SELEZIONE MAESTRO DI SCI

SELEZIONE MAESTRO DI SCI.

Mi dicevano sciassi bene. C’era un po’ di tempo libero tra fine liceo e inizio università e decisi di approfittare di quella pausa e tentare la selezione di maestro di sci.
Ci andai a cuor leggero. Mi interessava ottenere la patacca di maestro per saltare le code, non pagare lo skipass e insegnare a Natale e Pasqua.
Passai la selezione, venni promosso ai corsi e mi guadagnai i galloni di maestro di sci. È così mi son trovato a percorrere la via e la vita del maestro di sci a tempo pieno.
La selezione si svolgeva a Selvino, nella bergamasca. Mai sentito di quel posto e dovetti cercarlo sulla cartina stradale. All’epoca non c’erano i navigatori. Ci arrivai la mattina stessa da Milano. Non mi piacque. Non era vera montagna, quella delle alte cime rocciose e innevate, quella di tanta neve e freddo.
A Selvino quel giorno era caldo e la neve non era un granché. Non ricordo che scarponi calzassi, ma gli sci, quelli li ricordo bene: Dynamic VR17. Gli sci di Jean Claude Killy. Era il terzo paio della mia vita. Neri con i fianchi gialli e in punta, sulla soletta, erano impressi i valori elastici di punta e coda. Riflettiamo un attimo su questo particolare. Si trattava di un’azienda decisamente troppo avanti o le aziende odierne sono rimaste indietro ?!!!
Per la selezione però mi mancava un elemento dell’attrezzatura: i calzoni da sci che all’epoca erano aderenti e con una bella banda colorata sul fianco. Non li avevo e non volevo comprarli e così mi feci prestare da un cugino un paio di pantavento Kway! Il problema era che sciavo da anni in blue-jeans. Per di più pieni di pezze.Gaspa_jeans_toppe1 La moda a quei tempi era quella. Indossavi i jeans ed eri un duro. In effetti lo dovevi essere perché erano freddissimi. Ricordo che un inverno scoprimmo che un “amico” ne aveva un paio foderati. Già non era molto forte ma dopo la scoperta fu espulso dal gruppo. A quei tempi l’ordine di misura dell’essere sciatore era: sci appiccicati tra di loro, il più alto numero di curve possibile e sfacciataggine nei confronti del freddo. Quest’ultima voce era verificata solo quando si indossavano freddissimi blue jeans.
L’abito non fa il monaco, ma mi sembrava offensivo presentarmi alla selezione di maestro con un paio di jeans pezzati o forse anche solo autolesionistico agli occhi degli esaminatori. Ribadisco che a quei tempi tra i criteri selettivi era fondamentale lo stile.
Coi miei bei pantavento KWAY mi sembrava d’essere a posto.
Decisi di fare un po’ di discese di riscaldamento per prendere contatto con la neve.
A metà di una discesa incontro un tipo che mi ferma e mi domanda: “Sei qui per la selezione?”
“Si, anche tu?”
“Si certo. Ti ho guardato sciare e mi ricordi tantissimo uno che scia a Livigno. Ma quello scia sempre e solo in neve fresca e poi ha un paio di jeans pieni di pezze!”
Mi chinai e facendo scorrere la lampo mostrai i miei jeans pezzati. “Sono io!”
Non so se fui più orgoglioso dei miei jeans o degli elogi di sciatore – sempre – fuori pista.
Bisogna tener presente che erano gli anni della rivolta e anche sulla neve i jeans e le pezze erano manifestazioni del periodo politico e sociale. Non si parlava ancora un gran che di neve profonda, polverosa e men che meno di free ride ma sentivo la sciata nelle neve fresca come la più vera. La più pura. In quella neve non si poteva e non si può barare. Se hai tecnica, sensibilità e forse una naturale o generica simbiosi con la sua profondità … ti senti bene. Un vero sciatore anzi il vero sciatore. Oggi quanto scrivo suonerà tutto come già sentito ma all’epoca – parliamo di 45 anni fa – ero doppiamente rivoluzionario: per i jeans e per sciare solo in neve fresca!

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