno ordinati dozzine da regalare ad amici mentre i telemarker o non lo hanno comprato o se lo hanno acquistato lo hanno dimenticato in un angolo. Come mai uno scrittore di romanzi mi chiama per chiedere di utilizzarne un estratto nel suo ultimo racconto?
Perché lo sciatore comune non si è permeato di quanto si trova in questo libro?
Troppo faticoso leggere e cercare di comprendere?
Più facile farsi una sonora e magari sguaiata risata alla base di una discesa?
Ma mi domando e domando: “Cosa è rimasto di quella discesa?
Di quella risata?
Forse si è persa tra mille altre, banalizzandosi nel tutto e banalizzando il telemark e gli sciatori stessi”.
Penso e credo che un libro rimanga, specie se scritto per aiutare a capire perché sia così bello sciare in neve fresca.
Il conto economico di “Polvere Profonda” è negativo. Troppe copie stampate, diritti d’autore, tempo trascorso a tradurre. Un flop economico ed emotivo. Unico vantaggio era essere libero di fare l’editore di me stesso e oggi unico proprietario delle ultime 50 copie rimaste.
A meno che venga ripresa l’idea di una ristampa da parte di Adelphi, quella di “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”!
Ahhh, ma quello lo hanno tutti. Chissà però se quei tutti lo hanno letto!

SCI MODERNO

Non sono il primo e neppure l’unico a dirlo, ma lo sci moderno è l’esatta riproduzione dello schema di vita in città. Velocità, efficienza, rumore, turbe di persone, tutto quanto dovremmo lasciare in città per andare in montagna e cercare quella dimensione diversa, più rilassante e tonificante magari proprio per ritrovare le energie e affrontare la vita quotidiana che ci imprigiona per forza di cose. Ma in pratica non facciamo nulla di tutto ciò anzi ricerchiamo e alimentiamo lo stesso schema anche quando ci spostiamo in montagna a sciare. Prendiamo gli sci alpinisti odierni o la tendenza sci alpinistica moderna. Sveglia alle 5, alle 7 ho gli sci e le pelli, salita a razzo, discesa altrettanto veloce. Auto e a casa per le 5 del pomeriggio se si è lenti, altrimenti saranno le 2 giusto per vedere il Gran Premio di Moto GP.
A questo schema non sfuggono neppure i telemarker. Quegli sciatori che hanno scelto l’attrezzatura meno performante. Un’attrezzatura che è lì a mostrare che la scelta dovrebbe essere quelle di tempi, di performance diverse. Del passato? Del vecchio? Forse. Io la penso diversamente. Penso che il telemark dovrebbe smettere di scimmiottare l’alpino e mostrare una via diversa. C’è chi acquista le auto guardando al numero di cavalli, l’accelerazione da zero a cento. Altri le scelgono per valori diversi: praticità, efficienza, consumi, costi, comodità.

Il telemark dovrebbe staccarsi da ciò che il mondo intorno cerca di convincere essere la “vera attualità” e onestamente dichiarare che è una forma di sci lenta, efficace, meno costosa che altre e indubbiamente più elegante. Il mercato degli sciatori è fatto in massima parte di persone che hanno paura della velocità, del ripido, del duro e magari vorrebbero spendere meno. I valori di mercato del telemark ci sono. Non sono anacronistici, sono attualissimi, ma tutti seguono strategie di mercato assolutamente errate. E a questo abbiamo tutti contribuito. De Andrè diceva: “anche se voi vi credete assolti siete tutti coinvolti”.
Quanti telemarker fanno più sci alpinismo che pista?
Quanti cercano gli scarponi migliori e quanti semplicemente i più rigidi?
Quanti stanno lontani dai Festival?
Quanti chiedono un programma serio ai Festival?
Quanti prendono una lezione e quanti preferiscono invece comprare un nuovo paio di sci?
Quanti si ribellano al chiasso, alle folle e ricercano la piccolo dimensione delle stazioni sciistiche meno note?
Quanti non cadono in trappola acquistando la giacca in Gore-Tex della nuova marca solo perché è una nuova marca e il Gore è lo stesso!?
Statisticamente non saprei rispondere ma da quanto vedo mi sembra che oramai la mandria sia ben irregimentata e sulle orme di altre greggi (alpino soprattutto) che “brucheranno” prima dei telemarker quei pascoli dove cresce l’immaginaria e illusoria erba del nuovo.
Parlo da vecchio?
O la quantità di vita vissuta da uomo e telemarker mi rende più saggio se non obbiettivo?
In ogni caso sono convinto che i valori del telemark siano altrove rispetto alla realtà attuale della comunità del telemark.
La storia mostra che religioni e ideologie non sono state strumenti così potenti nel convertire.
Il vero strumento per arrivare a una totale conversione o conquista era ed è il mercato, il consumismo.
Non uso la parola salvezza mentre preferisco il termine “alternativa” sta nella pressa di coscienza del singolo.
Sono anacronistico?
Se sarete gentili risponderete “Si”!
Se sarete aggressivi: “Vecchio”!
In tutti e due i casi risponderei che “Credo nei cicli e ricicli”.
Ritornerà un po’ di purezza, di eleganza, di veri valori, di vera passione.
Si tratta di aspettare. … Sempre che interessi aspettare.
E i più interessati dovrebbero essere gli amanti del telemark.

I PIEDI DEI PROFESSIONISTI, OGGI

Un altro male, un’altra negatività forse è un po’ la caratteristica di questo libro.
Ho sciato tutta la vita senza mai aver problemi ai piedi. Ho usato scarponi di tantissime marche e mai ho avuto male. Ma da dieci anni nonostante usi scarponi da sci alpinismo per far scuola, quindi scarponi caldi, morbidi e flessibili, soffro di geloni. Compaiono a Gennaio/Febbraio quando fa freddo, quando oramai sono molte le ore trascorse indossandoli e migliaia le ore fatte di spazzaneve. Compaiono un po’ più indietro del mignolo e sul fianco esterno del piede. La parte prima si gonfia, poi si arrossa e per mia fortuna il tutto si ferma lì. Per altri maestri, e non sono pochi, il processo continua col rossore che vira al nero della cancrena. Poi son piaghe, sangue e dolori.
L’unico rimedio è cambiare scarponi quanto più si può, così che cambino i punti di pressione. Sì, perché è la pressione tra piede e scarpone, incluso freddo e caldo, che porta a questo stato. Non dimentichiamo che l’ambiente interno degli scarponi è già di per sè stesso un ambiente assai malsano. E le fitte a fine giornata, quando si tolgono gli scarponi, sono veramente forti.
Perché tutto questo? Il colpevole è lo sci sciancrato. Se guardiamo al periodo antecedente il loro arrivo, vediamo che gli scarponi erano già di plastica e di freddo ce n’era di più, eppure tutto quanto descritto non avveniva. Nello scenario generale quel che è cambiato è la forma dello sci.
Facendo scuola si scia in diagonale per chilometri, si fa spazzaneve per ore e ore e la maggior parte del tempo è trascorsa a frenare per adeguarsi al livello della maggioranza degli allievi. Prendiamo come esempio solo la diagonale.
Gli sci dovrebbero andare diritti ma essendo di spigolo cercano di risalire il pendio – curvano sempre – e la volontà è farli proseguire diritti. Quindi col piede si cerca di compensare questa traiettoria verso monte con una spinta del piede verso valle. Questa spinta la si esercita tramite lo scarpone spingendo il piede verso valle e così quella delicata parte poco prima del mignolo continua a premere all’esterno. Lì circola sempre meno sangue, la parte diviene fredda e la dinamica del gelone è soddisfatta. Il piede e il maestro meno. L’industria continua a dirci che è un’evoluzione, un miglioramento.
Caruccio il tutto: sci e scarponi sempre più cari, medicazioni idem.

Ora è il tempo del rocker: quella parte di sci, subito dopo la punta, che a differenza di una volta, quando tutta la lunghezza dello sci si appoggiava alla neve, ora è rialzata e staccata dalla neve. Fantastico, semplice, facilitante dicono. Al di là che tutto quanto è facilmente apprendibile altrettanto facilmente delude e verrà abbandonato presto, non credo proprio sia così.
Io quando scio con sci rockerati mi trovo male a meno che sia sempre e solo in neve fresca. Nella neve profonda hanno degli indubbi vantaggi, ma oggi provano a convincervi che il rocker va bene anche in pista. Bugia colossale.
Marketing del più becero e ladronesco. Quelle punte per aria che sbattacchiano e il loro rumore ve lo gridano che qualcosa non va. Lo sci che non aggancia la neve e non curva quando ci si aspetta lo debba fare.
Se non offendo nessuno mi sembra di poter dire che uno sci col rocker è come un piede dalle dita amputate. Le dita non ci sono più. La propriocettività del corpo non è una chimera, è realtà. Nel caso dello sciatore va dalle punte degli sci – che vediamo – fino alle code degli stessi. Quella è la base d’appoggio visibile, abituale e ora mi avete amputato le dita. Avete un bel dire che sia facilitante. Provate a chiedere ad un amputato se è semplice camminare, saltare, ballare senza dita dei piedi.

Spero che dalla mia negatività nascano scintille di positività nella scelta dell’attrezzatura che sceglierete la prossima volta.

