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CO2 FINE DI UNA PROFESSIONE

CO2 FINE DI UNA PROFESSIONE

Un anno andai in spedizione in Himalaya con Giorgio Daidola, Leonardo Bizzaro, Morten Aass, suo fratello e Osvaldo Monaci. L’ultimo giorno in auto passammo da Almora, che ritrovo oggi leggendo l’ultimo libro di Tiziano Terzani. Vi soggiornò durante quel periodo della sua vita caratterizzato dalla malattia finale. Ricordando Almora capisco la serenità che lo prese in quel luogo. È una cittadina costruita sul crinale di una montagna, quasi come i nostri paesi appenninici. Il mattino Terzani vedeva i tre Panchiuli. Cime secondarie rispetto ai più famosi colossi di 8000 metri, ma forse più belli. I Panchiuli da Almora appaiono lontani, aguzzi nei loro bianchi e neri di ghiaccio e rocce.
Terminata la strada carrozzabile camminammo per tre giorni lungo la valle di Milam. A metà di questa lunghissima marcia, sulla destra orografica, passammo vicinissimo al mitico e misterioso Nanda Devi. Il 7000 metri che richiese tre spedizioni a Tillman e compagni per trovarne l’accesso. Alla fine non solo scoprì l’acceso, ma ne raggiunse pure la cima.
Ai tempi del nostro passaggio l’accesso al Nanda Devi era interdetto. Dicevano per motivi di salvaguardia ambientale. La storia che girava però raccontava che a una spedizione alpinistica americana fosse stata consegnata dell’apparecchiatura elettronica alimentata a energia nucleare con lo scopo di portarla in cima e lì lasciarla per spiare i cinesi. La spedizione era poi stata travolta da una valanga e aveva perso il tutto. Ecco perché proibivano di andarci.
Tillman provò a raggiungere la base del Nanda dalla valle di Milam probabilmente perché lungo la valle correva una strada di comunicazione col Tibet. Era ben costruita e garantiva l’avvicinamento al Nanda. Purtroppo da questa parte ci si arriva velocemente, ma poi il vero e proprio accesso è ostacolato da una parete verticale di ghiaccio e neve.
La mulattiera che portava al Tibet era ancora lì dopo anni e anni. Una vera e propria opera d’arte. Lastroni di roccia come pavimentazione e massicciate di sostegno a valle fatte di muri a secco di una precisione e solidità da essere ancora lì dopo una storia di vita, di commerci e chissà cos’altro.
Percorremmo questo miracolo d’operosità per più di 100 chilometri. Mi domando oggi come allora quale più stupefacente percorso di trekking o mountain bike sarebbe.
Il terzo giorno incontrammo il paese di Burphu di stile tibetano. Il che significa case e muri di cinta costruiti tutti a secco. Una pietra sopra l’altra perfettamente allineate. Stipiti delle porte e delle finestre tutte in ginepro intagliati finemente. Se l’Unesco volesse veramente trovare qualcosa che valesse l’appellativo di Patrimonio dell’Umanità Burphu è là che aspetta.
Dopo esserci aggirati tra quei muretti e case abbandonate pensai dovesse essere messo sotto una cupola di plexiglass e preservato da un disfacimento di cui si iniziavano a vedere i primi segni.
Il paese era arrivato ad avere 750 abitanti e una vita ricca per via del commercio e dei commercianti che percorrevano la valle. Erano così abbienti da poter inviare i figli a studiare presso le università di Nuova Delhi.
Quando lo visitammo noi, lo abitavano solo 35 persone. Cosa era successo?
L’India e la Cina si erano messi a fare la guerra e allora lo stato indiano aveva chiuso il passaggio lungo la valle e così facendo aveva ucciso il commercio ma soprattutto la vita della valle.
Dall’oggi al domani, per un motivo esterno e assurdo direi se solo fossi stato un abitante del posto, tutto si era fermato.
Era inimmaginabile quanto dolore, sconcerto, rabbia, domande avesse causato quell’ordine impartito. Non c’era nessuno a cui chiedere. Solo pochi pastori e contadini. Qualcuno coltivava erba cipollina entro i recinti di pietra per poi mandarla ad Almora. Inimmaginabile pensare di vivere d’erba cipollina, ma forse in paesi semplici ciò è possibile.
I giorni seguenti ma anche oggi quando penso a Burphu mi chiedo cosa succederebbe se a Livigno togliessero di botto la extra-doganalità. Si ripeterebbe ciò che vidi in Himalaya?
Gli effetti della scomparsa di una professione, di una possibilità di lavoro, senza andare in Himalaya, li avevo già visti e vissuti.
Vent’anni fa a Livigno avevamo una bellissima Scuola Sci Estiva. Gli allievi soggiornavano a Livigno e i maestri, ogni mattina, li passavano a prendere con dei pulmini e dal paese ci recavamo al Diavolezza, in Svizzera. Là c’era un piccolo ghiacciaio tutto per noi, perché i turisti engadinesi d’estate facevano altro e sciare d’estate, per loro, era non più di moda. Meglio per noi. Avevamo il ghiacciaio tutto per noi ed era proprio un bel campo scuola. C’era il ripido, il medio ripido e almeno fino a metà luglio e nel primo mattino anche del bel fuori pista su neve semeda.
Tutto perfetto per diversi anni. I clienti contenti, noi pure per la bella vita del maestro di sci e per i profitti che crescevano. Una stagione arrivammo ad avere più clienti che la Pirovano allo Stelvio.
Poi si iniziò a leggere sui giornali del riscaldamento globale. Iniziarono le discussioni se fosse vero o falso, ma su quel microscopico laboratorio che era il ghiacciaio del Diavolezza i processi fisici galoppavano e mentre si apriva la discussione tra scienziati e politici, sul ghiacciaio il tutto era già evidente e dei poveri ignoranti maestri di sci ne erano testimoni.
Poi un’estate gli svizzeri ci dissero: “Noi chiudiamo lo sci estivo. L’anno prossimo non venite più!” Nessuna guerra tra Italia e Svizzera, ma la carovana di pulmini che per anni aveva percorso la strada tra Livigno e Diavolezza s’arrestò. Vendemmo i pulmini e non pensammo neppure di tenerli e farne delle serre dove farci crescere l’erba cipollina.

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