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I PIEDI DEI PROFESSIONISTI, OGGI

I PIEDI DEI PROFESSIONISTI, OGGI

Un altro male, un’altra negatività forse è un po’ la caratteristica di questo libro.
Ho sciato tutta la vita senza mai aver problemi ai piedi. Ho usato scarponi di tantissime marche e mai ho avuto male. Ma da dieci anni nonostante usi scarponi da sci alpinismo per far scuola, quindi scarponi caldi, morbidi e flessibili, soffro di geloni. Compaiono a Gennaio/Febbraio quando fa freddo, quando oramai sono molte le ore trascorse indossandoli e migliaia le ore fatte di spazzaneve. Compaiono un po’ più indietro del mignolo e sul fianco esterno del piede. La parte prima si gonfia, poi si arrossa e per mia fortuna il tutto si ferma lì. Per altri maestri, e non sono pochi, il processo continua col rossore che vira al nero della cancrena. Poi son piaghe, sangue e dolori.
L’unico rimedio è cambiare scarponi quanto più si può, così che cambino i punti di pressione. Sì, perché è la pressione tra piede e scarpone, incluso freddo e caldo, che porta a questo stato. Non dimentichiamo che l’ambiente interno degli scarponi è già di per sè stesso un ambiente assai malsano. E le fitte a fine giornata, quando si tolgono gli scarponi, sono veramente forti.
Perché tutto questo? Il colpevole è lo sci sciancrato. Se guardiamo al periodo antecedente il loro arrivo, vediamo che gli scarponi erano già di plastica e di freddo ce n’era di più, eppure tutto quanto descritto non avveniva. Nello scenario generale quel che è cambiato è la forma dello sci.
Facendo scuola si scia in diagonale per chilometri, si fa spazzaneve per ore e ore e la maggior parte del tempo è trascorsa a frenare per adeguarsi al livello della maggioranza degli allievi. Prendiamo come esempio solo la diagonale.
Gli sci dovrebbero andare diritti ma essendo di spigolo cercano di risalire il pendio – curvano sempre – e la volontà è farli proseguire diritti. Quindi col piede si cerca di compensare questa traiettoria verso monte con una spinta del piede verso valle. Questa spinta la si esercita tramite lo scarpone spingendo il piede verso valle e così quella delicata parte poco prima del mignolo continua a premere all’esterno. Lì circola sempre meno sangue, la parte diviene fredda e la dinamica del gelone è soddisfatta. Il piede e il maestro meno. L’industria continua a dirci che è un’evoluzione, un miglioramento.
Caruccio il tutto: sci e scarponi sempre più cari, medicazioni idem.

Ora è il tempo del rocker: quella parte di sci, subito dopo la punta, che a differenza di una volta, quando tutta la lunghezza dello sci si appoggiava alla neve, ora è rialzata e staccata dalla neve. Fantastico, semplice, facilitante dicono. Al di là che tutto quanto è facilmente apprendibile altrettanto facilmente delude e verrà abbandonato presto, non credo proprio sia così.
Io quando scio con sci rockerati mi trovo male a meno che sia sempre e solo in neve fresca. Nella neve profonda hanno degli indubbi vantaggi, ma oggi provano a convincervi che il rocker va bene anche in pista. Bugia colossale.
Marketing del più becero e ladronesco. Quelle punte per aria che sbattacchiano e il loro rumore ve lo gridano che qualcosa non va. Lo sci che non aggancia la neve e non curva quando ci si aspetta lo debba fare.
Se non offendo nessuno mi sembra di poter dire che uno sci col rocker è come un piede dalle dita amputate. Le dita non ci sono più. La propriocettività del corpo non è una chimera, è realtà. Nel caso dello sciatore va dalle punte degli sci – che vediamo – fino alle code degli stessi. Quella è la base d’appoggio visibile, abituale e ora mi avete amputato le dita. Avete un bel dire che sia facilitante. Provate a chiedere ad un amputato se è semplice camminare, saltare, ballare senza dita dei piedi.

Spero che dalla mia negatività nascano scintille di positività nella scelta dell’attrezzatura che sceglierete la prossima volta.

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