CO2 FINE DI UNA PROFESSIONE

Un anno andai in spedizione in Himalaya con Giorgio Daidola, Leonardo Bizzaro, Morten Aass, suo fratello e Osvaldo Monaci. L’ultimo giorno in auto passammo da Almora, che ritrovo oggi leggendo l’ultimo libro di Tiziano Terzani. Vi soggiornò durante quel periodo della sua vita caratterizzato dalla malattia finale. Ricordando Almora capisco la serenità che lo prese in quel luogo. È una cittadina costruita sul crinale di una montagna, quasi come i nostri paesi appenninici. Il mattino Terzani vedeva i tre Panchiuli. Cime secondarie rispetto ai più famosi colossi di 8000 metri, ma forse più belli. I Panchiuli da Almora appaiono lontani, aguzzi nei loro bianchi e neri di ghiaccio e rocce.
Terminata la strada carrozzabile camminammo per tre giorni lungo la valle di Milam. A metà di questa lunghissima marcia, sulla destra orografica, passammo vicinissimo al mitico e misterioso Nanda Devi. Il 7000 metri che richiese tre spedizioni a Tillman e compagni per trovarne l’accesso. Alla fine non solo scoprì l’acceso, ma ne raggiunse pure la cima.
Ai tempi del nostro passaggio l’accesso al Nanda Devi era interdetto. Dicevano per motivi di salvaguardia ambientale. La storia che girava però raccontava che a una spedizione alpinistica americana fosse stata consegnata dell’apparecchiatura elettronica alimentata a energia nucleare con lo scopo di portarla in cima e lì lasciarla per spiare i cinesi. La spedizione era poi stata travolta da una valanga e aveva perso il tutto. Ecco perché proibivano di andarci.
Tillman provò a raggiungere la base del Nanda dalla valle di Milam probabilmente perché lungo la valle correva una strada di comunicazione col Tibet. Era ben costruita e garantiva l’avvicinamento al Nanda. Purtroppo da questa parte ci si arriva velocemente, ma poi il vero e proprio accesso è ostacolato da una parete verticale di ghiaccio e neve.
La mulattiera che portava al Tibet era ancora lì dopo anni e anni. Una vera e propria opera d’arte. Lastroni di roccia come pavimentazione e massicciate di sostegno a valle fatte di muri a secco di una precisione e solidità da essere ancora lì dopo una storia di vita, di commerci e chissà cos’altro.
Percorremmo questo miracolo d’operosità per più di 100 chilometri. Mi domando oggi come allora quale più stupefacente percorso di trekking o mountain bike sarebbe.
Il terzo giorno incontrammo il paese di Burphu di stile tibetano. Il che significa case e muri di cinta costruiti tutti a secco. Una pietra sopra l’altra perfettamente allineate. Stipiti delle porte e delle finestre tutte in ginepro intagliati finemente. Se l’Unesco volesse veramente trovare qualcosa che valesse l’appellativo di Patrimonio dell’Umanità Burphu è là che aspetta.
Dopo esserci aggirati tra quei muretti e case abbandonate pensai dovesse essere messo sotto una cupola di plexiglass e preservato da un disfacimento di cui si iniziavano a vedere i primi segni.
Il paese era arrivato ad avere 750 abitanti e una vita ricca per via del commercio e dei commercianti che percorrevano la valle. Erano così abbienti da poter inviare i figli a studiare presso le università di Nuova Delhi.
Quando lo visitammo noi, lo abitavano solo 35 persone. Cosa era successo?
L’India e la Cina si erano messi a fare la guerra e allora lo stato indiano aveva chiuso il passaggio lungo la valle e così facendo aveva ucciso il commercio ma soprattutto la vita della valle.
Dall’oggi al domani, per un motivo esterno e assurdo direi se solo fossi stato un abitante del posto, tutto si era fermato.
Era inimmaginabile quanto dolore, sconcerto, rabbia, domande avesse causato quell’ordine impartito. Non c’era nessuno a cui chiedere. Solo pochi pastori e contadini. Qualcuno coltivava erba cipollina entro i recinti di pietra per poi mandarla ad Almora. Inimmaginabile pensare di vivere d’erba cipollina, ma forse in paesi semplici ciò è possibile.
I giorni seguenti ma anche oggi quando penso a Burphu mi chiedo cosa succederebbe se a Livigno togliessero di botto la extra-doganalità. Si ripeterebbe ciò che vidi in Himalaya?
Gli effetti della scomparsa di una professione, di una possibilità di lavoro, senza andare in Himalaya, li avevo già visti e vissuti.
Vent’anni fa a Livigno avevamo una bellissima Scuola Sci Estiva. Gli allievi soggiornavano a Livigno e i maestri, ogni mattina, li passavano a prendere con dei pulmini e dal paese ci recavamo al Diavolezza, in Svizzera. Là c’era un piccolo ghiacciaio tutto per noi, perché i turisti engadinesi d’estate facevano altro e sciare d’estate, per loro, era non più di moda. Meglio per noi. Avevamo il ghiacciaio tutto per noi ed era proprio un bel campo scuola. C’era il ripido, il medio ripido e almeno fino a metà luglio e nel primo mattino anche del bel fuori pista su neve semeda.
Tutto perfetto per diversi anni. I clienti contenti, noi pure per la bella vita del maestro di sci e per i profitti che crescevano. Una stagione arrivammo ad avere più clienti che la Pirovano allo Stelvio.
Poi si iniziò a leggere sui giornali del riscaldamento globale. Iniziarono le discussioni se fosse vero o falso, ma su quel microscopico laboratorio che era il ghiacciaio del Diavolezza i processi fisici galoppavano e mentre si apriva la discussione tra scienziati e politici, sul ghiacciaio il tutto era già evidente e dei poveri ignoranti maestri di sci ne erano testimoni.
Poi un’estate gli svizzeri ci dissero: “Noi chiudiamo lo sci estivo. L’anno prossimo non venite più!” Nessuna guerra tra Italia e Svizzera, ma la carovana di pulmini che per anni aveva percorso la strada tra Livigno e Diavolezza s’arrestò. Vendemmo i pulmini e non pensammo neppure di tenerli e farne delle serre dove farci crescere l’erba cipollina.

IL MEGLIO È DIETRO CASA

Molto semplicemente potremmo dire che lo conosciamo meglio. perché tutto ci è più familiare o perché tutto ciò che ci è stato sotto gli occhi, un giorno, ci sorprende per bellezza e originalità.
Un eufemismo: “l’effetto ascensore”. Avete presente gli ascensori dei condomini? Son tutti più o meno brutti. Tutti hanno trasportato un cretino che ha pensato di incidere con le chiavi dell’auto un cuore infilzato da una freccia o ha fatto degli sgorbi o ha scritto parolacce.
Tutti puzzano degli odori di tutte le cucine dove hanno sostato.
Tutto questo anche a casa vostra ma se entrate nell’ascensore di altri è tutto più brutto, puzzolente e gli sgorbi sono proprio volgari. Ma il mio di Milano per quanto rovinato, vecchio, graffiato e puzzolente è diverso. È il senso d’estraneità che rende gli altri più disturbanti.
L’effetto ascensore lo provo anche sulle seggiovie e cabinovie degli altri. Le seggiovie di Livigno sono quelle di casa e dietro a casa si è ancora a casa.
Spesso ciò che ci spinge ad andare in un’altra stazione sciistica è che casa o dietro casa ci sembrano piccoli rispetto la grandiosità di altre stazioni. Siamo tutti vittime dell’attrazione legata alla grandiosità dei vari: Verbier, St Anton, Niseko, Whistler, etc.
Anch’io ci sono andato e sicuramente mi sono divertito, ho visto e colto bellezze estranee a casa ma, mi son sempre sentito un po’ come sull’ascensore degli altri. Mia mediocrità, provincialismo, pochezza? Può darsi, ma forse non tanto.

Paolo Zoller mi raccontava d’essere stato un inverno a St. Anton. Partenza da Brentonico arrivo alla stazione, lettura dei bollettini che parlavano di rischio 3. Decidono di non affrettarsi il mattino, tanto è tutto vietato al fuori pista. Vanno a cena, sono in un hotel a 5 stelle. Si siedono per mangiare e sorpresa: nouvelle cuisine! Un piattone con due porzioncine di carne. “Vabbè” si dicono. Il mattino dopo escono alle 9 era tutto già segato! Corrono su, sciano quel che è rimasto, ma i locals sono già altrove, dove solo loro sanno. Morale di Paolo: torno a Brentonico, scio nella polvere e la sera mangio come si deve in termini di qualità e quantità.
Niseko. Quando ci andai la prima volta, appena messi gli sci nella mitica polvere giapponese mi dissi che l’avevo già sciata. In Italia, in Majelletta. La fortuna era stata essere lì quando aveva appena nevicato. Ma quando posso andare a sciare quando ha appena nevicato? Quando la neve ce l’ho dietro casa.
Come voglio concludere? Come ho iniziato: “il meglio è decisamente dietro casa!”

I MIEI SCI

Intendo gli indimenticabili.

Li elenco: Dynamic VR17, The White Planet, Pocket Rocket, Stockly Dominique Perret.

I Dynamic VR17 erano gli sci di Jean Claude Killy, neri con i fianchi gialli. Erano non solo molto efficaci, ma erano anche affascinanti perché utilizzati da leggende dello sci.
Erano sci duri come flessibilità, qualità che non amo molto, ma che forse tanti anni fa non mi disturbava. Questione di energie e forza che oggi non ci sono più?

The White Planet. Uno sci speciale. Lo sci del gruppo The White Planet, il nostro sci. Scelto appositamente per noi e le nostre esigenze da Morten Aass. Anche loro non solo validi tecnicamente ma hanno un gran fascino. E’ l’unico paio dei miei preferiti che ho conservato. Ne ho tenuti un paio e non gli lascio fare la muffa. Li uso ogni inverno quando voglio andare a sciare da solo e sono in quello stato d’animo quando la performance è sciare per me, per le mie sensazioni e verificare se sono ancora realmente capace di far curve. Li ho montati con un 3 pin e li uso con scarponi di cuoio.

Pocket Rocket. L’antesignano degli sci larghi. Uno sci veramente rivoluzionario per struttura e concezione. Peccato che nessuno per anni abbia provato a sviluppare quella idea di sci strutturato nella parte centrale e quasi inesistente in punta e coda. Era leggero e ottimo in salita, flessibilissimo per le curve a telemark, largo per galleggiare ma non troppo per rompere le ginocchia. La sorpresa la riservavano in pista dove avrebbero dovuto essere ingestibili e invece tenevano e curvavano benissimo. Il paio che ebbi finì la sua carriera in Argentina dove oramai con pochissime lamine lo regalai a un giovane sciatore.

Stockly DP. Ne ho avuti due paia, ma il secondo era troppo duro per farci telemark. Sono convinto che gli sci da telemark debbano essere morbidi proprio perché non li si carica come nello sci alpino. Con i DP ho sciato in Europa e in Canada, e stanno vivendo una seconda giovinezza montati con un paio di attacchini Dynafit quando devo fare sci alpinismo o gite con clienti a tallone fisso.

Con tutti i miei sci ho parlato. In salita, in discesa, quando gli affilavo le lamine o li sciolinavo. Dato che non tendo a trattare troppo bene gli sci che uso, ho sempre cercato di equilibrare questa trasandatezza dichiarando a tutti che in fondo erano sci fortunati. Erano capitati ai piedi di un buon sciatore. Meglio vivere creando del bello ed essere un po’ maltrattati che il contrario.
Quando state scivolando lungo un piano e via via perdete velocità, se li incitate a continuare lo fanno. Non ci credete? Provate prima e poi mi direte.

E oggi qual è il mio preferito? Tristemente debbo dire che non c’è! Ho una simpatia per un paio di Kastle, ma siccome io son calvo – e loro si aspettavano di finire ai piedi di un bel giovane aitante e capellone – loro hanno il rocker.
Loro si debbono ancora abituare alla mia calvizie io al loro vizio del rocker.
Solo le prossime stagioni diranno se per reciproca mancanza di valide alternative diverremo vicendevolmente indimenticabili.

