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UNA VALANGA DI SENSAZIONI

UNA VALANGA DI SENSAZIONI

Il pendio si frattura e la coltre di neve si sfarina. Ci sciavi sopra e dentro e all’improvviso tutto cambia.
Forse è come passare dall’acqua di un onda nella schiuma della stessa. Là dove c’era una spinta dal basso verso l’alto quella scompare e ci affondi di più.
Scivolavi a una tua certa velocità e ti trovi a muoverti a una nuova velocità. La sensazione è d’aver rallentato. Quasi che ti sia fermato, e da quel momento non sei più tu che vai ma sei portato via da una forza esterna, estranea.
Forse è come camminare veloci e finire su una scala mobile che va piano. Tutto cambia e devi essere veloce ad adattarti se vuoi essere in controllo.
Se vi interessa l’altra faccia del problema chiedete a un fisico, un ingegnere.
Se vi interessa.
A me non interessa neppure oggi.
Non hai più supporto da nessuna parte. Né sotto, né di fianco e cadi. Cadi dentro questa massa e non vedi più il blu del cielo. Dal sole, dal bianco della neve, dal vento provocato dalla velocità sprofondi nel grigiore di una nebbia assai più densa. La faccia è contornata da quella neve che un attimo prima era motivo di piacere, ti faceva produrre endorfina, ora quella neve la senti sul viso. Fredda, umida, irrespirabile e inizi a produrre adrenalina.
O forse è la paura che la fa produrre?
Volete chiedere? Potete rivolgervi a fisici, psicologi, medici e avrete le risposte tecniche.
Vi interessa?
A me no. Neppure oggi.
Il cervello, sempre abbiate la freddezza, corre agli insegnamenti, alle nozioni sentite, apprese e memorizzate.
O si è catturati solo dall’istinto di conservazione?
Una mano davanti alla bocca per tener via quanta più neve possiate e evitare di respirarla. Questa freddezza analitica vi aiuta, ma vi fa pensare al prossimo futuro. La testa che batte su un sasso sommerso, la massa della neve che vi colpisce e ciò vi allontana dall’iniziare a pensare che tra poco inizierà il soffocamento?
Sono pensieri, ma si tramutano subito in uno sconosciuto futuro.
Non sono mai soffocato. Non mi sono mai spezzato l’osso del collo.
Il panico inizia a prenderti. Ancor più adrenalina.
Potete sempre chiedere agli psicologi cosa sta avvenendo o anche a dei medici. Come il fisico e la mente reagisce.
Se vi interessa potete farlo, ma a me non interessa. Neppure oggi.
Non c’è tempo per piangersi addosso anche se qua e là lo fai.
“Che idiozia dire che avrei accettato la morte nella montagna come naturale” “Stronzate”.
Vuoi vivere o forse è il caso di dire sopravvivere.
Non c’è tempo per lamentarsi. Le botte, i dolori che senti – tutte sensazioni – ti richiamano all’impellenza del momento. “Cerca di fare qualcosa”. Provi a nuotare con tutte e due le mani, ma la sensazione – oh quante terribili sensazioni in quei momenti! – della neve intorno alla bocca o che inia a entrare in bocca spinge ad altre soluzioni. Una fuori che nuota, una davanti alla bocca.
Il ginocchio fa male, lo farà ancora più dolorosamente più tardi ma adesso non hai tempo per percepire la qualità di dolore.
Ce ne sono altri. Sberle, schiaffi, storte, compressioni, avvitamenti, cazzotti. E’ subire la lezione della vita o una delle tante?. C’è un’entità che grida e rimprovera e ricorda la stupidità che ti ha portato in quella situazione e la stessa entità ti picchia e lo fa con una violenza inaspettata. Le botte arrivano da tutte le parti, se non arrivano per un secondo ti ritrovi a pensare a quando inizierai a soffocare. Gridi che non vuoi finire così, ma come provi a gridare è un altro schiaffo che arriva e devi concentrarti a difenderti.
Cosa sta succedendo lo potete chiedere a un ingegnere che progetta lavatrici, saprà spiegarvi il concetto grazie a cui si vuole arrivare a far sbattere tra loro i panni e così si laveranno.
Se vi interessa. A me non interessa, neppure oggi.
Poi tutto rallenta. Forse questa tortura fisica finisce o sta per terminare. Il tempo si dilata o perde la sua dimensione. Da un lato la fisica rallenta, ma il tempo/mente accelera. “Cazzo adesso stiamo per entrare nella fase in cui io mi fermo e la neve che arriva da dietro mi coprirà”.
Quanto?
E quanto sarò sotto?
Mi troveranno?
E cosa si sente quando inizierà a mancare l’ossigeno?
Potete chiederlo sempre a fisici, ingegneri, medici, ma se poteste vi suggerirei di chiedere a chi è soffocato. Chi è soffocato vi parlerebbe di sensazioni e dei pensieri che gli corsero nella testa.
Da quali labbra pendereste?
Quella dei tecnici o di chi visse la situazione?
Il grigio entro il quale avete vissuto quei momenti – secondi, minuti non lo so – diventa giallastro. Un po’ dei raggi del sole permettono un cambio di colorazione alla massa nevosa che vi sta sopra. Ma la situazione, cromaticamente parlando, non è rosea. Siete sotto la neve. Per fortuna, solo fortuna, senti che una mano è fuori dalla neve. Senti che è libera nell’aria. Inizi a vedere una possibilità. La muovi per sincerarti sia libera e poi la utilizzi subito per scacciare la neve davanti al viso, davanti alla bocca. Rivedi il cielo, immagini di avercela fatta. Immagini perché il primo tentativo di respiro va a vuoto. La bocca è piena di neve! È ancora un aspettarsi una sensazione e trovarne un’altra.