INVERSIONE TERMICA ALLO SPONDA

Ogni inizio inverno spero che nevichi presto. Per presto intendo prima che inizi la stagione sciistica. Prima che arrivino i turisti. Solo così posso sciare un po’ prima di iniziare a lavorare.
Un anno la neve arrivò proprio presto e in gran quantità. Gli impianti non erano ancora aperti e come spesso accade, dopo diversi giorni di precipitazioni, il mattino dopo il cielo era blu che più blu non si può. La temperatura durante la notte era precipitata e alle nove il termometro diceva – 19°.
Partii da casa e salii in auto alla base della seggiovia del Monte Sponda. Stretti sci The White Planet, attacchi 3 pin e scarponi di cuoio stringati.
Misurare una pista in salita con le pelli di foca è diverso che misurarla in discesa. Una salita assai lunga. E poi affondavo fino al ginocchio. Era freddo ma per inversione termica in cima si poteva stare a torso nudo.
Mi trattenni a far asciugare la maglia, a godere del silenzio, ripassando i ricordi del piccolo bar che c’era in cima allo Sponda nella stazione d’arrivo. Ora la costruzione non è altro che uno dei tanti manufatti che chissà perché non vengono demoliti e rimangono lì a deturpare la montagna. In ogni caso quel giorno il caseggiato mi faceva ricordare i tempi quando la neve era solo naturale, quando c’erano pochi sciatori ed erano sganciati uno alla volta arrivati in cima e non vomitati dalle cabinovie d’oggi giorno.
Ricordi del passato e tepore del sole mi trattennero là per più di un’ora. Rimanere o andare. Salire per scendere subito o non iniziare la discesa per stare. Il tempo passava e mi divertivo a giocare con l’incertezza e l’indecisione.
Ma la stagione era alle porte e una nevicata del genere è preziosa per la preparazione delle piste. PI-PI-PI l’odiato, schifosissimo, puzzolente battipista era arrivato. Fu lui a decidere per me. Su gli sci e via prima che rovini anche se con una sola traccia questo splendido pendio
Però di neve ce n’è tanta e perché non mi sono preso scarponi e attacchi meno difficili? Per di più è la prima discesa dell’anno e come sempre mi domando se sarò ancora capace di sciare. Ma il battipista iniziava a manovrare e puntare là dove volevo scendere. Viaaaa.
Rimbalzando da una curva all’altra, prima immerso nella neve e poi sopra la neve, inanellai una delle più belle serpentine della mia vita.
In fondo non guardai indietro per proposito, preferii fermare le sensazioni di quella giornata, più che osservare la traccia.
Dopo un quarto d’ora parcheggiai davanti a casa.

MINCHUN

Scoprì questo angolo poco distante da casa l’anno della pazzia. L’anno in cui tradii moglie, figlie, principi. Quel giorno sciisticamente fu uno dei più belli e completi della mia vita di sciatore. I moralisti posso tralasciare la lettura e passare più avanti.
D’inverno per uscire da Livigno si può usare la strada che porta a Bormio oppure il tunnel del Gallo. Quello che svoltando a destra porta a Merano. Dall’uscita del tunnel è susseguirsi di bellezze. Il Parco Nazionale Svizzero, la Val Monastero, Glorenza, le valli laterali della Valle Venosta, Senales con il castello di Messner a Juval e per finire Merano stessa che è un gioiello di cittadina.
Il primo tratto, quello attraverso il Parco Nazionale Svizzero persuade che si tratti di un “pezzo” di mondo lasciato alla natura e le pochissime case che ci si vede sono delle eccezioni. Così come una stranissima passerella che scavalca la strada appena si è scollinato il Passo del Forno. Passandoci sotto innumerevoli volte mi son sempre chiesto cosa potesse essere e date le forme, strette, cosa potesse servire.
Un’estate tentai un nuovo itinerario ciclistico: Livigno, Bormio, Stelvio, ritorno via: Umbrail, Santa Maria, Passo del Forno, tunnel e Livigno. Ci riuscii ma affrontando il Forno da Santa Maria scoppiai. E finalmente scoprii che il famoso ponticello serviva a far ombra al mio corpo vicino al coma. Riprese le forze mi guardai in torno e dedicai un po’ di tempo a leggere il cartello che invita a svoltare a monte e recarsi a sciare a Minchun. La cartina mostrava che la passerella era un tratto di pista che dalla cima permette di scendere fino a Valchava.
Nonostante la promessa di andarci a sciare ci volle ancora un bel po’ di tempo.
L’anno della pazzia avevo un camper e quel tipo di mezzo spinge a diventare nomade. Offre la possibilità d’improvvisare più facilmente. Lo carichi, ci salti dentro e vai dove vuoi. Puoi arrivare a qualsiasi ora, tanto quando e dove vuoi ti fermi, cucini e dormi.
Passai a prendere la mia giovane compagna sciatrice e seguendo la solita strada arrivai alla svolta e quella volta abbandonai la statale. Era buio e dopo 3 chilometri ci trovammo unici occupanti di un grande spiazzo contornato da pini e mughi.
Il mattino dopo, scivolati fuori dai sacchi a pelo, acceso il riscaldamento e fatto colazione, caricammo gli sci e ci dirigemmo con quattro passi agli impianti.
Tra i mughi una piccola e bassa casetta di legno svolge la funzione di bar, biglietteria e negozio di attrezzature dimenticate a casa: sciolina, guanti, occhiali.
Lì di fianco parte il primo ski lift che è già diverso da tutti gli altri. Non ha inserviente, devi prenderlo da solo. Scoprii più tardi che questa piccola stazione è tenuta aperta anche con contributi del Canton Grigioni giusto per offrire uno svago alla popolazione della Val Monastero. Di turisti ce ne sono pochi, solo quelli che l’hanno scoperta e la frequentano segretamente.
Che si sia in un ambiente famigliare, di paese ce ne accorgemmo già in cima al primo ski-lift quando ci recammo al bar. Sia questo sia il ristorante sono ricavati in una delle due costruzioni presenti appena si esce dal bosco. Lì d’estate c’è la malga che forse anni fa era formata da due caseggiati oggi uno dei due, è stato trasformato in ristoro. Dentro è tutto un salutarsi reciproco tra valligiani di paesi diversi che hanno l’occasione di incontrarsi e come si dice in montagna “cacciar due balle”.
Usciti dal bar prendemmo l’ancora che porta più in alto. La si vede finire in cima a un cocuzzolo abbastanza ripido e credevo Minschun finisse lì. Ma quando arrivammo, via la terribile e ripida ancora, allo sgancio non solo si aprì un gran bel panorama ma scoprimmo che c’erano altri due ski-lift che portano ancora più in alto. Due ski lift piuttosto lunghi.
Già dalla prima ancora si può partire per itinerari fuori pista assai lunghi. Con un po’ d’impegno e fantasia si può sciare fino a Scuol in Bassa Engadina.
In ogni caso utilizzando gli ski-lift alti sciammo in un continuo su è giù di brevi fuori pista in neve intonsa.
Incontrammo una coppia di svizzeri e parlando ci dissero di abitare a St. Moritz ma che preferivano di gran lunga la semplicità, tranquillità e non affollamento di Minshun alla più famosa St. Mortiz. Meglio un’ora di auto e quella dimensione che dieci minuti di autobus e il caos della fama. Esaltarono le qualità di Minshun e ci consigliarono di recarci in tutte le piccole stazioni dell’alta Val Venosta e anche lì avremmo gustato lo stesso stile di sci e di semplicità.
In cima all’ultimo ski lift tagliammo alti e con un breve tratto con le pelli di foca raggiungemmo un colletto. Alle sue spalle un gran bel pendio. Lo scendemmo e di nuovo grazie alle pelli risalimmo al colletto. Avvicinandoci al colle vedemmo una coppia di snowboarder seduti al colle. Quando ci incontrammo ci fecero spontaneamente i complimenti per la linea sciata, per lo stile. Un’altra espressione di zero stress e voglia di comunicare.
Il sole iniziava a scendere e ci recammo a un baretto, oserei dire di quattro metri per quattro. Il baretto ma anche le garrite di partenza e arrivo degli ski lift sono di legno. Sono piccole riproduzioni delle belle case di legno dell’Engadina o anche di Livingo. Non degli orribili container di plastica come nelle “vere” stazioni. I colmi dei tetti sono rifiniti con due assi che terminano, incrociandosi, con raffigurazioni di teste di camosci.
Uova, rostli e pane nero uno dei due menù. Prendere o lasciare. Il gusto di Minshun è sottile per ogni voce: sci, dislivello, cibo.
Lungo la pista di rientro fummo attratti da una bella linea, ma non ci potemmo andare in quanto si svolge all’interno dell’area del parco Nazionale e lì è proibito sciare. Ma anche la pista di rientro, su neve naturale, era bella e sapeva d’altri tempi per me o magari di novità per chi era più giovane.
Terminammo la giornata al pulmino con i raggi del sole che indoravano le fronde dei pini. Facemmo l’amore.

MONTE DELLA NEVE – NISEKO

La prima volta che andai nella mitica Niseko fu uno spettacolo di neve che cadeva dal cielo.

Giappone 2010

Ogni giorno, ad ogni ora. Fino a quel giorno avevo pensato che tutte le 4×4 giapponesi in giro per il mondo fossero frutto di una strategia industriale, produrre per il mondo quel tipo di autoveicoli. Macché! Producono le migliori 4×4 perché senza di quelle non potrebbero vivere a casa loro.

Giappone 2010

Il problema di un posto dove nevica tanto è che sicuramente è spessissimo brutto! Infatti quella settimana, esclusa una giornata di sole a Rusutzu, il cielo fu sempre grigio e le montagne avvolte nella nebbia.
Se alla fine delle settimana mi avessero chiesto di disegnare il profilo delle montagne di Kiseko non sarei stato in grado. Quel navigare costantemente nella nebbia lascia un po’ sconcertati. Dove sono? Dove vado, dove mi troverò? Una sensazione un po’ inquietante, specie se devi far da guida ad un gruppo di clienti.

Giappone 2010

Il secondo anno fu diverso. Dopo aver pompato nell’immaginazione di un nuovo gruppo di clienti le costanti nevicate di Niseko e l’enorme quantità di neve che cade, uscendo dal lodge Nano ed io rimanemmo a bocca aperta. Si vedevano le cime di Niseko, in un secondo ci rendemmo conto di dove avevamo sciato l’anno prima e dove saremmo andati quel giorno. Capivamo dove eravamo stati l’anno prima, dove erano i famosi Gates, riuscivamo a creare quell’associazione tra cartine dei fuori pista e la morfologia del terreno.
Noi sciatori come bussola usiamo la linea di massima pendenza. Ci indica il Nord del fondo valle.
Ma non sempre questo strumento è efficace. La vista del pendio è un elemento necessario.

Giappone 2010

Un anno in Norvegia, nella bufera, nonostante avessimo le cartine del ghiacciaio e seguissimo la massima pendenza ci trovammo trenta chilometri dalla più vicina strada invece che poco lontano da un paese. Un’altra volta mi capitò di vivere l’inefficacia della semplice massima pendenza all’Elbrus. L’Elbrus è un vulcano, un cono a cui manca l’apice. Immaginate di essere in cima e avvolti dalla nebbia. Come fate a trovare la giusta massima pendenza? Da lì ne partono un numero infinito. Ma solo una è quella che porta verso i Barrel Huts – i tipici rifugi della salita all’Elbrus perché utilizzano delle cisterne di camion. Non a caso durante la discesa una ragazza, rimasta da sola e un po’ più indietro, si perse scivolando su una diversa massima pendenza. Non è un caso che all’Elbrus tanti sciatori e alpinisti si perdono a volte con conseguenze tragiche.
Eppure questo sciare nella nebbia, nel latte fu un tipo di sci che tanti anni fa, a casa però, mi fece sciare come in un sogno.

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Con Fausto e Maddalena, due amici e maestri di sci, sciammo giornate intere dalla Cima del Monte della neve lungo pendii carichi di neve fresca e con molta altra che ancora cadeva. A Niseko si scia, tranne che per un paio di centinaia di metri di dislivello nella parte alta, costantemente nel bosco e i suoi colori creano quel contrasto che permette di vederci. Al Monte della Neve quelle volte era impossibile distinguere il cielo dal pendio. Eppure non c’era disturbo. Lasciavo che gli sci partissero e poi giù a spingerli e attendere quell’onda dal basso che li riporta in superficie e cogliendo quell’attimo da lì iniziare la nuova curva. Questa tecnica, l’unica che permetteva di sciare, la ritrovai nelle descrizioni di Dolores LaChapelle. Per questo mi è stato facile capire di ciò che parla perché prima in modo tecnicamente conscio ma concettualmente e spiritualmente inconscio lo avevo già vissuto.

Giappone 2010

Quei giorni furono forse estremamente molto rischiosi. Tantissima neve e chissà quale grado di pericolo oggi gli assegnerebbero ma si trattava di un altro aspetto di quel che definiremmo “sci d’altri tempi”. L’istinto guidava il tutto. Un istinto forse animalesco ma non siamo forse animali? E quella natura non affiora e ci cattura specie quando viviamo lo sport nella natura?

CELEBRARE

Che bello celebrare. Cosa c’è di più bello, in un mondo sempre più pasticciato e pasticcione, che sciare in neve naturale per celebrare?
Tutte le volte che ho sciato bene, in qualunque posto nuovo, ho sempre sentito la necessità di “chiudere” la giornata in un modo, per me, significativo.
Come ?
Personalmente reputo che una birra, una risata non siano appaganti ma una finta espressione di celebrazione. Perciò ritorna ancora una volta Dolores. Gravità, acqua (neve), esseri viventi e dei del luogo.
Gli elementi primordiali sento sempre debbano fondersi e così come si sono fusi nella discesa lo possano fare anche nel post azione e un bel silenzio li amalgama meglio che la verbalizzazione. Un silenzio che avvolga quella neve, quelle curve, quelle forme, quelle persone, quegli alberi, rocce, tracce d’animali. Quel silenzio prolunga le sensazioni del recentissimo passato con ciò che ora ci attornia: il piano e il vicinissimo futuro dove anche la gravità si è calmata. Non “tira” più verso valle, è quasi sopita.
Uno sguardo verso gli altri, un passo che ci avvicini e perché no un abbraccio.
Ognuno sente e interpreta diversamente, e tra chi la pensa diversamente molti diranno che potrei avere carenze affettive. Può darsi, non lo nego, ma che bella per me la sospensione dell’azione in una pausa che si estende nella libertà di un’amicizia ancor più profonda e magari anche piu fisica.
Anche alla fine di una discesa abbiamo bisogno di condivisione e la celebrazione della condivisione si esalta nell’intesa silenziosa suggellata da un abbraccio, un’occhiata, un bacio e per i più fortunati far l’amore.
Ricordo quando andai a Silverton in Colorado a conoscere Dolores. Mi accolse freddamente, mi lasciò da solo perché doveva andare a fare Tai-Chi. Ritornò e cucinò una cena spartana. Mi rimproverò perché fumavo troppo e mi ricordò che tutte le culture avevano le loro droghe – che fosse vino, cibo, fumo era una questione territoriale – ma ogni cultura le usava in occasioni importanti quali il sorgere della luna, il raccolto, una nascita, una morte. In occasioni che accomunano e meritano di essere celebrate.
Quell’incontro così freddo e formale – tutto sommato si trattava di firmare un accordo e passare dei danari dall’uno all’altro – il giorno dopo assunse un valore diverso. Ci si era conosciuti ma nel sole della nuova giornata salutandomi mi avvicinò e scambiammo un abbraccio. Mai me lo sarei aspettato, evidentemente per lei l’esserci incontrati grazie allo sciare e a un libro meritava quel tipo di celebrazione che da sempre e maggiormente da quel giorno mi sembra il modo più sincero e profondo.
Oggi invece cosa facciamo o siamo indotti a fare? Facebook e Internet ci ricordano tutti i compleanni indistintamente, offrono una vetrina scintillante e alla fine accecante a tutto quanto facciamo. L’esaltazione dell’apparire in quanto basato sull’immagine svilisce e diminuisce l’unicità di quegli avvenimenti.
Sono strano, sono combattuto , ho – come mi dice Manolo – un caratteraccio, ma non voglio convincere nessuno del mio punto di vista.
CB 2009
Non possiedo verità, ma odio la banalità e ogni bella giornata in neve fresca con amici è eccezionalità.
Concludo, onde evitare di aggiungere ai miei difetti anche la pedanteria. Non ricordo l’ultimo après-ski, ma ricordo tutti i pomeriggi in rifugio dopo una sci alpinistica. Stesi al sole, cotti dalla fatica con una bionda droga nel bicchiere o una bionda sigaretta tra le labbra e sempre troppe poche bionde al fianco.
Il bello esalta, ma il bello più profondo commuove. Non scordiamocelo.

DESTRO SINISTRO e SICURATTACK

Buongiorno, vorremmo presentarci: siamo Destro e Sinistro, due fratelli.
Certo siamo un paio di sci! Si, gli sci parlano.
In effetti non possono farlo spesso, ma in occasioni speciali – e questo libro lo è -, possiamo raccontare tutto quello che ci è capitato nella vita.
Abbiamo anima e memoria. Ma non iniziamo a considerare l’anima di legno e la memoria in quanto capacità a riprendere le forme originali. Aspetti tecnici che lasciamo ai tecnici.
Tanti anni fa fummo regalati a un ragazzino. I primi momenti furono proprio piacevoli. Stavamo sempre insieme. Il nostro giovane proprietario ci usava solo in piano. Lunghe camminate sempre uno a fianco all’altro. Dovete sapere che ci piace stare vicini. Certo, uno era un po’ più avanti poi l’altro lo raggiungeva e lo sorpassava, ma nell’attimo in cui ci si incontrava ci scambiavamo un’occhiata e ciò ci riempiva di gioia. I momenti più belli erano durante la pausa pranzo. Uno a fianco all’altro appoggiati a un muro e baciati dl sole. Lì al sole potevamo raccontarci dello spavento quando in segheria sembrò volessero dividerci. Eravamo due assi tagliate dallo stesso tronco e sarebbe stato proprio un peccato se quello sbadato del garzone addetto alla circolare, come sempre intento a guardare le gambe della ragazza addetta alla verniciatura, ci avesse separato. Dovete sapere che noi possiamo dare il massimo solo se abbiamo caratteristiche simili e due assi tagliate dallo stesso tronco e adiacenti sono l’ideale.
Fu un momentaccio. Io Destro rischiai di finire insieme a un asse così brutta che solo a pensarci rischio di creparmi. Sinistro invece rischiò di finire con le assi per costruire slitte. Che fine miserabile sarebbe stata. Fortuna volle che il padrone della fabbrica, per altro geloso degli sguardi del ragazzo, notasse l’errore e accorse a rimetterci insieme.
Tornando ai nostri primi tempi sulla neve ricordiamo il giorno quando in pausa pranzo eravamo a crogiolarci al sole. Se non che arrivò un bell’imbusto, un certo maestro di sci. Prese per mano il nostro padroncino e con l’altra agguantò noi e si incamminò in direzione di una facile discesa. Tragedia! Noi soffriamo di vertigini dato che appartenevamo a un albero cresciuto in pianura. I maestri di sci certe cose dovrebbero saperle e tenerle in considerazione!
Eravamo lassù terrorizzati, l’unica nostra forza stare vicini, quando sentimmo il bellimbusto dire: “Allontana le code più che puoi”! Ma come: l’unione fa la forza e questo ci vuole separare? Per fortuna le punte erano ancora vicine e così potevamo rincuorarci. Diciamo anche che erano più le volte che il nostro padroncino ci lasciava avvicinare rispetto a quelle che ascoltando il maestro avremmo dovuto rimanere lontane.
Fu un gran brutto periodo della nostra vita. Sempre e solo a vederci di sfuggita. Un mucchio di tagli e ferite dato che ci incrociavamo spessissimo.
Per poterci vedere un po’ più spesso avevamo sviluppato una tecnica. Se ci incrociavamo con decisione lui era costretto a cadere e per rialzarsi ci doveva affiancare e così noi potevamo raccontarci tutte le bellissime cose che avevamo visto durante la discesa. Sì, perché non avevamo più le vertigini e iniziavamo a divertirci quando scivolavamo a una velocità che giorni prima ci sembrava folle.
Col tempo le cose migliorarono. Avevamo sentito il bellimbusto menzionare lo Stem Christiania. Questo benedetto Stem ci permetteva di trascorrere più tempo affiancati. Tanto per aiutarvi a capire, perché neppure voi saprete cos’è sto benedetto Stem, sappiate che in curva durante la prima metà eravamo lontani, ma finalmente durante la seconda eravamo belli affiancati. E dobbiamo dire che dopo un po’ il nostro padroncino ci conferiva un aspetto elegante tendendoci più vicini possibile. Sempre più sciatori dicevano: “Guarda che piccolo è ma come tiene bene uniti gli sci”! Sia chiaro che il merito era nostro o meglio, merito dello spavento iniziale.
Anche i rapporti con il bellimbusto erano migliorati. Con la primavera ci strofinava la pancia con una certa sciolina. Ci veniva la pelle d’oca. Quando poi usava la sciolina Silver diventavamo tutti d’argento e ci tornavano alla memoria quei bei pini argentati che crescevano al nostro fianco prima di finire in segheria. Avevamo sempre invidiato le chiome argentate di quei bei pini e ora belli solleticati e argentati ci mettevamo a sognare. Sognare però non è la cosa migliore da fare scivolando lungo un pendio e così causavamo delle rovinose cadute. Il poveretto, su di sopra, quando ci abbandonavamo ai nostri sogni non riusciva più a tenerci. Inciampavamo, accavallavamo le punte e il tutto terminava in un capitombolo spettacolare. Poi come oramai sapete stavamo un po’ più insieme, ma quelle cadute ci lasciavano graffi e ferite e la nostra bella vernice diventava sempre meno brillante.
Un giorno poi ci fu un incidente. Dovete sapere che sin dai primi giorni fummo costretti a convivere con una serie di aggeggi metallici che ci furono avvitati sul dorso. Ora lasciamo giudicare a voi se una così bella colorazione rosso vivo, con tanto di filetti blu e bianchi lungo i fianchi, potesse essere violentata da tanto ferro e viti. Uno scandalo. Per di più questi ferri – si facevano chiamare attacchi – non ci vedevano di buon occhio, ma neppure sembravano andare d’accordo col nostro amico sciatore. Già era capitato che avessero stortato caviglie e ginocchia del povero ragazzo. Ma fino a quel giorno non era mai successo nulla di grave, e poi …
Quel giorno la neve era particolarmente pesante e lenta. Il bell’imbusto ci aveva strofinato sciolina in quantità doppia e così ci mettemmo a scivolare al doppio della velocità persi nei nostri sogni. Il problema era che anche il nostro ragazzino sognava. Invece che pensare a curvare e allo stile pensava ai regali che aveva ricevuto a Natale. E gli Attacchi pensarono pure loro di farsi un bel regalo di Natale. Una bella vacanza “non sciistica”. Gli attacchi decisero di farlo cadere. Ricordatevi che andavamo a velocità doppia. Ci obbligarono a impuntarci nella neve e rischiammo di romperci con logica fine nel caminetto di casa. Si sentì un crac. Non proveniva da noi, speravamo venisse dagli Attacchi, ma la verità era che si era rotta Tibia, un’inquilina del piano di sopra che fino ad allora non sapevamo neppure esistesse.
La morale fu che gli Attacchi riposarono per un mese in cantina al buio e noi con loro. Unica soddisfazione fu che arrugginirono e noi a seccare per mancanza della benamata neve.
Quando sembrava che tutto fosse finito per noi, il padre del ragazzo ci prese e portò via. Terrore, cosa ci capiterà? Avrà capito che non c’entriamo nulla con l’incidente? Ci ritrovammo tremolanti in un laboratorio. Sul bancone un mucchio di attrezzi. “Qui finisce male” disse Sinistro. Gli consigliai di guardare verso lo scaffale delle scioline. Il nostro destino si svelò quando depositarono sul bancone una scatola con scritto Sicurattack. Erano i fratelli maggiori degli odiati Attacchi. Ciò che ci faceva sperare erano le prime lettere sulla scatola “Sicur…”
Fu la prima tortura moltiplicata per due. Cacciaviti, viti più lunghe, trapani, colle. Ma già alla fine dell’inverno eravamo di nuovo sulla neve. Anche il bellimbusto era più gentile nonostante non ci strofinasse più di sciolina.
Fummo introdotti al Parallelo. Fu il nostro periodo d’oro. Tanto, tanto tempo sempre insieme. Non dovevamo più aspettare la fine della giornata o la pausa pranzo. Era un continuo accarezzarci non di meno la vertigine iniziava a piacerci sempre più. Piste sempre più ripide e … una giusta velocità. Fu il periodo più esaltante della nostra vita.
C’era un lato negativo però. I più sicuri Sicurattack avevano bloccato i talloni del nostro sciatore in modo totale. Prima un po’ il tallone si alzava e tutto era più dolce. Ora riusciva a mettere così tanta pressione su di noi che erano dolori. Quante volte rischiammo di spezzarci.
Ci trovavamo sempre più spesso in strane situazioni. Sempre più spesso ci incrociavamo con altri paia di sci. Per fortuna questo capitava da fermi. L’altro paio di sci era sempre lo stesso. La voce che proveniva dall’alto era chiaramente di donna. Non capimmo mai cosa succedesse veramente se non che spesso tutti e due gli sciatori cadevano e da lì seguiva un certo trambusto.
Fu l’epoca precedente alle immersioni.
Eh sì carissimi come altro volete chiamare lo sci fuori pista? Quello in neve profonda e fresca. La maggior parte del tempo la si trascorreva sotto il livello della neve e vi possiamo dire che le prime volte ci sentivamo soffocare, annegare. “Che bello, che bello” era quanto sentivamo dire di sopra, ma sotto era un gran problema tenere il fiato cercando di non annegare. L’unico modo era respirare solo dal naso – le punte degli sci. perché in effetti solo le punte rimanevano quasi sempre sopra la superficie della neve. Prima che riuscissimo a trovare un compromesso con il nostro sciatore, quello delle punte tenute fuori, l’unico modo per sopravvivere era fargli fare delle grandi cadute. A quel punto era lui che finiva sotto e noi per aria e lassù cercavamo di fare il pieno d’ossigeno.
Finalmente arrivammo a trovare una soluzione efficace per noi e per la sua sciata. Ci spingeva ancora più sotto a fine curva, ma poi aspettava risalissimo con armonia in superficie. Quel momento era ideale per noi per respirare e guardarci in giro e per lui per impostare una nuova curva. Era un su e giù da cui tutti ne beneficiavamo. Immaginate dei delfini che si immergono e poi armoniosamente uscono dall’acqua per sorprenderci con qui guizzi. Bellissimo.
Certo è che come voi in Mar Rosso sott’acqua vedete delle bellezze inaspettate così era anche per noi. Sassi e massi apparivano all’improvviso, chiudevamo gli occhi e non rimaneva che sperare di non sbatterci contro. Buche e dossi e qualche volta infilammo dei nidi di topi.
Furono anni di grandi avventure, grandi sciate e grandi ferite. Sì perché spesso si finiva su sassi, prati e anche sulle strade. Sull’asfalto sembrava d’essere a Natale quando si accendono quei bastoncini che fanno le scintille. Anche noi con le lamine facevamo bellissime scintille.