Come è sta storia?
C’è l’aria e io non riesco a respirarla?! Certo la bocca è piena di neve, bagnata, pesante, compatta. Ma come è possibile non averlo percepito. Le sensazioni sono tutte da un’altra parte. Era un’idea di essere salvi e l’intensità di tutto quanto vissuto ha anestetizzato le altre capacità percettive. La bocca è intasata, ma chi lo sente? Ohhh ve lo può sempre spiegare uno psicologo cosa è successo e cosa sta succedendo. Vi interessa? Chiedeteglielo.
Sputi una volta e ti aspetti di respirare, ma non ce la fai. È così tanta che ha riempito tutta la cavità della bocca. È come se vi avessero stuccato la bocca. Credevate di poter respirare, chiamarvi salvi e sembra proprio siate ancora lontani da tutto ciò.
Sputate tre, quattro volte e finalmente la priorità è risolta. Ancora un po’ di scavo con la mano libera, sì perché l’altra è imprigionata sotto la neve trattenuta dal lacciolo della racchetta, uno sforzo bestiale per liberare il busto e ti ritrovi seduto. Malamente, dolorante, ghiacciato dalla neve che è entrata e arrivata ovunque. E lì c’è il momento peggiore. Dove per usare un’espressione proprio fuori luogo: ti sembra di morire! Guardi il pendio e vedi che è stata enorme e vorresti morire perché non vedi tutti i compagni di gita. Vorresti morire perché sai e solo tu sai in quale merda sono.
E lo sai perché ci sei uscito da poco e se sei onesto ti accorgi che di quella merda ne hai presi pochi schizzi.
Loro, quelli che non vedi e presumi possano essere sepolti, loro si che sono in merda.
Sono sensazioni e sono una dopo l’altra, senza sosta, senza pausa. Il peso che senti non è più quello della neve su di te è il peso del pensiero di come si sentiranno, cosa gli starà succedendo. Non vi importa sapere cosa fisicamente, anatomicamente sta accadendo, siete sconvolti dal pensiero di cosa loro sentiranno là sotto.
Son tutte sensazioni, emozioni.
Chi non è stato preso dentro sta scappando. Urli di fermarsi di cercare e il richiamo, la forza del tono della voce forse, li arresta. Son loro a prendere uno schiaffo che li distoglie dall’emozione che li spingeva a scappare e con la guancia che brucia si fermano e iniziano a comportarsi come … i tecnici dicono doversi fare. Vi interessa sapere cosa si deve fare? Chiedetelo ai tecnici, vale sicuramente farlo, vale esercitarsi per evitare che qualcuno si trovi vicino alla morte. Cos’è la morte? Potete chiederlo sempre ai tecnici, le sensazioni non ve le potrà raccontare nessuno.
I tecnici non le conoscono, i morti non hanno voce.
Uno alla volta sbucano dalla neve e tutti sono salvi. Deve esserci un crollo emotivo, ma ciò che percepisci è un misto fortissimo di dolori, paure, effetti secondari dell’adrenalina e la logica che inizia a riprendersi il posto. Cosa fare? Lì per lì pensi al contingente, ma varrebbe la pena sapere come fare per proteggersi dalla nuova valanga che sta per arrivare.
La prossima, e arriva sempre, è la valanga dei benpensanti, dei tecnici, dei soloni, dei giudici.
Arriva l’elicottero. A posteriori reputo sia stato buffo come arrivò. Sbagliò la manovra due volte. Prima mancò l’atterraggio e la neve sollevata raggelò tutti. Poi, scaricato il medico – il tecnico e da lì avrebbe dimostrato tutta la sua tecnicità con me – l’elicottero sbaglia ancora manovra e le pale risollevano una quantità di neve tale da far bestemmiare anche il medico. “Cosa cazzo fa con sto cazzo di elicottero!”
Non lo sapevo, ma stava arrivando la seconda valanga. “E stare a casa oggi con queste condizioni di neve?” mi dice il medico.
“Adesso mi metta a posto questo ginocchio che fa male, poi mi evacui all’ospedale e poi potrà farmi tutte le paternali che vuole”!
Capisce che ha cagato fuori dal cesso proprio come io in cima a quel pendio e lo sguardo che gli lancio ci fa andare d’accordo. Io un pollo e lui lo stesso.
La seconda valanga terminò un anno dopo. Dopo inchieste dell’autorità giudiziaria, dopo organizzazioni varie a fomentare la caccia all’untore, dove tutti sentono di dover ergersi a giudici, medici, fisici, ingegneri, esperti in valanghe.
Non sono chiaramente l’unico a essere stato travolto da una valanga che mi ha portato giù per 700 metri di dislivello probabilmente per un chilometro e mezzo ed essere sopravvissuto ma sono uno di quelli che ha vissuto le sensazioni che se non ti sei trovato lì non conosci e non sai neppure spiegare. Quando sei dentro non sono i dati tecnici che ti interessano, ma sono le sensazioni che hai vissuto.
Chi sta fuori studia, analizza e pontifica solo e solamente sui dati tecnici a cominciare da chi vi interrogherà in questura come foste i peggiori delinquenti.