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In un certo senso sembrava che quel disgraziato del nostro sciatore ci volesse sempre meno bene e ci maltrattasse.
Portavamo pazienza, ma non sapevamo che da lì alla stagione successiva il ragazzino ci avrebbe tradito per un paio di sci di plastica! Orrore!
Seguirono anni che voi umani definireste bui. Infatti ci ficcarono e dimenticarono in una cantina. I topi a cui da giovani avevamo fatto tanti scherzi ora giocavano tra le nostre code e cercavano pure di rosicchiarcele.
A Natale speravamo di essere risfoderati e invece per inaugurare il nuovo caminetto sentimmo dire che forse avremmo potuto essere come legna da ardere! Ci salvò il buon cuore del nostro giovane sciatore che si oppose dicendo che eravamo stati i suoi primi sci e voleva tenerli come ricordo. Una Giovanna d’Arco in meno e due anime di legno salvate.
Sicurattack pesavano sul nostro groppone sempre più rugginosi e impolverati, ma nonostante tutto ripercorrevamo con le parole i bei tempi delle nostre sciate. Alla fine ci trovavamo sempre a parlare di quando eravamo alberi, forti e alti con una bella chioma verde.
Dividevamo la cantina con altri sci in disuso. Meno belli di noi. I nuovi arrivati erano sempre più sgargianti nei colori, ma noi rimanevamo i più eleganti. Già di nostro eravamo più alti e snelli, ma in più avevamo quelle righe bianche e blu su sfondo rosso che ci rendevano ineguagliabili.
Comparvero anche gli sci più tristi del mondo: Monosci e Snowboard. Sci che non avevano mai potuto vivere la gioia di condividere con i loro fratelli le bellezze della montagna, della neve, delle immersioni.
In autunno aprivano la porta della cantina e speravamo tanto in una gita all’aperto che avrebbe fatto bene al nostro colorito e invece vedevamo entrare un nuovo paio di sci destinato a condividere la nostra sorte. Che ci portassero di nuovo a sciare non sapevamo più se fosse una buona idea. Dagli altri avevamo sentito storie di piste durissime, affollatissime, pestoni in coda agli impianti ma in fondo una sciatina ci sarebbe proprio piaciuta.
Il benedetto giorno sembrò arrivare, ma in effetti il tutto si limitò a essere portati dalla cantina alla soffitta. Era un po’ meglio. Durante le giornate più terse riuscivamo a vedere la Grigna, ma ai primi freddi e la prima neve, di sciare nulla. Per non parlare di tutti quegli uccelli che facevano il nido in solaio e le scagazzate non si contarono più.
Rimanemmo lì per diversi anni. Il giovane era diventato adulto in altezza, ma non per quanto riguarda lo spirito. Ogni volta che saliva in soffitta lo credevamo più alto, più uomo ma lo sguardo era sempre lo stesso. Sognatore, ispiratore di storie e avventure.
Aveva accumulato sci da pista, sci da sci alpinismo e quei figli unici che sono gli snowboard ma un giorno ci venne a prendere e ci portò all’aperto.
Era inverno e fummo sconvolti dalla bellezza della montagna che non era cambiata e sembrava essere rimasta lì ad aspettarci. Fummo altrettanto sconvolti nel tragitto da casa al negozio dove intendeva portarci nel vedere dal tetto della macchina tutto quanto vedemmo. Automobili ovunque, le strade non erano più percorse da sciatori a piedi o trainati da auto ma erano sporche di fango, di polvere e poi sulle piste degli stranissimi ululanti cannoni per fare la neve! Le cose dovevano essere cambiate per il peggio …
Ci tolsero gli ormai inutilizzabile Attacchi e fu un sollievo toglierceli di dosso e ci avvitarono due leggeri attacchi che sentimmo chiamarsi Rottefella. Trappole per topi dicevano. Ottimo non scieremo più, ma ci rifaremo con quei topi che per anni avevamo schivato e che poi avevamo sopportato in cantina e soffitta.
In effetti non fu così. Le trappole per topi si rivelarono essere dei nuovi “vecchi” attacchi per sciare a telemark. Era un po’ come tornare indietro nel tempo. Sciavamo curvando con le stesse movenze dei primi passi sulla neve. Sì perché il telemark si fa come camminando. Ci vendicammo un po’ per il lungo tempo trascorso in cantina facendolo cadere moltissime volte, ma ci stancammo perché invece che sentirlo arrabbiarsi sembrava divertirsi. Anzi rideva, sembrava essere tornato un principiante, lui e noi.
Tutto ritornava a essere soffice, morbido. Non più i tempi di quelle pressioni folli e velocità esagerate e poi quando lo facevamo cadere le trappole per topi gli salvavano le gambe e a noi giungevano meno torsioni, pressioni.
Fu una seconda giovinezza, ma la storia insegna e ci aspettavamo da un momento all’altro di far ritorno in cantina.
In effetti vedemmo nuovi sci con trappole per topi e poi ancora altri con strane trappole per topi con dei lacci, ma bene o mane ritornava sempre a noi e così un po’ di sciate ce le facevamo sempre.
Oggi siamo veramente vecchi e stra-usati, ma abbiamo capito che siamo in un bel posto. Siamo nel suo cuore e possiamo dire con orgoglio di essere i suoi sci preferiti. Sarà che oramai quel giovane di tanti anni fa è diventato vecchio e sembra essere cresciuto il suo senso di rispetto per gli altri o per certi valori, e così due o tre volte all’anno ci fa sciare. Sono giornate particolari. Sono, lo sentiamo dire più a noi e a sé stesso che agli altri, le sue giornate. Quando vuole sciare solo per sé stesso. Infatti ci prende il giorno prima e ci porta in casa. Ci guarda, ci mette in un angolo, quello vicino ai libri e alla musica. Il giorno dopo ci trova sulle piste le abbandona subito per un po’ di “immersioni” in neve profonda. È bellissimo. Silenzio, noi e lui soli e tante belle soffici curve per una giornata intera.
Ci manca un po’ la pausa pranzo. Non si ferma mai e così arriviamo a sera stanchi ma soddisfatti di noi e di lui, e d’aver dei nuovi amici: le Trappole per Topi.

IL COACH NORVEGESE È UBRIACO

Toffa è stato allenatore dei più grandi campioni dello sci alpino norvegesi. Christian Jagge, Amod, Kius e tanti altri.
È un tipico norvegese.
Alto, forte, fatto per vivere nella natura e viverci dentro. I norvegesi sono Il popolo della Neve. Non fanno sport nella neve o sulla neve, si muovono dentro e sopra per necessità e abitudine in un modo tutto loro e diverso. Direi che vivono nella neve in modo non sportivo e quando capita di sciare con loro ti accorgi che il nostro modo di sciare è una forzatura.
Pochi esempi. Sul ghiacciaio Jostedalsbreen sgambettano a coppie chiacchierando come noi faremmo al bar, noi stiamo facendo sci alpinismo. Sempre su quel ghiacciaio una norvegese ci rimprovera per le nostre curve sui fianchi della valle che scende al fiordo, accusandoci di essere pericolosi. Per andare a prendere l’acqua che cola da delle rocce lascio la tenda e a piedi affondo nella neve. Loro ci vanno con gli sci. Io li avevo abbandonati perché la performance sportiva era finita arrivando al campo dove avevamo rizzato le tende, per loro la performance non era mai iniziata e quindi, visto che si trattava di andare in montagna con la neve bisognava mettere gli sci e usarli sempre.
Toffa quel giorno mi aveva sorpreso durante una discesa fuori pista ficcandosi in una valletta dove il torrente era ghiacciato. Il gioco era sciarci dentro. Se c’era la neve far curve e se c’era ghiaccio puro … improvvisare. O curve qui e là per aggirare il ghiaccio o saltare sopra le colate più ripide. Insomma un nuovo gioco.
La giornata era terminata in modo classico a bere mille birre. Stavamo consumando l’ennesima, eravamo sicuramente vicini all’ubriacatura e si finì col parlare o cercar di parlare di sci, della sua esperienza di allenatore. Probabilmente gli chiesi cosa potesse suggerire un allenatore a quei tanti campioni.
Mi disse che mentre lui piazzava i pali per l’allenamento di slalom ogni atleta doveva allenare 25 tipi diversi di curve. Neppure il mattino dopo da sobrio riuscivo a definire quei 25 diversi tipi di curva. Spazzaneve, spazzaneve con lo sci interno alzato, stem christiania tendendo lo spazzaneve fino a metà e una seconda versione riunendo prima o dopo, parallelo con lo sci interno sollevato, con l’esterno sollevato e altre tre o quattro forme. Ma già in questa enumerazione non siamo neppure arrivati alla metà di 25!
In seggiovia ripresi con Toffa l’argomento chiedendogli di enumerarmi le misteriose 25 curve. Sbalordito e preoccupato mi chiese la conferma di aver confessato quel tipo di riscaldamento allenante. Gli dissi che mi aveva raccontato che prima di provare lo slalom dovevano eseguire un lavoro neuro muscolare di quel tipo e gli dissi che avevo intuito l’importanza di tutto ciò.
Fu molto norvegese e sbrigativo. “Fa conto non ti abbia mai raccontato e confessato la storia delle 25 curve” e sciò via appena potè.
Tutto questo capitava prima del 2000, oggi leggiamo che i campioni austriaci e italiani fanno spazzaneve durante l’estate. Ma è il 2015 e le altre 24 forme di curva? Magari son diventate 35 e Toffa non me le dirà mai.

UNA VALANGA DI SENSAZIONI

Il pendio si frattura e la coltre di neve si sfarina. Ci sciavi sopra e dentro e all’improvviso tutto cambia.
Forse è come passare dall’acqua di un onda nella schiuma della stessa. Là dove c’era una spinta dal basso verso l’alto quella scompare e ci affondi di più.
Scivolavi a una tua certa velocità e ti trovi a muoverti a una nuova velocità. La sensazione è d’aver rallentato. Quasi che ti sia fermato, e da quel momento non sei più tu che vai ma sei portato via da una forza esterna, estranea.
Forse è come camminare veloci e finire su una scala mobile che va piano. Tutto cambia e devi essere veloce ad adattarti se vuoi essere in controllo.
Se vi interessa l’altra faccia del problema chiedete a un fisico, un ingegnere.
Se vi interessa.
A me non interessa neppure oggi.
Non hai più supporto da nessuna parte. Né sotto, né di fianco e cadi. Cadi dentro questa massa e non vedi più il blu del cielo. Dal sole, dal bianco della neve, dal vento provocato dalla velocità sprofondi nel grigiore di una nebbia assai più densa. La faccia è contornata da quella neve che un attimo prima era motivo di piacere, ti faceva produrre endorfina, ora quella neve la senti sul viso. Fredda, umida, irrespirabile e inizi a produrre adrenalina.
O forse è la paura che la fa produrre?
Volete chiedere? Potete rivolgervi a fisici, psicologi, medici e avrete le risposte tecniche.
Vi interessa?
A me no. Neppure oggi.
Il cervello, sempre abbiate la freddezza, corre agli insegnamenti, alle nozioni sentite, apprese e memorizzate.
O si è catturati solo dall’istinto di conservazione?
Una mano davanti alla bocca per tener via quanta più neve possiate e evitare di respirarla. Questa freddezza analitica vi aiuta, ma vi fa pensare al prossimo futuro. La testa che batte su un sasso sommerso, la massa della neve che vi colpisce e ciò vi allontana dall’iniziare a pensare che tra poco inizierà il soffocamento?
Sono pensieri, ma si tramutano subito in uno sconosciuto futuro.
Non sono mai soffocato. Non mi sono mai spezzato l’osso del collo.
Il panico inizia a prenderti. Ancor più adrenalina.
Potete sempre chiedere agli psicologi cosa sta avvenendo o anche a dei medici. Come il fisico e la mente reagisce.
Se vi interessa potete farlo, ma a me non interessa. Neppure oggi.
Non c’è tempo per piangersi addosso anche se qua e là lo fai.
“Che idiozia dire che avrei accettato la morte nella montagna come naturale” “Stronzate”.
Vuoi vivere o forse è il caso di dire sopravvivere.
Non c’è tempo per lamentarsi. Le botte, i dolori che senti – tutte sensazioni – ti richiamano all’impellenza del momento. “Cerca di fare qualcosa”. Provi a nuotare con tutte e due le mani, ma la sensazione – oh quante terribili sensazioni in quei momenti! – della neve intorno alla bocca o che inia a entrare in bocca spinge ad altre soluzioni. Una fuori che nuota, una davanti alla bocca.
Il ginocchio fa male, lo farà ancora più dolorosamente più tardi ma adesso non hai tempo per percepire la qualità di dolore.
Ce ne sono altri. Sberle, schiaffi, storte, compressioni, avvitamenti, cazzotti. E’ subire la lezione della vita o una delle tante?. C’è un’entità che grida e rimprovera e ricorda la stupidità che ti ha portato in quella situazione e la stessa entità ti picchia e lo fa con una violenza inaspettata. Le botte arrivano da tutte le parti, se non arrivano per un secondo ti ritrovi a pensare a quando inizierai a soffocare. Gridi che non vuoi finire così, ma come provi a gridare è un altro schiaffo che arriva e devi concentrarti a difenderti.
Cosa sta succedendo lo potete chiedere a un ingegnere che progetta lavatrici, saprà spiegarvi il concetto grazie a cui si vuole arrivare a far sbattere tra loro i panni e così si laveranno.
Se vi interessa. A me non interessa, neppure oggi.
Poi tutto rallenta. Forse questa tortura fisica finisce o sta per terminare. Il tempo si dilata o perde la sua dimensione. Da un lato la fisica rallenta, ma il tempo/mente accelera. “Cazzo adesso stiamo per entrare nella fase in cui io mi fermo e la neve che arriva da dietro mi coprirà”.
Quanto?
E quanto sarò sotto?
Mi troveranno?
E cosa si sente quando inizierà a mancare l’ossigeno?
Potete chiederlo sempre a fisici, ingegneri, medici, ma se poteste vi suggerirei di chiedere a chi è soffocato. Chi è soffocato vi parlerebbe di sensazioni e dei pensieri che gli corsero nella testa.
Da quali labbra pendereste?
Quella dei tecnici o di chi visse la situazione?
Il grigio entro il quale avete vissuto quei momenti – secondi, minuti non lo so – diventa giallastro. Un po’ dei raggi del sole permettono un cambio di colorazione alla massa nevosa che vi sta sopra. Ma la situazione, cromaticamente parlando, non è rosea. Siete sotto la neve. Per fortuna, solo fortuna, senti che una mano è fuori dalla neve. Senti che è libera nell’aria. Inizi a vedere una possibilità. La muovi per sincerarti sia libera e poi la utilizzi subito per scacciare la neve davanti al viso, davanti alla bocca. Rivedi il cielo, immagini di avercela fatta. Immagini perché il primo tentativo di respiro va a vuoto. La bocca è piena di neve! È ancora un aspettarsi una sensazione e trovarne un’altra.
Come è sta storia?
C’è l’aria e io non riesco a respirarla?! Certo la bocca è piena di neve, bagnata, pesante, compatta. Ma come è possibile non averlo percepito. Le sensazioni sono tutte da un’altra parte. Era un’idea di essere salvi e l’intensità di tutto quanto vissuto ha anestetizzato le altre capacità percettive. La bocca è intasata, ma chi lo sente? Ohhh ve lo può sempre spiegare uno psicologo cosa è successo e cosa sta succedendo. Vi interessa? Chiedeteglielo.
Sputi una volta e ti aspetti di respirare, ma non ce la fai. È così tanta che ha riempito tutta la cavità della bocca. È come se vi avessero stuccato la bocca. Credevate di poter respirare, chiamarvi salvi e sembra proprio siate ancora lontani da tutto ciò.
Sputate tre, quattro volte e finalmente la priorità è risolta. Ancora un po’ di scavo con la mano libera, sì perché l’altra è imprigionata sotto la neve trattenuta dal lacciolo della racchetta, uno sforzo bestiale per liberare il busto e ti ritrovi seduto. Malamente, dolorante, ghiacciato dalla neve che è entrata e arrivata ovunque. E lì c’è il momento peggiore. Dove per usare un’espressione proprio fuori luogo: ti sembra di morire! Guardi il pendio e vedi che è stata enorme e vorresti morire perché non vedi tutti i compagni di gita. Vorresti morire perché sai e solo tu sai in quale merda sono.
E lo sai perché ci sei uscito da poco e se sei onesto ti accorgi che di quella merda ne hai presi pochi schizzi.
Loro, quelli che non vedi e presumi possano essere sepolti, loro si che sono in merda.
Sono sensazioni e sono una dopo l’altra, senza sosta, senza pausa. Il peso che senti non è più quello della neve su di te è il peso del pensiero di come si sentiranno, cosa gli starà succedendo. Non vi importa sapere cosa fisicamente, anatomicamente sta accadendo, siete sconvolti dal pensiero di cosa loro sentiranno là sotto.
Son tutte sensazioni, emozioni.
Chi non è stato preso dentro sta scappando. Urli di fermarsi di cercare e il richiamo, la forza del tono della voce forse, li arresta. Son loro a prendere uno schiaffo che li distoglie dall’emozione che li spingeva a scappare e con la guancia che brucia si fermano e iniziano a comportarsi come … i tecnici dicono doversi fare. Vi interessa sapere cosa si deve fare? Chiedetelo ai tecnici, vale sicuramente farlo, vale esercitarsi per evitare che qualcuno si trovi vicino alla morte. Cos’è la morte? Potete chiederlo sempre ai tecnici, le sensazioni non ve le potrà raccontare nessuno.
I tecnici non le conoscono, i morti non hanno voce.
Uno alla volta sbucano dalla neve e tutti sono salvi. Deve esserci un crollo emotivo, ma ciò che percepisci è un misto fortissimo di dolori, paure, effetti secondari dell’adrenalina e la logica che inizia a riprendersi il posto. Cosa fare? Lì per lì pensi al contingente, ma varrebbe la pena sapere come fare per proteggersi dalla nuova valanga che sta per arrivare.
La prossima, e arriva sempre, è la valanga dei benpensanti, dei tecnici, dei soloni, dei giudici.
Arriva l’elicottero. A posteriori reputo sia stato buffo come arrivò. Sbagliò la manovra due volte. Prima mancò l’atterraggio e la neve sollevata raggelò tutti. Poi, scaricato il medico – il tecnico e da lì avrebbe dimostrato tutta la sua tecnicità con me – l’elicottero sbaglia ancora manovra e le pale risollevano una quantità di neve tale da far bestemmiare anche il medico. “Cosa cazzo fa con sto cazzo di elicottero!”
Non lo sapevo, ma stava arrivando la seconda valanga. “E stare a casa oggi con queste condizioni di neve?” mi dice il medico.
“Adesso mi metta a posto questo ginocchio che fa male, poi mi evacui all’ospedale e poi potrà farmi tutte le paternali che vuole”!
Capisce che ha cagato fuori dal cesso proprio come io in cima a quel pendio e lo sguardo che gli lancio ci fa andare d’accordo. Io un pollo e lui lo stesso.
La seconda valanga terminò un anno dopo. Dopo inchieste dell’autorità giudiziaria, dopo organizzazioni varie a fomentare la caccia all’untore, dove tutti sentono di dover ergersi a giudici, medici, fisici, ingegneri, esperti in valanghe.
Non sono chiaramente l’unico a essere stato travolto da una valanga che mi ha portato giù per 700 metri di dislivello probabilmente per un chilometro e mezzo ed essere sopravvissuto ma sono uno di quelli che ha vissuto le sensazioni che se non ti sei trovato lì non conosci e non sai neppure spiegare. Quando sei dentro non sono i dati tecnici che ti interessano, ma sono le sensazioni che hai vissuto.
Chi sta fuori studia, analizza e pontifica solo e solamente sui dati tecnici a cominciare da chi vi interrogherà in questura come foste i peggiori delinquenti.