Non ho mai avuto incubi nel sonno relativi alla mia esperienza – a proposito le esperienze dovrebbero interessare chi condivide quei mondi, ma sembra interessino solo ai tecnici della giurisprudenza e ad altre sottospeci – e questa volta sono io a dire che mi piacerebbe chiedere il perché a uno psicologo. Il sollievo è che lo psicologo, quel tipo di tecnico, parlerebbe di sensazioni, passate esperienze e non di numeri, gradienti, temperature e così via.

Non ho mai sentito nessuno accusare un malato di cancro ai polmoni che: “insomma non si fuma, non si deve fumare e se fumi e ti viene il cancro ben ti sta”! La veemenza degli attacchi e accuse che ho vissuto, in quanto malato di valanga, mi porta a dire che chi le esplicita è solo per ingrossare il suo proprio – vuoto – ego. “Io so tutto e quindi non sarei finito lì”. E il suo tutto è un tutto tecnico e non di sensazioni e quindi non ha la mia attenzione. Stima sì – se è un buon tecnico – ma se scorda di comprendere nell’analisi, le sensazioni, per me rimane solo un tecnico parziale. Assolutamente non nella posizione di erigersi a giudice. Solo il giudice infierirà – giustamente e a posteriori – sul lato legale e così facendo non saprà che sta accanendosi con una persona che è stata vicina alla morte.

A rafforzare la mia conoscenza di quanto avviene in una valanga e la mia non considerazione di certe sentenze e valutazioni altrui c’è una semplice frase sentita quest’estate in barca.
Scambiando racconti di belle esperienze ed errori, io in montagna e lui in barca, un giovane skipper mi disse: “Sai come diciamo noi in Romagna ? Il giorno del patacca arriva per tutti!”

Tutti i racconti già pubblicati li potete trovare in questa SEZIONE

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