Non ho mai avuto incubi nel sonno relativi alla mia esperienza – a proposito le esperienze dovrebbero interessare chi condivide quei mondi, ma sembra interessino solo ai tecnici della giurisprudenza e ad altre sottospeci – e questa volta sono io a dire che mi piacerebbe chiedere il perché a uno psicologo. Il sollievo è che lo psicologo, quel tipo di tecnico, parlerebbe di sensazioni, passate esperienze e non di numeri, gradienti, temperature e così via.

Non ho mai sentito nessuno accusare un malato di cancro ai polmoni che: “insomma non si fuma, non si deve fumare e se fumi e ti viene il cancro ben ti sta”! La veemenza degli attacchi e accuse che ho vissuto, in quanto malato di valanga, mi porta a dire che chi le esplicita è solo per ingrossare il suo proprio – vuoto – ego. “Io so tutto e quindi non sarei finito lì”. E il suo tutto è un tutto tecnico e non di sensazioni e quindi non ha la mia attenzione. Stima sì – se è un buon tecnico – ma se scorda di comprendere nell’analisi, le sensazioni, per me rimane solo un tecnico parziale. Assolutamente non nella posizione di erigersi a giudice. Solo il giudice infierirà – giustamente e a posteriori – sul lato legale e così facendo non saprà che sta accanendosi con una persona che è stata vicina alla morte.

A rafforzare la mia conoscenza di quanto avviene in una valanga e la mia non considerazione di certe sentenze e valutazioni altrui c’è una semplice frase sentita quest’estate in barca.
Scambiando racconti di belle esperienze ed errori, io in montagna e lui in barca, un giovane skipper mi disse: “Sai come diciamo noi in Romagna ? Il giorno del patacca arriva per tutti!”

UN FOGLIO BIANCO

La pista da sci, per chi inizia a sciare, può essere sconcertante. È una distesa bianca e scivolosa, e l’idea di curva non è supportata da una traccia, quella della strada per esempio, a precederci. Non a caso ai principianti e specie ai bambini si propone di fare curve intorno ai birilli o ai bastoncini. In un certo senso se ci fosse disegnato un nastro nero a mostrare la via sarebbe più facile per tutti, allievi e maestri. Siamo abituati ad avere una traccia, un segno da seguire e sulla pista mancano i riferimenti, così si trascorre molto tempo ad abituarsi al fatto che una curva a quella velocità e su quel pendio avrà bisogno dello spazio che un esperto “vede” e che un principiante o medio sciatore non sa vedere.
Per assurdo in neve fresca la linea è più evidente. Sì, perché in neve fresca, la neve in cui affondiamo la sentiamo sui fianchi degli sci, sugli scarponi,sulle gambe. Lì siamo obbligati ad aprirci un solco e le forze di ognuno permettono di aprire solo “quel” solco che è sintesi tra noi e la montagna.
Quando guardo un pendio, prima di scenderlo, già vedo la curva. È la curva desiderata e indicata dalla montagna. È la curva della montagna e quella che lei chiede, vuole e offre per farci stare bene.
Ancora una volta Dolores ci ricorda del filosofo Heidegger quando teneva le lezioni camminando con i suoi allievi in neve fresca nella Foresta Nera. Era la metafora di aprirsi la propria via nella vita, col pensiero e nel pensiero.
Tutti i miei allievi preferiscono seguirmi. Gli indico la via, la curva e scelgo quella più dolce. Appena da soli si trovano ad affrontare le curve con un bagaglio tecnico, ma con poca esperienza a distinguere la via.
Son convinto sia più facile sciare fuori pista che in pista anche per questa mancanza di riferimenti nel secondo caso.
Ho sciato o cercato di farlo quanto più potevo in neve fresca. Lì mi è tutto chiaro. L’ironia è che quel sciare fuori pista mi ha portato in un luogo, della vita, dove non so più dove mi trovo e come proseguire.

UN PUZZLE

Mi piace quando mi imbatto in un bel pensiero, una bella frase, riportarle in un quaderno e ogni tanto riandarci per leggere ciò che per me rappresenta saggezza e originalità di pensiero. Ve ne propongo un po’ della mia raccolta e poi se volete potete metterle insieme come volete, gettare il tutto nel dimenticatoio o iniziare a raccogliere le vostre scoperte in un vostro quaderno.

R. Messner
La montagna non è benigna o maligna. E’ indifferente

Anonimo
La cosa più inutile e preziosa che abbiamo è la vita. Altrettanto potremmo dire dello sci e di tante altre attività e passioni che l’essere umano ha. Non sprechiamo la loro preziosità

Cherry Garrard
… e tutti i più morbidi colori che Iddio ha fatto sono nella neve

W. C. Williams
Seduce la discesa come già l’ascesa. Non vi è sconfitta che sia fatta solo di sconfitta giacchè il mondo da lei aperto è sempre terra prima

N. Cusano
Giacchè il nostro intelletto possiede in sè la virtù del fuoco, per null’altra ragione Dio lo ha mandato sulla terra se non affinchè arda e accresca la sua fiamma

E. Joung
Non sono le chiese che dobbiamo adorare ma l’invisibile che vi dimora

Filo: amore della bellezza
Agapè: amore fraterno, disinteressato
Eros: amore fisico

R. Messner
Persone senza passione non saranno mai in grado di capire la disponibilità all’autodistruzione

W. Tillman
Quando in un’impresa ognuno ha portato il suo peso ad ognuno va riconosciuto il suo merito; ma benchè sia naturale che ogni uomo abbia le sue aspirazioni è in particolare nell’alpinismo che noi cerchiamo di credere che: “Il gioco sia più importante che i giocatori così come la nave lo è maggiormente che l’equipaggio”

Anonimo
Il telemark vorrebbe essere la proposta più semplice per scivolare sulla neve. L’arte di far sciare il corpo con il minimo di attrezzatura possibile e non il modo migliore di far sciare gli sci

Y. Chouinard
Non puoi chiamarla avventura finché non si presenta l’imprevisto.

BATTERE LA FALCE, SPALARE LA NEVE, CUCIRE UNA VELA

C’è un concetto che mi interessa da anni e mi piacerebbe approfondire con esperti in materia, filosofi, fisici: il concetto di tempo.
Credo ci sia un tempo cronologico identico per tutti. In questo momento sono le 14,25 e lo è per tutti, almeno in Italia. Ma tra le singole persone c’è un tempo diverso. Il tempo personale.
Ho provato a ricorrere a Wikipedia e ho tratto solo delle indicazioni su titoli di testi e trattati. Ho provato ad affrontarne uno ma ho gettato la spugna dopo venti pagine. A interrogarmi ancora di più e altrettanto confondermi un recente articolo di un fisico che spiega – mi scusi ma non ho capito molto – che secondo la fisica quantistica il fattore tempo è inesistente. Il tempo non esiste. Mi ritrovo sempre più curioso e perso nella materia del mio curiosare.
Quel che so è che due prodotti del concetto tempo mi sono odiosi: l’orologio e la velocità.
L’orologio credo sia stata una delle invenzioni più utili all’uomo, ma anche più terribili. Forse ha segnato l’inizio della fine dell’uomo in grado di sentire e guardare il sole e la natura per dar luogo alla nascita dell’uomo che solo guarda il quadrante o il video di un PC. Oggi tutto è misurato con l’orologio. Nei telefonini l’orario c’è sempre e sempre gli diamo un’occhiata.
Odio l’orologio perché è uno strumento di cui posso e so fare a meno durante 7 mesi dell’estate e di cui invece sono schiavo mesi dell’inverno. I mesi della mia professione di maestro di sci. Insegno a ore. Che schifo. Si insegna per passione e si vendono ore di lezioni. Ogni risalita devo guardare l’orologio per capire quanto manca alla fine di questa per potermi spostare dall’altro cliente. Cliente è un prodotto dell’orologio. Per me è un allievo, ma a cliente lo riduce l’orologio.
La velocità la si misura con l’orologio che segna il tempo. La velocità è la volgarità dell’epoca che vivo. La velocità può essere nobile se abilità, ma oggi è volgarità.
Il più bravo sciatore è chi va più veloce? No quello viene stabilito dall’orologio e se si ha bisogno di questo strumento si è parte di quel mondo che mette la competizione al centro di tutto e quindi ha bisogno di misurare. Ma il vero misurare è altro, credo.
Velocità oggi è produttività.
Per anni ho vissuto in una tea sommersa dalla neve. Il primo inverno lo spalare la neve fu duro e mi risolsi all’idea di acquistare una fresa meccanica. Per fortuna, dato che tutt’intorno alla casa il terreno non era livellato, capii che la fresa non sarebbe stata un gran vantaggio e così continuai a spalare la neve.
Un anno era così tanta che spala oggi spala domani si formò una trincea. Continuava a nevicare e sbadilare divenne sempre più faticoso ma anche artistico. Dove gettare la pesante palata? Quanta neve raccogliere? SE ne caricavo molta ero produttivo ma mi costava poi molta fatica gettarla all’insù. Alla fine mi accorsi che l’equilibrio tra efficacia della badilata, quantità e tipo di neve, le mie forze producevano del bello. La trincea che ne risultava era di una pulizia ineguagliabile.
Arrivato in paese, vedere le frese meccaniche e le pale rombare e muovere masse di tonnellate di neve non mi fece più invidia, ma bensì pena. Pena per dove ci siamo ficcati. Gli sgorbi e scempi fatte dalle lame di quei pachidermi non avevano nulla se non l’efficacia dettata dall’orologio. Più veloce, meno ore di gasolio di palista tutto risparmio. Tutto orrendo.
L’estate non era la neve ma l’erba a misurare le capacità del sottoscritto. Cresce anche se stentatamente a Livigno e all’altezza dove vivevamo. Avevo una falce, ma la lama perdeva il filo assai rapidamente e così acquistai un decespugliatore. Rapido, efficace e meno male di braccia e schiena. Ma già vedere i fili d’erba strappati e sfilacciati non mi piaceva. Il filo d’erba non era reciso netto come con la falce.
Mi ricordai di quei contadini di Livigno che le ultime ore della sera le trascorrevano seduti a battere la falce. Avevo i due attrezzi, martelletto e una piccola incudine che viene inserito nel terreno. Mi sedetti e iniziai non sapendo bene da dove. Ma con un po’ di arguzia e qualche martellata data dove non serviva capii quel poco che mi permise di avere un filo migliore. Cosa capii? Capii la bellezza del tempo necessario a eseguire quel lavoro. Da lì ad essere bravo ci passava una vita, quella vita che diventa più piena anche – non dico certamente solo – quando si è compreso il bello di battere la falce.
Battere la falce è rompere la monotonia del falciare l’erba e falciare l’erba è spezzare la monotonia di battere la falce. Ma l’uno e l’altro hanno tempi misurabili con l’altezza del sole, col sudore, col dolore se volete. Questo è il “tempo” che mi interessa, non è certo quello dell’orologio.
Un altro lavoro manuale terribile è cucire una vela. E’ terribile perché gli aghi non hanno una punta acuminata, ma tonda. Il concetto è che quella punta trovi gli spazi nella trama del tessuto così da non recidere le fibre della vela. Quando si ha a che fare con una cucitura vicino a punti rinforzati da più strati di tessuti, penetrare quella massa è faticoso e doloroso per il palmo della mano che deve far forza.
Eravamo in Spagna con una bellissima barca e un pomeriggio si strappò il punto di scotta di un enorme fiocco. Eravamo in tre a bordo e decidemmo per una riparazione-cucitura che per dimensioni e spessore degli strati da penetrare con l’ago scoraggiava già di per sé stessa. Il primo fu il proprietario della barca. Uomo malato di velocità legata all’efficienza, perché lui mostra così le sue doti superiori. Dopo un’ora, con la scusa di dover visitare degli amici, sparì col gommoncino. Rimanemmo in due e ci demmo il cambio per le restanti quattro ore. Personalmente avrei preferito rimanere da solo. Era dura e spesso deprimente l’essere così incapace per mancanza d’esperienza, ma era bello. Aveva il suo tempo ed era utile.
Battere la falce, spalare la neve, cucire una vela, andare col vento, andare col pendio. Mi piace pensare siano loro i veri orologi.

DOV’E’ LA STORIA

Avete notato che a fronte di migliaia di libri di montagna, dove si racconta di scalate e arrampicate, esistono pochissimi libri di racconti di sci? Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di provare a scrivere questo libro: contribuire alla limitatezza, quantitativa, di letteratura sciistica.
Spesso mi sono chiesto il perché di così pochi libri e racconti. Forse una risposta è che lo sci è presente e futuro nell’azione, quasi più futuro che presente. Si è lì e già sei più avanti. Lo sci brucia tutto o abitua a non soppesare il presente e il passato, e così rimane poco nella memoria profonda. Per ricordare il passato o ripercorrerlo non c’è bisogno di un grosso sforzo, basta volgersi e osservare la propria traccia. Che sia così?

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Dei perché ne parlavamo allo Stelvio un autunno in occasione di Ottobre Rosso e la domanda sembrò interessare Blaire, l’amica pittrice. Scambiammo brevi idee e supposizioni, ma è un tema che può, se si vuole, aver bisogno di molto tempo per pensarci. Blaire partì e due settimane dopo ricevetti questa poesia. Che lì ci sia una risposta o la finale?

Where is the ski story?
by Blaire Folts

I’m on a glacier
The sun is white hot
and bounces on carpets of snow

Snow
Rock
Ice and
Sun

Crow – black speck pierces a blue sky.

You ask about a ski story and
wonder why it is untold?

I reflect on hundreds of passes, turns and faces
“You tell the story,” I yell out to sky.
The storie’s are separate and yet parallel
Like the sun on this snow slope.

A relationship here
A problem there –
crying –
a bit of laughter –
always comfort in the snow.

A Chinese poem filters up
“When I meet you again, it will be in the mountains-”

Is that also a line in your story?

Perhaps you are more resolved to your life
I remain struggling from a lost limb.

This day – the glacier brings a lost past
suddenly forward.
A new friend shares Braulio with me and
I am transported back nearly 20 years
To an Italian valley now forever changed.

I ski down the sun slope with
Distant peaks breaking up the light.
The taste of mountain flowers,
hot in my tongue.
It is all so familiar though nearly forgotten.

Once you had told me to trust the
mountain
to take away my sadness.
I had forgotten.

But on this day of early skiing,
I am flooded with a past
merged with this present.
And I absolutely know
all moments
are found
once back in the mountains

Triste, solitario e final

Triste, solitario e final è il titolo di un bellissimo libro scritto da Osvaldo Soriano, autore argentino e sento si adatti benissimo a questo momento. (Vi suggerisco di leggere tutto quanto ha scritto)
Un momento che definisce la fine dei miei racconti e la fine di un periodo della mia vita.
Ma vorrei, mi perdoni Soriano, invertire I termini in final, solitario, triste.

Final.
I racconti sono finiti, forse ne avrei altri, anzi sicuramente ma l’ispirazione è terminata, sarebbe come grattare il fondo del barile e la cosa non mi va assolutamente.
Diciamo che non finiscono solo gli aneddoti, son pure finite le mie ginocchia e sin dall’anno scorso il piacere di sciare. Il tutto è dovuto ad un mix di ragioni. La neve. Le ginocchia. Un mondo in cui non mi ritrovo più.
La neve…oggi leggevo che l’Artico ha perso I tre quarti della massa ghiacciata. Da qui segnali quali zero ghiaccio intorno alle Svalbard, jet streams che da circolari formano delle anse e quindi previsioni di cicloni in Europa…Trump che si oppone a istanze ecologiste…è proprio final.
Le ginocchia. Si incastrano, soprattutto la destra che da 16 anni fa anche la parte della sorella di sinistra, quella distrutta in valanga. Ad ogni curva mi aspetto la fitta e il bloccaggio dell’articolazione. Insomma scio come uno dei mille allievi che ho avuto nella mia carriera di maestro di sci. Loro paurosi della montagna, della neve di questi “piedi scivolosi” io con la paura di sentire male. Tutto questo non mi permette di sciare al livello che conoscevo e se le cose stanno così meglio smettere. Sono più vicino a un Rosberg che lascia all’apice della carriera che il disperato che continua a cercare di rimanere aggrappato a un livello che non c’è più.
Il final dura dall’anno scorso e finirà ad aprile 2017.

Solitario
Lo sono sempre stato. Per scelta conscia e inconscia. Ora mi allontanerò dal mondo dello sci, dei maestri e continuerò solitario ma non poi così tanto solitario. Con me rimarranno tutti I ricordi delle belle giornate trascorse in montagna, delle belle persone che ho incontrato, delle belle nevi.
Sarò solo a ricordare la più bella discesa della mia vita (è deciso fu quella dalla cime del vulcano Yorei) le due più belle curve fatte – proprio l’anno scorso a dispetto delle ginocchia oramai logore – quando un giovane allievo si portò a lezione un bel cannone. Cercai di dissuaderlo ma insistette e così ho sciato pure stunato e tuonato. Nella nebbia tra lo Sponda e il Mottolino persi il senso dello spazio e mi sembrava che I punti di riferimento non arrivassero mai ma poi, più a valle, complice anche il sole che tornò a brillare feci due curve che…non sentii. Magiche. Le due più incredibili.

Triste
No. Proprio no. Ancora una volta mi rendo conto di essere stato fortunatissimo nella mia vita. Ho avuto genitori che mi hanno fatto conoscere la montagna, lo sci e la neve. Son partito da lì e ho conosciuto montagne, nevi, sci, amici, poi allievi, poi amici/allievi. Non sono proprio triste soggettivamente e neppure oggettivamente. Intendo dire che oggettivamente sono felice di lasciare un mondo dello sci e del telemark dove vedo molto poco in termini di felicità, di stimolo e quindi saluto tutto e tutti con Final, solitario e sereno

Luca

Tutti i racconti sono rilasciati con licenza:

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5 Comments on Racconti

  1. Paolo
    19 novembre 2016 at 0:16

    Tosto il cigno nero , però sei riuscito ad accostarlo e ad inserirlo nelle tue narrazioni e non è facile .
    Come non sono facili le serpentine ( ma inevitabilmente ci rimandano al novecento ) e ci dicono quanto sono eleganti (come Cary Grant in 54 di wu ming ) rispetto alle diagonali di TSe ( e i video pubblicati non fanno altro che rimarcare la mancanza di stile).
    Leggendo delle boccole per i due pin inseriti nei T2 da Zoller ho pensato, bene , qualcuno sta cercando di trovare uno sbocco , all’idea 2pin che oggi sconta il grosso difetto del collasso del soffietto.
    Mi sono preso una piastra Kreutzespitze e degli F3 , sto finendo la convalescenza e i Wu Ming (potrei riprendere Taleb ) e sono curioso di provarla .
    Vedo dalle foto che hai un paio di sci montati con la piastra , hai qualche suggerimento sulla posizione del perno per le molle ?
    Grazie ( anche per i racconti )
    Paolo

    Rispondi
    • luca
      19 novembre 2016 at 13:55

      ciao, bello inconrare chi conosce taleb, il cigno nero. bello davvero.
      per quel che riguarda gli attacchi onestamente oramai ne sa molto di più paolo zoller e dovresti chiedere a lui. lo conosci? hai i suoi contatti?
      fammi sapere ciao luca

      PS gli articoli stanno arrivando alla fine…

      Rispondi
      • Paolo
        20 novembre 2016 at 12:13

        Ciao
        Non lo conosco e non ho contatti .
        riesci a fornirmeli ?
        Grazie
        Paolo

        Rispondi
    • Fran
      21 novembre 2016 at 10:02

      ciao Paolo, ti ho scritto in privato al tuo indirizzo mail casomai controlla nello spam

      Rispondi
      • Paolo
        10 dicembre 2016 at 15:31

        Ciao Fran
        Non ho trovato nulla , nemmeno nello spam .
        se puoi rispondermi, ti ringrazio .
        Paolo
        paolocorti25@gmail.com

        Rispondi

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